Miracolo a Milano (perché le città sconosciute non son mai come te le aspettavi)

Un tranquillo e freddo pomeriggio come tanti, identico a milioni di giorni già vissuti, già affrontati, a volte con ineffabile gioia, altre con stanca e disillusa apatia, sempre però in fiduciosa attesa di quel qualcosa in più che stenta ad arrivare…uguale eppure diverso, e tanto, dalle fitte pagine già scritte e continuamente rilette, con rabbia, con terribile rimorso e rimpianto lacerante, quel giorno tutto da gustare, da assaporare con infantile ingordigia alla spasmodica ricerca di sensazioni nuove, di nuovi sentori di infinito nascosto dietro una guglia, al di là di un ponte o nel fregio vetusto, vessillo austero di epoche oramai andate che rivivono là, sotto i tuoi occhi, dentro il tuo cuore antico del moderno prigioniero, libero per oggi di vagare e volare via, incontro a impavidi cavalieri dagli alti ideali, a dame soavi ma forti al contempo, leggiadre matrone, un po’ angeli, un po’ sirene, serene e impassibili nella loro purezza senza tempo da niente toccata, a buffoni sapienti che saltando e sghignazzando e sbeffeggiando tutto e tutti, dal re pomposo sul trono assiso ad osservare distratto del popolo suo le miserie, all’avido mercante di stoffe o di spezie che con vacua moneta il tempo è convinto di fermare, e di sfuggire, ed alfine evitare la macabra danza, della vita il mistero han compreso e se ne fan messaggeri beffardi ed arguti, laute risate ed echi di lacrime dispensando generosi. Il fuoco scoppietta vivace nell’ampia e calorosa sala scintillante di arazzi e di ebbra giovialità: durante il banchetto ogni guerra è dimenticata, ogni arma deposta, gli affari e i traffici e i quotidiani affanni messi da parte; soltanto la vita e il danzare con essa conta; nessun fardello può impedire o frenare il travolgente ballo, i salti, il girotondo frenetico di anime felici ubriache di innocenti e sensuali piaceri da cogliere con bramoso appetito, ché già si intravede il luccichio della falce… Ma è solo un attimo; basta riaprire gli occhi, che la visione è già sparita, persa di nuovo tra le nebbie confuse di tempi e mondi invisibili; e ben altro paesaggio colpisce la vista e stravolge l’anima ingenua. Come in un orrido circo grottesco, facce deformi e corpi legnosi sbucano fuori dalla moderna fiera delle vanità, chine e sbavanti con laida cupidigia su vetrine lucenti di inutili orpelli e felicità surrogata rivenduta a caro prezzo: qui la donna baffuta dalla vanesia insicurezza, che avvolta dal morbido vello si illude di essere giovane e bella; là il blando domatore in cerca vorace di sempre nuovi frustini coi quali sferzare le bestie più innocue, illudendosi di ottenerne l’obbedienza; e laggiù ecco volteggiare spensierata la trapezista leggera come carta, luccicante piuma desiderosa, con le sue giravolte e le sue eteree piroette, di essere ammirata, da nessuna rete protetta nel suo instabile gioco volante; ci son pure i pagliacci, bizzarri e dagli sgargianti colori, derisi, scherniti, eppure ghignanti e scherzosi nella loro comicità forzata. E non è strano che quanto più lo si osserva, un simile spettacolo, tanto più ci si senta fieri di non appartenervi e non farne parte? E viene alla mente la casetta lontana, l’orticello piccino ma ben curato, la concretezza e la genuinità campagnole, tutto un mondo fatto di valori ormai in disuso, gesti e parole e insegnamenti che parlano di umili ma autentiche abitudini, di sacrificio, di parsimonia, di austerità, laddove i fronzoli artificiali penzolanti da ogni angolo strepitano, urlano lo spreco, la futilità e la frivolezza rincorse ansiosamente. Ed è perciò tanto più dolce, e bello, e gratificante, camminare a testa alta, fiera e orgogliosa figlia del sud che ha dovuto incontrare la nebbia, il freddo e l’aria gelida prima di rendersi conto di quanto del sole, del mare e delle tiepide brezze si celasse dietro la rigida scorza di un cuore di ghiaccio in attesa di sciogliersi.

Ci rivediamo presto, o mia bela madunina

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