L'(in)utilità della psicologia

Testo di Noemi Venturella
Vignetta di Andrea Ventura

Studio psicologia da 8 anni, ho dato 40 materie, scritto la mia prima tesi, studiato famiglie e cicli di vita, psicologia di comunità, dei gruppi, delle organizzazioni, dell’handicap e delle tossicodipendenze; pagine e pagine di diagnosi, test, colloqui clinici, dinamica I e II, clinica e mettiamoci anche un po’ di psichiatria e di psicofarmaci, di psicofisiologia e neuropsichiatria, di filosofia, due sociologie e storia contemporanea (per comprendere il sostrato storico-culturale della gente che dovrei – si spera – salvare). Ho anche fatto il primo dei minimo 3 tirocini che mi spettano, in una casa famiglia, con degli adorabili schizofrenici.
…Eppure la gente non ha rispetto per quelli come me: continua a chiamarci strizzacervelli, a dire che “chi va dallo psicologo è pazzo; anzi: sono tutti gli psicologi che sono pazzi!”, a scrivere schiZZofrenia e pronunciare pissicologia, ad affermare con veemente certezza che “le femmine sono isteriche e paranoiche”, o ancora che “andare in terapia serve solo a farsi spennare da quei ladri”. Però “dimmi cosa significa questo sogno, tu che sei pissicologa”, e poi anche “io sono più psicologa di te, non ci vuole niente!”.
[...]
Respiro.
Ok. La categoria, se di categoria si deve parlare, avrà anche i suoi brutti difetti: ipersensibile, iperriflessiva, dall’Io osservante ipertrofizzato, ok.
Ma il punto è che la realtà – di fronte alle malleabili potenzialità di uno psicologo – resta irriconoscente e castrante: realtà sociale da censura psichica d.o.c., direbbe il beneamato Sigmund.

É che per lei siamo scomodi.
Perché è risaputo anche agli ignoranti più che un percorso di guarigione comporta l’accettazione e la visione di ciò che nessuno vorrebbe mai visionare e accettare. Invece oggi si preferisce la merce scontata, la scorciatoia mentale, anche se di peggiore qualità; la colpa è della povertà, del capitalismo e bla.
E poi vogliamo dimenticare i razionalizzatissimi vantaggi secondari della malattia? Del capo che ad ogni stagione è sempre più bucato e malamente rammendato, ma che continua ad essere il tuo preferito? …Ci si affeziona anche alla merce inutile, ai contenuti mentali ingombranti, alle ossessioni, alle rupofobie ed ai rituali di lavaggio, alle allucinazioni, alle dipendenze patologiche da qualsiasi cosa (fumo, cibo, affetto, internet e chi più ne ha più ne metta), alle afonie isteriche, ai propri deliri, alle ansie pervasive, alle asme psicosomatiche, alle ulcere mentali, agli acting out auto/etero-aggressivi. La nostra mente è una cantina: conserva tutto, si affeziona a tutto, fuorché al concetto di psico-terapia.
Eppure la psicoterapia, intesa come relazione d’aiuto, non è che un modello di incontro interumano – per di più umanista – che accoglie il bisogno profondo ed universale degli esseri umani di curarsi l’anima, di guarire le proprie ferite morali ed affettive attraverso il contatto con un individuo investito di questa capacità officinale.
Già nell’antichità si era consapevoli della presenza di un significato psicologico nei sogni, nonché dell’esistenza di una sorta di inconscio, postulato ante-litteram da molti poeti e filosofi. L’uso curativo della parola risale addirittura alla maieutica socratica; e perfino l’istituzione cristiana della confessione tiene in gran conto l’effetto che il parlare e l’essere ascoltato ha nell’alleviare la colpa e il dolore mentale.
Similmente, anche la medicina antica riconosceva il valore medicamentoso del rapporto veicolato dalla parola, attraverso cui il medico si rendeva empaticamente partecipe del dolore mentale del proprio paziente. Non a caso, sono infinite le figure rituali di tipo magico, mistico, sciamanico e/o religioso che nel corso dei secoli hanno incarnato questi aspetti terapeutici.

Ed oggi? Oggi no.
Oggi c’è spazio per i ciarlatani cartomanti delle reti locali, ma accettarsi come interiormente malato, bisognoso di aiuto e di sostegno psichico, è dura. Troppo.
E quando è tutta una società a scagliarsi contro non solo all’ipotesi di una malattia che di somatico ha poco o nulla e di mentale ha invece tutto, ma anche contro l’idea stessa che qualcuno possa aiutare chi sanguina psicologicamente, c’è solo da sperare che lo spirito santo esista, e che presto illumini con le sue lingue di fuoco i capi di questa massa di australopitechi. Ché va bene che ci sono psicologi competenti e psicologi incompetenti, come medici che uccidono versus sapienti carnezzieri… ma un po’ di apertura perdio, è soggettivo, non è tutta la razza che è marcia o la disciplina che non serve. Siamo degli appassionati “servi dell’anima”*, ostinati, come direbbe quell’adorato omino calvo che era Wilfred Bion, a riportare l’essere umano al suo O, all’origine della sua armonia intellettuale, alla libertà della coscienza; nobili scopi. Perché non lasciarci tentare?
Perché preferire “preservare” un paziente designato destinato alla morte, agli attacchi di panico ad vitam, alla depressione bipolare et similia, piuttosto che riconoscere che la malattia mentale spesso altro non è che l’unico mezzo con cui l’essere fragile che è l’essere umano può adattarsi alle curve della vita, ai suoi traumi, alle sue non-famiglie non-basi-sicure? Perché ostinarsi a non accettare che esiste una figura competente che può accorgersi di tutto questo, cercare di tamponarlo, medicarlo, ricucirlo e cicatrizzarlo?

Non lo so, ma mi auguro che il cranio di questa società possa aprirsi, anche sanguinare, e poi ricomporsi consapevole di chi siano i veri pezzi inutili di una collettività sclerotizzata e spudoratamente cieca al vero.

* Il termine psicoterapeuta deriva dal greco psyché = spirito, anima e therapeuon = servo, aiutante.

 

dall'analista... - vignetta di Andrea Ventura

17 thoughts on “L'(in)utilità della psicologia

  1. Dare sempre e solo la colpa alla società non è produttivo. Ci possono essere infiniti fattori che provengono dai “malati”, che già è un termine orribile e grazie che non accettano di sentirsi tale..Probabilmente non lo accetto neanche io ma, oltre a pensare che la maggior parte delle ritrosie sia di ognuno di noi, dall’altro lato anche la “categoria” dei Servi dell’anima, che sono gli unici servi ad essere pagati.., non sembra rendersi conto che rischia di apparire come una setta misteriosa e severa, posta dietro le scrivanie e pronta a risponderti su tutto, come se sapesse tutto.
    Questa potrebbe essere la visione di chi non conosce l’ambito che secondo me appare troppo oscura, facilmente fraintendibile e in collisione con la realtà. Bisogna avere il coraggio di entrare in quella porta ma diciamo che è uno di quei pochi settori della società che non usa farsi pubblicità. Positiva.
    L’attaccamento ai propri problemi, penso, sia un modo per non perdere una parte di te che ti ha accompagnato per troppo tempo. O c’è magari l’illusoria voglia di farcela da sè.

    • d’accordo su alcuni concetti, soprattutto sul fatto che chi ha scelto di fare lo psicoterapeuta deve coltivare la propensione d’aiuto invece di lamentarsene, faccio notare che non siamo affatto gli unici che si fanno pagare. Siamo quelli che lo fanno in regola, all’interno di un albo riconosciuto. Altri lo fanno in vari altri modi, spesso indiretti, utilizzando notizie grezze per aumentare il loro potere, o rifacendosi a simboli (carte, astri, numeri ecc..) da interpretare con un po’ di fantasia. oppure ricorrendo a ideologie e quant’altro e facendosi pagare in modi diversi.
      Solo per la precisione.
      Cordialmente

  2. @noemi:tanta tanta solidarietà da una futura psichiatra.
    @gas: ‘Dare sempre e solo la colpa alla società non è produttivo.’ , vero, ma non possiamo cominciare nessuna analisi del nostro essere senza partire dalla società che ci ha partoriti,e che attualmente predilige farsi psicanalizzare dal grande fratello (tutti i concorrenti non fanno altro che dire che il percorso dentro la casa è stato formmativo,che sono andati lì per capirsi meglio.. o_0 ) piuttosto che affidarsi a persone competenti e qualificate che si sono formate per fare questo.
    ‘Ci possono essere infiniti fattori che provengono dai “malati”, che già è un termine orribile e grazie che non accettano di sentirsi tale.’… sulla bruttura del termine malattia,o malato si potrebbero scrivere dei tomi interi,ma tant’è..se hai la febbre sai di essere malato,se hai la celiachia sai di essere malato,se hai degli attacchi di panico,perchè non pensare semplicemente di essere malato???perchè pensare che è meglio nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che affrontare un percorso che potrebbe portarti a guarire???certo non è semplice come prendersi un’aspirina,ma non sempre le soluzioni migliori sono quelle semplici.
    Poi, sono totalmente ignorante sull’ingegneria e le sue regole che rimango affascinata,come davanti a un mistero,davanti alla costruzione di un edificio,di un ponte,davanti alle infinite pagine riempite da quesiti matematici per me imprescrutabili,ma non per questo penso che quella degli ingegneri sia ‘una setta misteriosa’ ,riconosco semplicemente la mia ignoranza e la mia scarsa attitudine ai calcoli matematici e sono grata che esistano al mondo persone che invece decidono di occuparsene e che addirittura arrivano ad amare queste discipline per me così oscure.
    arrivando all’ultimo punto: forse ai più non è chiaro che gli psicologi,psichiatri,psicoterapeuti ecc, non hanno come scopo nella vita quello di livellare le persone su un’ipotetica condizione di benessere mentale.nessuno qui vuole togliere quelle piccole caratteristiche che ci rendono,per fortuna, l’uno diverso dall’altro; ben venga la timidezza,ben venga il narcisismo e l’egoismo,ben vengano gli stati malinconici e le piccole superstizioni,ma nel momento in cui tutto questo dovesse divenire angoscia,impossibilità a vivere la vita,a relazionarsi col prossimo,motivo di infinita tristezza,allora sarebbe meglio affrontare questo ‘pezzo di sè’ che ci rende così insopportabile la vita!
    se ho una perdita in bagno,anch’io sono capace a metterci una pezza,ma se chiamassi l’idraulico,risolverei il problema una volta e per tutte,ed eviterei di trovarmi il bagno allagato…non oggi magari…ma le pezze non durano in eterno!
    ritornando alla società: non credi che questo tuo farcela da soli non sia frutto di una società che ti dice che devi essere sempre perfetto,competivito,pronto,sveglio,sano,forte,forte…forte….

  3. Io mi chiedo: “Esiste oggi un individuo COMPLETAMENTE sano-di-mente?”, e mi rispondo “No!”. Non più! Forse nel momento stesso in cui l’essere umano ha abbandonato lo stato naturale per evolversi (?) e passare allo stato culturale, ha introdotto nella sua vita troppi processi mentali che col tempo lo hanno fagocitato (è una mia visione). Ormai qualsiasi cosa ci destabilizza, perfino un semplice “no”, o quel malevolo giochino del “perché?!: perché a me? perché così?”, o quella fottutissima invenzione della “felicità” che ci costringe a dire “non sono felice”, o tutti quegli artifici di cui noi stessi diventiamo le appendici (li hai detti tutti: fumo, internet, etc ma hai dimenticato le soap-operas!!! e sai a cosa mi riferisco).
    Ci destabilizza soprattutto – credo – la caducità e la discontinuità delle persone, del mondo e delle cose, di tutto.
    Ormai tornare allo stato naturale-animale (vivere solo del proprio corpo, vivere in un ciclo di energia e fatica, senza fobie, paranoie) è impossibile, per cui non appena si riconosce di avere qualcosina che duole (come il mal di pancia ;P) concordo con te che bisognerebbe parlarne con chi può farti passare la “bua” o_O
    Come hai detto tu, si tratta anche di accettare la situazione, ma quello che io non capisco è quale sia la SOGLIA, quale il limite. Come funziona? Tornando all’esempio “mal di pancia”, devo aspettare che sia un’appendicite o che diventi una colite assatanata “pi curriri nno dutturi”? Quando andare dal ServoDell’Anima?
    In ogni caso, ben venga lo/la psicoterapeuta, anche se a me piace più il termine strizzacervelli ;P proprio perché lo/la immagino mentre prende metaforicamente non la mia psiche ma il mio cervellino “assuppato e assammarato” e comincia a spremacciarlo come una spugnetta che poi torna bella leggera :)

  4. Penso che Alessandra abbia detto tutto, e perfettamente.
    Aggiungerei che la realtà è polisemica, non ha un senso solo e ci sono molte risposte quante sono le sue infinite possibilità; ognuno ha la sua da dire all’altro o da trovare in se stesso. L’importante però è trovarla e/o riuscire ad ascoltare; non cocciutamente, non testardamente, perché a quel punto tutto si riduce all’ILLUSORIA e poco realistica “voglia di farcela da sé”. Bisogna sapersi rinnovare, rinunciare a quelle parti di te vecchie e maleodoranti che ti avranno accompagnato per tanto tempo e saranno per qusto parte rassicurante di te… ma che ormai potrebbero essere obsolete, castranti.
    E queste risposte non per forza le ha uno “psicologo”, potrebbero averle tutti (ci sono molti non-psicologi che le hanno infatti!), ma la particolarità qui è che “la categoria” studia apposta per acquisire quegli strumenti che diano la capacità di cogliere/accettare/rispettare la polisemia dei punti di vista sulla realtà, di ascoltarli senza impazzire e di comprenderli empaticamente, senza abbandonare per strada la voglia di aiutare. Perché, al di là del giusto o sbagliato, che ormai è unanimemente riconosciuto essere SOGGETTIVO… qui si parla di stare meglio (con se stessi e col mondo), non di andare in inferno o in paradiso.

    per Salvo: ognuno ha la sua soglia, il suo momento X per accettare che è il momento; il momento di mettersi nelle mani di qualcun altro ché da soli non ce la si fa, il momento dell’umiltà e di guardare in faccia i propri limiti, anche se quella faccia è la meno semplice ed è vecchia e brutta e arcigno-amarognola. Bisogna sapersi leggere dentro dentro con sincerità purtroppo, per questo. E non è cosa da tutti; qui sta la superbia dell’uomo-figlio-della-societàignorante&asuavoltasuperba.

  5. Direi che oggi si puntà molto più sulla ‘quantità’ della vità, che sulla qualità di essa. Siamo una società di anime in pena destinate a vivere 100 anni, ma con il cuore morto.

  6. “E quando è tutta una società a scagliarsi contro non solo all’ipotesi di una malattia che di somatico ha poco o nulla e di mentale ha invece tutto, ma anche contro l’idea stessa che qualcuno possa aiutare chi sanguina psicologicamente, c’è solo da sperare che lo spirito santo esista, e che presto illumini con le sue lingue di fuoco i capi di questa massa di australopitechi. ”
    Sono completamente d’accordo con questa frase… è difficile ammettere che a volte l’aiuto di qualcuno può fare solo che bene e, cosa ancora più difficile, ammetterlo a se stessi. Ma questo non significa essere “malato”!!! Questo è uno dei prinicpi generali che dovrebbe entrare nella mente di tutti, società e no. Andare da uno psicologo, oggi, è diventata la moda di molti. Molti dei quali, però, non hanno capito bene la nostra utilità, quello che veramente vogliamo fare.
    per il resto… avete detto già tutto voi!

  7. Forse è proprio come dice Noemi, forse c’è l’illusione che l’uomo debba farcela da sè. Ma alla fine, mi dico io, lo psicologo dietro la scrivania cosa fa? Applica una serie di tecniche e di finezze che ha appreso studiando e praticando. Il soggetto che sta al di là fa tutto il lavoro, è lui che soffre che si vergogna e che piange quando viene da noi, o che in alternativa non viene e quindi piange a casa… Quindi è vero che il soggetto CE LA FA DA SOLO perchè è lui che porta se stesso e noi non facciamo altro che accoglierlo in maniera “competente” (lungi da me dal pensare che questa “competenza” voglia dire escludere tutta la parte umana e affettiva del nostro lavoro). Non ho mai visto nessuna terapia andare a buon fine se il terapeuta si propone in questa luce quasi miracolosa. è vero, studiamo tantissimo, ma non siamo i SERVI DELL’ANIMA (stiamo attenti a dirlo perchè sembra veramente il nome di una setta!), siamo degli ingegneri che stanno lavorando su un campo diverso da quello dell’edilizia. Ma se non ci danno il terreno per costruire è inutile sbaritare, non c’è campo dove lavorare.
    Avete mai provato a portare un soggetto restio alla terapia dentro uno studio? A fare una restituzione precoce? Avete mai avuto pazienti a studio che si sono resi conto dopo anni e anni di aver bisogno di aiuto e solo dopo tanto tempo hanno messo in piedi un lavoro terapeutico canonico? Non possiamo costringere i potenziali pazienti ad avere un gigantesco insight sulla loro condizione. è assolutamente normale che preferiscano il grande fratello allo studio di uno psicologo.
    Ed è questo il nostro lavoro, finchè decidiamo di rimanere gli psicologi dello studio, finchè offriamo un servizio non ci possiamo aspettare che tutti ci acclamino… Noi ci occupiamo di cura, diagnosi e prevenzione… Non di reclutamento forze.

    • “Servi dell’anima” è ovviamente metaforico, se vogliamo “retrò”, ma è un’espressione utile per intendere la disposizione d’animo che dovremmo avere.
      Per il resto capisco la tua posizione, io non mi riferisco assolutamente ad un “reclutamento milizie” forzato come nell’esercito.
      Mi riferisco alla totale assenza di interesse verso un ambito che – più che togliere – potrebbe dare all’essere umano.
      Mi riferisco alla grottesca indifferenza ed al sospetto paranoico con cui spesso anche solo l’ipotesi di un’eventuale richiesta d’aiuto è guardata.
      Mi riferisco al masochismo per cui le persone bisognose continuano a soffrire piuttosto che considerare l’ipotesi di una consulenza.
      E quindi in ultimo mi riferisco a ciò a cui tutto questo rimanda: una società (di individui) che non crea cultura della cura, anzi, che ci allontana (noi psicologi e gli individui) dalla cura stessa, se non intesa come “farmaco” da sbaritare (per citarti) sul sintomo. O, in alternativa al farmaco, ci inoculano il grande fratello endovena…. ma siamo là.

  8. Mi dispiace ma non sono assolutamente d’accordo.Sono anche io studentessa di psicologia,e anche a me capita spessissimo di vedere l’oggetto dei miei faticosi studi liquidato in quattro e quattrotto,paragonato a ciarpame astrologico degno dei peggiori cartomanti.Tuttavia non penso che la colpa sia nè della società nè tantomeno della cultura del nostro tempo.La colpa è della materia stessa:i test,i quiz,gli psichiatri e gli psicologi che per notorietà e denaro si vendono e scrivono libri di psicologia e parapsicologia spiccia e poi vanno in televisione a interpretare i comportamenti dei concorrenti dell’isola dei famosi e via dicendo,sono fondamentalmente il contatto più diretto che le persone non addette ai lavori hanno della psicologia,e sfido chiunque a dare fiducia a una disciplina i cui rappresentanti di spicco sono i Morelli e i Crepet.E poi l’abuso dei test di personalità,anzi dei test in generale,che magicamente svelano chi sei,come sei,che problemi hai,l’abuso del voler sfornare a tutti i costi una diagnosi certa,scientifica,fa il resto;lo stesso voler parlare di “malati da salvare” per me è inaccettabile,e sono io stessa a diffidare da questo modo di fare e di intendere la psicologia.La verità,ovviamente a mio avviso,è che effettivamente un buon tasso di psicologi hanno effettivamente i connotati dei cartomanti;mentre questi ultimi usano le carte per leggere il futuro,i primi si affidano ciecamente a qualche crocetta messa chissà con quanta attenzione dal paziente nel Millon.

    • Invece temo che in fondo tu sia d’accordo.
      E’ semplice: la società chiede (e per l’appunto richiede qualcosa che sa solo “etichettare” come psicologia; gli pseudo-psicologi, quelli privi di etica come Morelli e Crepet (che detesto profondamente) rispondono.
      Certo, è anche vero che se non ci fossero questi psico-cartomanti e i test uguali a delle sorte di psico-oroscopi, sarebbe più difficile. Ma pensaci: se un meccanico si spaccia per tale, anche un agricoltore se ne accorgerà e nella migliore delle ipotesi lo prenderà a calci in culo; Se un Crepet o una Selene si spacciano per psicoterapeuti, nessuno si accorge che non lo sono, né si chiede se lo sono davvero (tranne grazie a dio noi!), perché l’individuo medio è solo quel tipo di risposte e di servizi che riesce ad accettare di ricevere o di volere dalla psicologia.
      Il resto è ciarpame, tabù, roba da strizzacervelli, da pazzi o da elettroshock.

  9. bisogna domandarsi cosa ha fatto la psicologia italiana per cambiare…quasi nulla: la psicologia viene ahime confusa troppo spesso con la psicoanalisi, e in un epoca in cui le neuroscienze e le psicoterapie scientifiche riescono a dare risposte chiare su quesiti oscuri fino al secolo scorso, è chiaro che ci sia tanto scetticismo(e disprezzo) nei confronti di chi ancora fa uso di un linguaggio ed una teoria ricchi di “falli, castrazioni e posizioni anali”…suvvia

    • Erri anche tu, la psicologia non è necessariamente psicoanalisi, né necessariamente a-scientifica. E può perfettamente andare d’accordo con le neuroscienze (chiamasi complementarietà e multidisciplinarietà del sapere) ed avere un risvolti oggettivi e scientifici (che non hanno solo le psicoterapie “scientifiche”!).
      Se poi c’è chi interpreta la psicologia solo come “falli, castrazioni e posizioni anali” (quindi chi parla solo di Freud e co., ignorando che questa è ortodossia), beh, costui è un ignorante, sia che sia uno psicologo, sia che sia un profano che si limita a credere ciò.
      Cerchiamo di non essere così ignoranti noi stessi quantomeno, fomentando queste dicotomie!

      • Vogliamo parlare anche del fatto che moltissima gente studia Freud, e solo Freud, a scuola e poi interpreta quella come psicologia moderna?

        ( che poi molta gente nemmeno lo capisce o non riesce a contestualizzarlo nel suo periodo storico e arriva alla conclusione che “Freud era un maniaco” )

        • Lasp, questo però è una frase “errata” dalle fondamenta, nel senso che chiunque creda che studiare Freud alla scuola superiore equivalga a studiare lo psicoanalista Freud …è un bell’ignorante (:

  10. Ben venga la psicoterapia. Io da profano suppongo che più la personalità di uno psicoterapeuta sia articolata, più sia grande la sua cultura e la sensibilità, più ciò possa giovare alla sua attività. Gli approcci e le correnti di pensiero e le teorie a cui si riferiscono gli psicoterapeuti credo che siano molto varie e variabili. Questa mancanza di uniformità forse rappresenta una difficoltà da parte di chi si appresta a fruire di un aiuto. Ogni approccio conoscitivo sottende una impostazione epistemologica e un atteggiamento morale, si fa riferimento per forza di cose a una scala di valori e a una serie di concetti, che sono impliciti nel metodo stesso in cui si opera. Nel momento in cui tutto ciò viene fatto con la dovuta trasparenza ed onestà intellettuale che problema c’é? Chi è malato e non è in grado di mettersi in discussione, rimanendo ancorato ai propri deliri o alle proprie manie/ossessioni non è nella posizione di poter comprendere pienamente tutte queste dinamiche e il lavoro che svolgono per lui gli esperti. Chi ha disturbi o problemi meno gravi e che potrebbe giovarsi di uno psicologo/educatore ma potrebbe avvalersi anche di un corso di Yoga o imparare a suonare il piano per trovare la pace la calma e la serenità interiore al di là della propria contingenza temporale, insomma chi semplicemente potrebbe stare meglio sviluppando la sua spiritualità non è obbligato a riconoscere gli psicoterapeuti come unica possibilità. Lo psicoterapeuta deve essere paziente con la gente “comune” quella che non ha studiato all’università psicologia ma che forse ha dedicato tanto tempo al proprio animo con mille studi e attività, dal teatro, alla poesia, alla musica, all’alpinismo, alla danza e chi più ne ha più ne metta. Il campo di uno psicoterapeuta è talmente vasto che deve per forza di cose diventare un artista, un vero artista, bisogna essere geniali per aiutare certe persone che soffrono e stanno male. Poi è vero ci sono anche quelli che guardano il Grande Fratello. Che senso ha prendersela con loro? Una serie di condizionamenti da quando sono nati li ha portati ad ammirare il Grande Fratello e dedicare poco tempo alla filosofia. Se la società funzionasse, tutti fossero in armonia, le persone capissero il lavoro, la fatica e l’impegno che ci mettono gli psicologi per aiutare gli altri, ma non solo loro, se ci fosse più tolleranza reciproca ecc ecc, a questo punto gli psicoterapeuti dovrebbero cercare un altro mestiere. Un umile tipografo

Rispondi