La democrazia è dormiente

La parola “democrazia” esprime un concetto ben definito dai Greci e trasmesso nei secoli dei secoli tra le diverse culture occidentali. Etimologicamente significa “potere del popolo”, un fine che, dai Greci fino ad oggi, non ha trovato un giusto metodo di completa attuazione. Finora nel mondo esistono varie idee di come è possibile affidare ad un popolo il potere di governare, più ci si avvicina concettualmente, più sembra ricadere negli stessi errori.

Come si da potere ad un popolo? La domanda implica una domanda ulteriore per trovare risposta: chi effettivamente va considerato parte del popolo e quindi in diritto di governare? Secondo i Greci le donne e gli schiavi non potevano partecipare alla vita politica. Oggi considerare la possibilità stessa che esistano degli schiavi invalida qualsiasi teoria che tenti di fondare una democrazia, però continuiamo a discriminare dalla vita politica delle nostre nazioni persone che ci risiedono da anni e contribuiscono alla crescita economica (la loro esclusione dalla politica nega la possibilità che la nazione cresca anche socialmente).
Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli, in Italia, per esempio, solo gli italiani possono fare parte del popolo italiano, in quanto un popolo si caratterizza per la condivisione di cultura e tradizione, oltre che la posizione geografica in cui si trova. Forse si dovrebbe cambiare la definizione di “popolo” (anche perché questa non mi sembra aiutare l’integrazione multietnica e multiculturale) o cambiare la traduzione di democrazia in “potere della popolazione”, ovvero dell’insieme degli abitanti di un territorio.

Presupponendo che tutte le persone che si trovino dentro uno Stato siano libere di poter partecipare alla vita politica, queste come fanno ad avere il potere di governo dentro questo Stato?

Analizzando le forme di governo delle grandi democrazie odierne possiamo comprendere come la democrazia soffra del metodo con cui la si propone: infatti, parlando di grandi Stati, il popolo si trova ad esercitare la propria sovranità in modo indiretto, attraverso dei rappresentanti. Inoltre il potere è diviso tra i rappresentanti in modo quantitativo, così che ha più potere chi rappresenta più porzioni di popolazione. Teoricamente, se si desse la possibilità a tutti di essere rappresentati, senza nessuna soglia di sbarramento e coalizione alcuna, questo non dovrebbe essere un gran problema, ci sarebbero delle porzioni di popolazione più o meno grandi, ma difficilmente ci si troverebbe in una posizione in cui una porzione di popolazione si trovi in una posizione di così netto vantaggio rispetto alle altre per determinare una dittatura e quindi il crollo del sistema democratico. Se aggiungessimo elezioni frequenti i rappresentanti non avrebbero il tempo per appropriarsi del potere come strumento personale.

Il concetto di democrazia è stato a lungo associato al concetto di libertà, ma questa è un’associazione erronea, infatti abbiamo visto come nella democrazia greca (democrazia di piccoli Stati, per cui era possibile attuare una democrazia diretta) il popolo governava senza alcuna indignazione per la mancanza di libertà delle donne e degli schiavi; inoltre abbiamo anche visto che se il potere è distribuito quantitativamente ai rappresentati del popolo ci sarà una posizione di maggiore potere contro una di minor potere che è destinata a soccombere: se la maggioranza decide per un governo anti-libertario questa è in potere di farlo, e se la minoranza ostacolasse questo tipo di governo sarebbe un governo anti-democratico.
La divisione del potere in modo quantitativo quindi causa problemi di contraddizione etica.

Anche il sistema di rappresentazione del popolo di una democrazia indiretta rivela dei problemi non meno gravi: delegare qualcun altro ad esercitare il proprio potere porta non interessarsi più della società, di non prendersi cura del futuro, perché tanto “c’è già chi pensa per te”. Il potere del popolo diventa così potere dei rappresentati del popolo, popolo che se si disinteressa della società deve decidere per chi votare in base ad altri criteri, come l’amicizia, la simpatia o la stima (quest’ultima non è sempre morale, ma può essere anche economica, “siccome è ricco io lo stimo”).
Inoltre il potere del rappresentanti, gonfiato da quello dei loro rappresentati, porta loro ad associazioni di potere che chiamiamo partito in cui, se il partito è democratico, si sceglie quale dei rappresentanti rappresenta al meglio anche tutti gli altri rappresentanti. Così si creano delle gerarchie, un ordine all’interno di una struttura articolata che trasforma la democrazia indiretta in partitocrazia. In partitocrazia anche i candidati rappresentanti sono scelti dal partito e non dal popolo.
Il potere logora chi non ce l’ha e il rischio che la democrazia indiretta degeneri in partitocrazia è molto forte, soprattutto perché il potere viene distribuito quantitativamente tra i partiti.
Anche il sistema di rappresentanti non garantisce quindi l’effettiva realizzazione di una società democratica, in cui il popolo/popolazione sia realmente sovrano.

La democrazia è un fine ancora non realizzato, e mai lo sarà finché non saranno cambiati mezzi per raggiungerla; le articolazioni della distribuzione dei poteri tra i vari organi di stato serve a mettere delle pezze in un impianto falloso della democrazia; il potere va distribuito innanzi tutto qualitativamente anziché quantitativamente, il rappresentate (se proprio deve esserci) deve essere scelto per questi meritocratiche anziché partitocratiche.
La popolazione infine dovrebbe essere interpellata più spesso nella vita politica tramite sondaggi e referendum che non siano solo abrogativi, come quelli possibili in Italia, ma anche approvativi (ovvero che decidano prima se una legge piace alla popolazione o meno, mentre quelli abrogativi servono solo per abrogare leggi già in atto). L’uso del referendum aumenta la democrazia diretta rispetto quella indiretta e quindi la realizzazione di democrazia in senso stretto.

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