L’isola dalle mille facce e il cambiamento (non) impossibile

Amo la mia terra, Sicilia lucente, eppur tenebrosa, persa, isolata, fuori dal mondo, silenziosa e sempre uguale a sé stessa, ma nel contempo brulicante di mille e più diversi sapori, e odori, e razze e culture che ancora la impregnano e la rendono quella che è. Unica, perfetta nelle sue tante ambigue sfaccettature, fuoco e fango e radici che ti stringono e ti fanno male, a volte, ma non ne puoi fare a meno. La amo con le sue contraddizioni, i suoi umori sempre diversi che sono anche i miei, i nostri, alternarsi schizofrenico di cordialità sfrenata e diffidenza brutale; apertura al nuovo, al diverso, voglia di evadere e scappar via e tenace aggrapparsi a quel suolo amaro che ti segna e ti forma; orgoglio e miseria di una terra che altera si staglia nella sua solitudine, ma proprio da essa schiacciata e resa inerme, impaurita da un mondo sentito troppo lontano, dal quale tenta di difendersi chiudendosi in sé e solo su di sé facendo affidamento, nell’atavica sfiducia di chi, stanco di esser vessato e umiliato, rinuncia alla lotta e vuole solo proteggersi. E vivere in pace. Anche se è una pace fittizia, che soffoca e inganna. Anche se alto è il prezzo da pagare. E continuiamo a farlo, però, perché la paura ci scorre nelle vene, è nata con noi; questa, e la rinuncia, la sconfitta e il mogio ritirarsi davanti al pericolo. Piuttosto che buttarsi e rischiare di farsi male, meglio lasciar perdere prima, non provarci nemmeno. Tanto c’è la famiglia-conchiglia a provvedere per noi. Il mondo, vada come deve andare, poco importa. Tanto, per quanto ci si sforzi di cambiare le cose, tutto sempre uguale resta. Così dice l’anticu, e lui, si sa, non sbaglia mai.

Ma qualcuno che ha messo in dubbio, e continua a farlo, la sacra autorità di questo fatalismo che ci vien dato in nutrimento insieme al latte, c’è stato, c’è ancora, o voglio credere che ci sia: sono le voci, alcune zittite, altre ormai lontane e perse nel tempo, altre ancora che faticano ad alzarsi, a levarsi contro ciò che di marcio e corrotto avvelena la bellezza, la poesia della nostra solitaria perla cangiante oscurata da melme che fatica a scrollarsi di dosso, definitivamente, di coloro che nel cambiamento, nel miglioramento, c’hanno creduto e ancora ci credono;  che della loro terra voglion salvare, e gustare, i frutti migliori, e buttare via la sterpaglia e le gramigne cattive; che del luogo che ha donato loro la vita e l’ha riempita di suggestioni e atmosfere che, davvero, ci devi vivere per poterle capire, tanto ti marchiano a fuoco la pelle e ti si cicatrizzano addosso, macchie indelebili a segnare un’identita che non ti sei scelto, ti ha scelto lei, di questo posto, misto di opulenza e ignoranza, magia e povertà, esagerata grandezza e piccolezza meschina, vogliono ricordare e diffondere con entusiasmo, amore e gratitudine, solo le cose belle, gli insegnamenti utili, le lezioni di vita, l’infinita pazienza, la generosità calorosa, il senso del dovere e dell’onore autentico, il rispetto sincero, la sincera umiltà di chi si sa tanto piccolo, al cospetto del cosmo, eppure fa il suo dovere, sempre e comunque. Voci ribelli e disperate di chi è stanco di vergognarsi e sentire come un peso la complicata isola che si pasce nei suoi dolori autoinflitti, tanto è avvezza a soffrire senza fiatare; stanco di arrossire, se resta, perché costretto ad adeguarsi a barbarici compromessi, a chiudere gli occhi e a non parlar proprio, se vuole campare; se va, perché quasi gli sembra di averla tradita, quell’amata-odiata terra di spine e limoni, di cui si porta dietro, spietata spada di Damocle, la condanna di secoli e secoli di imperfezioni e rinunce. Costretto ad abbassare gli occhi di fronte alla viscida, implacabile parolina che pesa più di tutte, che annulla il valore e il significato, l’orgoglio da cui ti senti investito a pensarti erede di tanta bellezza, di tanta cultura e modi di vedere alla vita, di viverla, identificato, ancora e ancora, con quel marcio che hai sempre rifutato e tenuto lontano da te: mafia.

Dannata, maledetta mafia. Che sporca, che impuzza, che inquina e paralizza e fa marcire, fa morire, e ci condanna all’immobilismo, al vittimismo patetico, a non cambiare mai, nei secoli dei secoli, anche se il mondo gira veloce, anche se il fuori preme per entrare. Perché mafia non è solo corruzione, soldi sporchi, appalti illeciti e pizzo che frena; la mafia non si trova solo là, depravata signora di politica ed economia, potere e violenza sotto gli occhi di tutti, ma che si vuole occultare: la mafia, la sua arroganza, la sua prepotenza che tutto può e da niente può essere fermata, si trova nella vita di tutti i giorni, nei gesti quotidiani, nei banali quotidiani fatti pregni e dominati da una mentalità che è anch’essa mafia. Mentalità radicata e supinamente accettata, disvalori e etiche distorte interiorizzate e fatte proprie, divenute norma e consuetudine, che non si può e non si vuole rifiutare e riconoscere per quello che sono: mafia, semplicemente. Vendersi il voto in cambio di un posto di lavoro: è mafia. Raccomandare o favorire in qualche modo il parente di turno, in barba ad ogni concetto di meritocrazia: è mafia. Abusare arrogantemente del proprio potere per impaurire e mettere a tacere le voci contrarie: è mafia. Impedire il dialogo, il libero pensiero, il libero dispiegarsi dello spirito critico: è mafia. Trattare gli altri senza il minimo rispetto in virtù di una presunta quanto falsa superiorità data dalla forza e dal far la “voce grossa”: è mafia. Sapere e non parlare, vedere e tacere, stare zitti per paura e livellarsi, restare ai bassi livelli di un’assurda quanto potente mentalità che si nutre di pregiudizi e oppressione, fisica ma ancor più intellettuale, non informarsi, non tentare di elevarsi e non far propri i modelli di comportamento corretti e improntati a giustizia di chi ci ha preceduto ed è morto per dare l’esempio: è mafia. Incarnare il peggio, consapevolmente o no, che lo si faccia per paura, tornaconto o quieto vivere, e dimenticare, mettere da parte il giusto che ci è stato posto davanti: è mafia.

Ancor più, ancor prima della sfera politica, di quella economica, dovrebbe essere quella mentale, delle nostre coscienze assopite, a dover essere ripulita e svegliata. Sarò ancora un’ingenua idealista che mastica utopie a colazione, non avrò ancora fatto la mia doccia fredda di dura realtà, ma sono ancora convinta che il cambiamento, se un cambiamento deve esserci, è dalla testa che deve partire; deve essere accolto totalmente, fatto proprio e accettato completamente nella solitudine della coscienza, se lo si vuole poi attuare con forza, determinazione e convinzione. Non è necessario essere eroi, fare chissà quali gesti eclatanti o finire martire e santificato dopo essere stato ammazzato: basta riconoscere il marcio, capire dove sta, e comportarsi, SEMPRE, all’opposto di come vorrebbe, perfettamente coerente con quei valori che si è deciso di vivere ed onorare. Senza scorciatoie, senza scuse e alibi facili. Sempre coerenti. Ed esercitare la critica, il libero pensiero, usare l’arma più potente, la parola, per urlare forte il proprio dissenso, per onorare e diffondere quanto più possibile le parole, le coraggiose azioni, di chi ha portato fino in fondo le proprie convinzioni a dispetto di tutto, pure della morte. Cercando di strappare così altre menti dall’inferno circostante, provando ad infondere in esse quell’amore per la legalità, per il rispetto e la libertà, e quel giusto orrore, quel rifuto per soperchieria e sopraffazioni di ogni genere, che solo può realmente ambire ad un accenno, voluto e veramente desiderato, di miglioramento. Che è quel che ha tentato di fare don Puglisi, finendo ammazzato per questo. O come hanno fatto i vari Fava, Spampinato e De Mauro. Pagando anche loro. Eppure, meglio questo, forse, che il silenzio passivo e acquiescente che è il complice peggiore. E chi realmente, sinceramente ama la sua terra, per quanto ingrata, per quanto indolente nelle sue meschinità, non può non star male a contribuire, con la passiva accettazione, col silenzio menefreghista, con l’indifferenza delusa e che niente più spera, al secolare malore. Meglio provarci a gettare qualche sassolino; per quanto piccolo, sarà pur in grado di increspare, di poco, la superficie pigra del vasto mare.

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