Tutti insieme appassionatamente (a lamentarci). Ma una risata ci salverà, e ci seppellirà. Forse.

Il mondo fa schifo. La società è marcia. Là fuori non ci si può fidare di nessuno, ché basta un niente e ti ritrovi con un coltello piantato nella schiena. Gli altri son pronti a farti le scarpe in ogni momento, quindi occhi bene aperti e in guardia, sempre. Nessuno mi capisce. Nessuno ha mai provato quello che provo io. Sono pazzo. Sono solare. Sono pazzo e solare. Sono tutti stronzi, e solo io mi salvo. Sono tutti stronzi, e allora io mi adeguo. In ogni caso, io mi distinguo. Io sò anticonformista. Sono alternativo, me ne vanto e nessuno ne capisce quanto me.  Meglio la verità, anche se fa male, che una bugia, anche se fa bene e può risparmiarti un bel po’ di magagne. Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. La bellezza è soggettiva. Mia nonna è soggettiva. Tua sorella è soggettiva. Gli occhi sono lo specchio dell’anima: e se c’hai la congiuntivite? Beh, specchio alquanto appannato, ma va bene lo stesso. Non ci sono più i giovani di una volta. Non ci sono più i valori di una volta. Eh ma adesso è andato tutto a puttane, mica come ai miei tempi! Non ci sono più le mezze stagioni. E il mondo è grigio il mondo è blu. Cuccuruccuccu.

Di minchiate del genere (chiamasi frasi fatte e/o luoghi comuni) ve ne sono in abbondanza, ne esistono talmente tante, in ogni campo dell’esperienza umana, che a metterle tutte insieme, ben raccolte e sistemate ordinatamente tipo lista della spesa, magari suddivise per argomento, ogni lagnanza nella sezione apposita, ne esce fuori un libro; e chissà che qualche genio senza un piffero da fare, qualche scienziato stanco di aver per l’ennesima volta scoperto l’acqua calda (e non poterlo dimostrare) non c’abbia già pensato. Un manuale delle baggianate più assurde partorite dalla mente intorpidita di chi, nell’acqua, non si vuole buttare; e allora meglio metter su un bestiario di idiozie a priori, darsi la zappa sui piedi prima, piuttosto che scordarsi tutto e recitare a braccio.

Di questi tempi, ovviamente bui e senza ideali, ché si stava meglio quando si stava peggio, il contenitore senza fondo, la fonte imperitura e sempre aggiornata di tali scempiaggini e insulti all’umana esistenza, il supermarket virtuale più fornito in cui trovare a iosa un numero mostruosamente infinito e illimitato di stronzate tutte ammassate in un piccolo spazio, esiste, ed ha un nome, molto famoso, che inizia per effe e finisce con eisbuk. Ebbene sì, sempre lui, sempre presente, a scassarci i maroni con la storia della privacy, e i fantasmiliardi di amici che amici non sono, e i commenti, e i “mi piace”, e i giochini, e gli status ad effetto,  e i link. Già, i link. Ed è talmente una gioia poter scorrere e leggere e lasciarsi passare davanti tutte quelle frasi, parole, modi di dire, cazzate astronomiche ammantate di saggezza a buon mercato, con accanto la foto del filosofo morto da trecento anni, o il fotogramma più cool dell’ultimo film cool uscito, o altre mille foto a caso, che magari non c’azzeccano niente, però fa figo accompagnare le profonde sentenze con un’immagine. Magari stilosa e paiettata, fa tutto un altro effetto l’aforisma colto accanto alla foto tenerosa sbrilluccicante di buoni sentimenti.

Questa strana accozzaglia di banalità prima riservate a circoscritte e precise situazioni e ambienti sociali, ora appannaggio virtuale di una altrettanto virtuale folla di buoni, folli, solari, depressi, alternativi, sinceri, stronzi e chi più ne ha più ne metta, un po’ infastidisce quel che in me è rimasto dell’iconoclasta nemica di etichette e formalità a basso prezzo, ma più che altro è ad una considerazione che mi portano, è una ingenua domanda che stimolano nella mia mente annoiata: com’è che in rete, al sicuro dietro uno schermo, siamo tutti gentili, sinceri, coraggiosi, colti, umili, accomodanti, sensibili, o almeno proclamiamo a gran voce la nostra adesione a simili alti valori e standard di comportamento, mentre nella vita vera, con l’amico, col vicino, col collega di lavoro, con lo sconosciuto che non vedremo più, chi più chi meno, siamo invariabilmente dei pezzi di merda per nulla invidiabili? Insomma, basta dare un’occhiata al mondo reale: a fronte di così tanti proclami,  troppo pochi son coloro che si allineano seriamente ad un determinato codice non scritto di comportamento, e solitamente sono gli stessi che non lo sbandierano in giro. Un po’ troppo alto il dislivello tra la ciurma arrembante di condivisori di link e chi, nella vita di tutti i giorni per primo segue i consigli dei link che non condivide e dei quali non gliene frega una mazza.

Ma è poi tanto grave, è poi tanto strano un simile stato di cose? No, per niente. E infatti non deve scandalizzare, nè infastidire o fare arrabbiare. Non è nemmeno necessario buttare gli strali su facebook il mostro, la rovina, lo spauracchio e il capro espiatorio, e a far così si rischia di diventare l’ennesimo cliché, di interpretare l’ennesimo stereotipo e restar bloccati nel solito luogo comune. Un’alternativa, un debole tentativo di ribellione sarebbe boicottare i link, non condividerne nè commentarli (tecnica in parte utilizzata dalla sottoscritta); o, se proprio non si può rinunciare alla smania di avere sulla propria bacheca le ultime parole famose dello scrittore alcolizzato o le perle di saggezza fai-da-te e reinterpretate a misura di analfabeta-che-non-ha-mai-letto-un-libro-ma-pensa-che-basta-condividerne-i-passi-più-famosi-per-darla-a-bere-ad-un-altro-analfabeta, è divertentissimo, anarchico e liberatorio andarsi a cercare i più bizzarri, assurdi, idioti, non-sense, paradossali, cinici, politicamente scorretti e inutili, e associare ad essi per sempre la finzione pompata di un personaggio, creato su test e link e cagate varie, che non esiste. Che è poi il miglior modo di prender la cosa nella vita fuori dalla scatola, quella vita che si costringe e si tenta in ogni modo di adeguare alle scontatezze senza peso che su di essa si scrivono, prima. Altro che filosofia. Adesso che pure Socrate e Nietzsche sono entrati a far parte della baracconata, che parlar e dedicarsi ad elevate attività non serve più a nutrire lo spirito, ma a riempire il proprio profilo con informazioni interessanti, ad ammorbare le pagine altrui con le prove della propria vuotezza nascosta da belle parole non capite, ma messe lì in bella mostra, solo una risata può salvarci. Non prendersi sul serio, ridere, di sè, delle proprie e delle altrui pazzie, come antidoto alle etichettature. Non fossilizzarsi su un ruolo, su un personaggio incompleto, per essere libero di vagare da una maschera all’altra e tutte fustigarle. Ridendo fino alle lacrime.

Vado a diventare fan di Aristofane e Bergson.

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