Noi, precari dell’esistenza

Nasci:
SOGNASOGNASOGNASOGNASOGNA.
PPAH, realtà.
Palloncino infantile scoppia in mano,
Miseramente fottuto,
Cadi
O
Voli
Per caso?

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Qualche giorno fa mi sono svegliata incazzata. Sapevo di essere infelice e di avere molta gente infelice attorno a me. Perchè? Ci ho pensato.
Siamo gente povera? Senza nessuno? Stupida, realmente mediocre e senza risorse?
No.
Siamo gente di quella che se gli si rompe la macchina il mese dopo ne ha un’altra; di seconda mano, ok, frutto di sacrifici, ok, ma un’altra.
Gente di quella che non è del tutto orfana, che probabilmente non è picchiata dai genitori, né violentata dai vicini di casa, né storpia.
Gente di quella che se desidera un portatile lo ottiene, con sacrifici, ok, ma non è neanche il più economico: eccolo, fiammante e lucido, dopo sette giorni sulla scrivania.
Gente di quella che va via da casa ma non va sotto i ponti o a lavorare, va solo a casa dei nonni, cambia residenza, si accolla le rotture con mamma e papà, e più o meno fine.
Gente di quella con lievi complicazioni psichiche di cui non gliene sbatte un benemerito a nessuno, gente che, a dirla in breve, è vittima della società di merda in cui vive, in cui viviamo.
Individui congelati, giovani adulti, figli di famiglie che non sanno essere più guide, di nazioni soggiogate dal Dio Picciolo, di facoltà che stanno lì a dirti che probabilmente sei già fottuto.

Noi siamo questo, quindi? Vittime?
E ci piace, ci consola, ci rasserena pur deprimendoci dirci che lo siamo?
Perché io spesso ho incontrato questo.

Incontro questo quando ascolto gente che parla, che si deprime, che si rannicchia nel suo masochismo da assenza di opportunità socio-lavorative, ma se gli chiedi di preciso cosa cerca, chi è, cosa vuole, poi non lo sa.
Incontro questo quando le persone si rifiutano di scegliere, di dare una direzione alla propria vita, perché il limbo a volte è comodo, è spazio ampio, ampia scelta, libertà individuale di hobby e divertimenti che si fondono con le nostre finalità; è confusione a volte produttiva, certo, ovvio. Peccato che poi, quando tutto resta un calderone amebico nel tuo cervello, le gambe non le muovi mai …e se non le muovi si atrofizzano.
Incontro questo ogni volta che mi sento dire un “nonloso” di comodo che è il suono dell’ottundimento del pensiero di chi non ha voglia di pensare, di chi crede che pensare sia un controllare il proprio pensiero, ché potrebbe andare oltre e far male.
Incontro questo nella ruminazione mentale silente che fa tanto bohemien-alienato-decadente-esteta.
Lo ri-incontro, ancora, nelle troppe lamentele e accuse che rivolgiamo a qualunque cosa abbia la consistenza materiale di incarnare (senza protestare) i nostri fallimenti, i nostri pianti, le nostre illusioni spezzate.

Mi fermo.
Il punto, uno dei punti, sta nell’oggettivo schifo che ci circonda: il mondo, la realtà, è complessa, deludente per noi.
Però, il punto sta non solo in come questo schifo ci condiziona, ma anche in quello che noi ne facciamo; perché noi agiamo, in mezzo allo schifo, o non agiamo.

Penso che nessuno vorrebbe essere accusato di essere un’ameba, un uomo passivo, un senza palle.
Eppure questo è ciò a cui ci riduciamo a piccole dosi quando lungi da noi assumerci delle colpe, iniziare a sistemare noi stessi, tentare qualcosa di concreto!
E’ ciò a cui ci riduciamo quando diciamo che non riusciamo a dare esami, a studiare, a prendere più di 25… e poi però ci alziamo la mattina alle 10 pensando che sia un orario civile; e non solo: iniziamo a studiare alle 11e30 perché ognuno ha bisogno dei suoi tempi e allora prima di iniziare ci vuole un’ora e mezza di pc + latte e biscottini alla panna fresca.
E’ chiaro che non stiamo parlando di pulire il cesso, no. Stiamo parlando di comodismi. Stiamo parlando di noi, che spariamo a zero su istituzioni che sono oggettivamente una merda, che ci demotivano, ma che intanto sappiamo solo sentirci vittime e mai carnefici di noi stessi.
Stiamo parlando di un “nonloso” che è diventato uno stato dell’essere che fa comodo, in cui puoi crogiolarti ad arte, perché pensare, e capire, e andare a fondo da soli o chiedendo aiuto, cercando confronto, scrivendosi e scavandosi dentro, prendersi a calci in culo, dare ragione a qualcun altro che ogni tanto ha le palle di non sorriderci ma di darci un salutare pugno allo stomaco… è troppo difficile.
Siamo in un’epoca decadente che ci ha vestito, che ci dà da mangiare la mattina, che ci infila in macchina e ci fa girare per la città, che ci fa fare delle scelte; siamo vittime e figli nutricati da una situazione epocale, e poi siamo protagonisti… che hanno il coraggio di chiedere il totale rispetto di una viziata soggettività impotente. Cazzo!

Perché?
Perché non abbiamo gli strumenti per fare altro, sì. E a causa di ciò pensiamo di realizzare i nostri sogni senza bastoni tra le ruote; così, quando il bastone arriva ed è pure scheggiato, smettiamo per un po’ di illuderci e ci restiamo mentalmente secchi, vittime della depressione epocale del 25° anno sine laurea e travagghio.
Ma dura poco ed è pure irreale, non impariamo:
Restiamo illusi, forse illusi a breve termine le cui braccine sono spezzate nell’atto di disegnare i nostri paradisi terreni, ma pur sempre illusi che non vogliono accettare la merda che ci sta intorno nel senso più costruttivo del termine: quello di abbandonare quel pensiero magico del tipo “è sempre lecito sognare, e quindi se non ho strumenti per realizzarmi, se la società fa schifo, se il mio sogno della vita è inarrivabile, fine delle trasmissioni. Tanto non è colpa mia.” Come no!

Troppi giovani adulti sono borghesizzati, mediocrizzati dall’idea che la società ci delude, ci ha deluso, ci deluderà.
E allora perché scegliere qualcosa? Perché sforzarsi di capire cosa vogliamo? Perché fare un esame di realtà oggettivo ma anche soggettivo ed imparare a ridimensionare i propri sogni adattandosi al reale?
Forse per troppi non esiste il grigio, è questo il nostro male.
Io che volevo fare la psicoterapeuta, quando ho scoperto che le scuole di psicoterapia costavano 12mila euro, che ero una lumaca depressa e che mio padre non mi avrebbe pagato più neanche un’aspirina, avrei dovuto dare un taglio a tutto. Ci ho perfino provato, ho lasciato tutto per 2 anni, ho lavorato in un call center dei tanti, sono stata intere mattine a letto a piangermi addosso, a litigare col ragazzo di turno e a tirare oggetti.
Poi ho capito che un sogno, se non lo puoi realizzare per intero, lo puoi realizzare almeno a piccole dosi, che la nostra illusione si chiama sogno/idealizzazione/perfezione e che saper solo sognare e idealizzare non serve, se non concretizzi mai.
Ho capito che il problema non era solo della mia facoltà e della mia famiglia, che se non studiavo o se studiavo ma ero depressa il problema era anche mio.
Ho capito che la società fa schifo, ma che questa però non deve essere una scusa per buttare tutto nel cesso, tirare lo sciacquone piangendo, e risedersi sulla tavolozza continuando a piangere.
Se la società di cui siamo figli fa schifo, se non la possiamo cambiare, se non ci consente di raggiungere i nostri sogni, almeno possiamo chiederci chi cazzo siamo, perché siamo così, possiamo cercarci dentro la volontà di uscire da quella passività depressiva che non ci fa compiere scelte, che ci fa inneggiare a valori e ideali senza chiederci cosa vogliamo veramente, che non ci fa trovare aiuti, mezzi termini e punti di partenza.

Nietzsche sperava in un uomo che sarebbe stato capace di affermare i propri valori anche in assenza di criteri di riferimento oggettivi, di guide che indichino la strada; e questo sulla sola base della volontà e della capacità di crearli, di assumersi la responsabilità di definire il proprio destino, i propri obiettivi.
Non era così pazzo.
Se troviamo il coraggio di smettere di demandare e rimandare per metterci al centro della nostra riflessione, lasciando per una volta sullo sfondo lo schifo che il mondo continuerà ad essere con o senza di noi, abbiamo una mediocre possibilità: NOI STESSI.
Possiamo finalmente accusarci di qualcosa e, da lì, capirci, trovare una strada, qualche soluzione che, anche se non sarà il paradiso, quantomeno sarà nostra, e veramente nostra.

Tanto, sti cazzi, con tutte le seghe che ci facciamo non ci andiamo lo stesso in paradiso.
Che ne dite?

5 thoughts on “Noi, precari dell’esistenza

  1. Andrea è stato qui.

    Ha letto tutto, nonostante la sudata…

    Ciò che hai scritto mi appartiene, seppure solo qualche giorno in un mese in cui mi sento “schiavo del sistema”. Eppure non smetto di essere entusiasta delle piccole cose, di ciò che voglio… perchè sento di poter fare ciò che voglio, non mi manca nulla e posso decidere. Trovo molti come quelli che descrivi del “nonloso” e del “chemerda”, ma hai ragione a dire che noi POSSIAMO… non siamo gli sfigati che crediamo, c’è sempre chi è messo peggio e nella “sfortuna” siamo stati fortunati. Penso sempre che tra tutti i luoghi del mondo siamo nati in Italia, che non sarà la migliore nazione del mondo, ma neanche la peggiore… e questo basta a sentirsi fortunati.

    • Andri, io non mi sento affatto fortunata; purtroppo so bene che le comparazioni con chi sta peggio (seppur vere) lasciano il tempo che trovano… ognuno ha la sua storia e bisogna rispettarla.
      Ma di qui a restare immobili e passivizzarsi senza neanche riuscire a pensarSI, ne corre, ecco.

  2. siamo figli e nipoti viziati di una società che ha fallito…ogni piccolo problema diventa ai nostri occhi insormontabile, e la depressione diventa un alibi per non affrontare la vita e quei cambiamenti che potrebbero davvero dare una svolta alla nostra esistenza…la crisi dei nostri tempi, per quanto nefasta sotto il profilo culturale-politico-sociale, può darci una mano a scuoterci dal torpore e a prendere in mano le redini della nostra vita…può aiutraci a capire che in fondo non abbiamo nulla da perdere

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