La zavorra culturale

di Stefano Nicosia


L’ultimo in ordine di tempo è un articolo di Alessandro De Nicola sul “Sole24Ore” del 31 ottobre: l’autore argomenta il perché non sarebbe giusto finanziare con soldi pubblici il cinema italiano. Ma la stampa degli ultimi due anni circa è piena di pezzi sul perché e il percome bisogna tagliare i finanziamenti pubblici alla cultura – sotto forma di libera ricerca, istruzione pubblica e laica, editoria etc. Non intendo scendere nel merito della questione finanziamenti e tagli, e quindi riforme e finanziarie. Noto soltanto che c’è stata una piena di interventi sui quotidiani nazionali che ha indicato con solerzia e vantata acribia i mali del settore culturale pubblico, spesso auspicando soluzioni in prestito da altri paesi – solo quando fa comodo però – o da visioni del mondo aziendalistiche. La piena ha superato gli argini dell’ipocrisia, e nessun sacchetto di sabbia di decenza sembra poter fermare l’acqua sporca che inonda i terreni di discussione. È chiaro che – per continuare nella metafora e abusarne, me ne perdonerete – ciò che resterà da questa tracimazione quando (e se) si asciugherà, saranno campi o difficilissimi da dissodare e riconvertire ad un dibattito intellettualmente onesto, o per sempre insteriliti, come dal sale gettato dai vincitori.

L’ipocrisia sta nel fatto che l’abbondanza stessa degli articoli e lo spirito che li informa dà l’impressione che il problema economico di questo paese sia il finanziamento pubblico alla cultura. Fa passare il messaggio che un sistema culturale pubblico stia zavorrando un paese che senza starebbe benone; e che quindi chi chiede maggiori finanziamenti sia uno scriteriato che non capisce come va il mondo, un sovversivo del libero mercato, un parassita che non vuole giocare secondo le regole dell’economia, ma solo mungere la rosea mammella statale, sempre più vizza, come quella di una vecchia meretrice schiantata dagli anni e dall’aver troppo dato. L’ipocrisia sta proprio nel vedere in questi settori la ragione di un declino economico di un paese, e dedicare un numero intollerabile di pagine a spiegarne anomalie e soluzioni (che si riassumono quasi sempre unicamente in un paio di cesoie. Le forbici sono anche da sarto, puoi ritagliarci finemente; con le cesoie non c’è distinguo che tenga). In proporzione, mi pare (amerei essere smentito) che non si scriva abbastanza, o per nulla, su zavorre molto più letali per il sistema italiano. E quando dico letali, intendo culturalmente prima che economicamente, dove non ho grande abilità di manovra, data la mia formazione umanistica. Dove sono questi strateghi della concorrenza e dei tagli ai finanziamenti alla ricerca quando si parla di scuole e università private? Quante righe hanno speso per discutere dei privilegi alle banche, delle esenzioni ICI alla Chiesa cattolica, degli aiuti alla FIAT, alla sanità privata, a lobby e consorterie? Intendo dire che c’è un’omertà non solo o non tanto sugli aspetti economici delle questioni, ma sui risvolti etici e culturali di questa deriva. A me pare incredibile che persone con un alto livello di istruzione, come i giornalisti in questione, non vedano la frizione tra i loro argomenti e la realtà italiana. E proprio perché non lo penso credibile, devo pensare ad un’ipocrisia di fondo. Accusare pubblica ricerca e affini è sostanzialmente facile, richiede poco sforzo, lo può fare un’articolista alle prime armi. Gli appigli sono tanti, perché lo sono anche le storture del sistema (lo sappiamo benissimo che ci vorrebbero cambiamenti radicali. Solo, non in questo modo). L’effetto è vasto, e il populismo che innerva molti giornalisti può venire salutarmente soddisfatto dal consenso verso i discorsi demagogici e, quel che è più grave, tendenziosi fino al limite della menzogna (Giavazzi, sul Corriere, ne ha fatto un marchio di fabbrica). Il «mammifero italiano» (Manganelli) ha bisogno di nemici comuni. I vicini di ombrellone che si sopportano a stento, non appena è segnalata una medusa vicino alla riva, diventano gli uomini più cooperanti che si possano trovare: la medusa viene individuata, catturata, lasciata sciogliersi al sole. Seguono pacche sulle spalle.

(Alla facilità del dare addosso alla cultura libera e pubblica si unisce forse anche un senso di inferiorità di alcuni riguardo ad una cultura della complessità vs una cultura della semplificazione. Ma è un argomento troppo articolato per poterne parlare adesso)

La prima cosa che il giornalista ti dirà è che bisogna tagliare sugli sprechi di università, scuola, e similaria. La prima cosa è lì: e gli italiani ben presto – se non è già così – andranno cantilenando in giro, nei bar, sull’autobus, dal fruttivendolo, che la colpa del dissesto economico è tutta dei soldi che lo stato dà alla cultura (che non si mangia, insegna Tremonti).

Ultima notazione: le affiliazioni dei giornalisti e degli autori in questione fanno quantomeno sorgere alcuni sospetti. Alessandro De Nicola insegna alla Bocconi; ha frequentato l’università Cattolica di Milano; scrive sul giornale di Confindustria, appunto il Sole24Ore. Anche Francesco Giavazzi insegna alla Bocconi. Come Roberto Perotti, autore di un libro di successo, L’università truccata,1 decostruito da Raul Mordenti nel suo L’università struccata,2 che dimostra «in modo inoppugnabile come i dati di Perotti siano tendenziosamente manipolati, le sue conclusioni grossolanamente ideologiche».3 Certo, possono anche essere intellettualmente onesti verso il settore pubblico, non dico di no. Ma bisogna sospettare, sospettare sempre.


1 Einaudi, Torino 2008.

2 Punto rosso, Milano 2010. Cfr. il numero 3 di «alfabeta2», ottobre 2010.

3 Pierluigi Pellini, «alfabeta2», 3, ottobre 2010, p. 31.

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