13 febbraio 2011: se non ora, quando?*

La parola “femminismo” è entrata nel mio vocabolario precocemente, a causa di libri e frequentazioni intellettuali di mia madre. Per questo motivo, come è ovvio che accada, è rimasta a lungo incompresa e demonizzata nella mia testa di bambina, associata a “pedagogia” e a tutto quello che la portava via da me, dai miei giochi, dalle mie esigenze di figlia in cerca di attenzioni. Per lo stesso motivo, i libri in questione sono rimasti nella libreria a prendere polvere, da me disprezzati, fino al giorno in cui ho iniziato a scrivere la tesi. Sì, perché per un’ironia della sorte, o per qualche contrappasso freudiano, la mia tesi della triennale era sui gender studies, e d’improvviso quei libri sono diventati preziosi per la comprensione di certi meccanismi ai quali mi ero volutamente disinteressata.

Sì, perché spesso le persone, donne e uomini, sono infastiditi da certe tematiche, e usano quella parolina lì per bollare, etichettare, condannare le istanze di parità dei diritti, senza nemmeno chiedersi perché. Io me lo sono chiesto, perché, e forse una risposta, temporanea, l’ho trovata. Il punto è che, a ben guardare, la discriminazione è un comportamento di così facile e frequente attuazione, che tutti, uomini e donne, ne sono artefici, a volte anche verso sè stessi. Il punto è che è molto più semplice non farsi molte domande, e affibbiare categorie come fossero cartellini col prezzo agli individui che minacciano di destabilizzare l’ordine delle cose, o, cosa ancora più pericolosa, farci riflettere sulle nostre azioni e sui nostri giudizi interiorizzati.

Lo ammetto, neanche io, prima di studiare certe cose, mi ero accorta di alcuni meccanismi sociali umilianti o semplicemente poco rispettosi delle donne (e dei generi non palesemente maschili). E molte delle persone che mi circondano, sebbene abbiano un certo tipo di cultura, e vantino studi che dovrebbero aumentare la loro capacità di analisi del reale, spesso non si rendono conto di quanto sia difficile essere donna oggi, in questo mondo. Un mio grande amico, dopo la discussione della mia tesi, mi ha confessato che prima che io mi sedessi davanti alla commissione, si era chiesto che bisogno c’era dell’ennesimo discorso sulla natura del genere e sulla parità dei diritti, ma poi, quando si era reso conto che ad ascoltarmi erano soltanto interlocutrici donne, e che nel frattempo gli uomini della commissione erano usciti dall’aula, o stavano parlando tra di loro, senza degnarmi di attenzione, aveva d’improvviso cambiato idea, e si era abbondantemente incazzato. Me lo ha detto con un po’ di vergogna per il suo apparentemente ingenuo primo pensiero, e indignato per il comportamento dei suoi compagni di genere. E cose di questo tipo capitano di continuo, sono piccole cose, forse, ma, come dice Battiato, “il tutto è più della somma delle sue parti”, e la condizione femminile è spesso più subordinata, sottomessa, disprezzata, umiliata di quanto si possa credere, di quanto possa apparire nel singolo istante.

Ci chiedono perché siamo indignate dagli ultimi avvenimenti, dalla “vita privata” del premier, dalla “scelta libera” di queste donne che hanno deciso di vendere il proprio corpo per fare carriera (quale carriera, poi, è da vedere), come se la libertà per la quale le nostre madri e nonne hanno lottato, sia quella di stare nude in tv, di stare al centro dell’attenzione senza avere niente da dire, di abusare del nostro corpo, e affamare la nostra anima, o il nostro intelletto. Scrive Vittorio Sgarbi*** che le donne che firmano petizioni per affermare la propria dignità sono bigotte e incoerenti, perché quello che sta accadendo è la diretta conseguenza della liberazione dei generi, del sesso, della sessualità. Cita Flaubert, Pasolini, e altri grandi, che, sospetto, si staranno rivoltando nella tomba a sentirsi tirati in ballo per questioni così basse. Li cita perché si fa forte di un pensiero intellettuale così infarcito di maschilismo, machismo, aggressività androcentrica, che, crede lui, sarebbe impossibile dargli torto. E nei fatti, è uno di quegli uomini a cui non si può dare torto, perché non da spazio alle risposte che non siano in linea col suo pensiero, pensiero che a sua volta è in linea con quello dominante, androcentrico, maschilista, schiavo.

Caro Vittorio, e cari uomini e donne stupiti dalla nostra indignazione, la libertà è un’altra cosa. La liberalizzazione dei costumi non è sinonimo di perdita del valore dei corpi, e la femminilità non è la somma di un paio di cosce e due tette rifatte. La libertà dei comportamenti sessuali è un valore, ma deve essere coerente, sempre, con i principi minimi di una morale che non ha bisogno di tirare in ballo divinità distratte o nuclei familiari in declino, ma che è amica del buon senso, del rispetto dell’Altro, della libera consensuale unione, alla pari, volontaria, per uno scambio che non ha nulla a che vedere col potere, coi soldi, con l’ascesa sociale, ma che riguarda bisogni e piaceri che non hanno prezzo.

Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, ha raccolto le testimonianze di giovani donne e uomini, e ha letto qualche estratto alla manifestazione “Dimettiti” del 5 febbrario al Palasharp di Milano**. Bene, oltre alle sospettabili lamentele delle adolescenti che non riescono a convivere con certi modelli di femminilità irraggiungibili, o comunque evidentemente degradanti, quello che mi ha davvero fatto pensare è stato l’intervento maschile. Un ragazzo parlava del suo disagio di fronte a certe immagini di femminilità, perché sottintenderebbero un modello maschile che lui non si sente di seguire, squallido, violento, offensivo. Un altro sottolineava la sua difficoltà di adolescente in una eventuale competizione con uomini adulti chiedendosi perché una ragazza dovrebbe scegliere un coetaneo che al massimo ha una bici, e non un uomo adulto (anziano?) che può comprarle gioielli e balocchi. Un altro si chiedeva perché le donne accettino tutto questo, perché non riescano ad opporsi a queste continue umiliazioni, violenze psicologiche, piccole ingiustizie quotidiane, via via più volgari e pesanti. Me lo chiedo anche io, soprattutto guardando il documentario della Zanardo, pieno di corpi trattati come oggetti, da aggiustare, perfezionare, pompare, svuotare, toccare, ferire, deformare, umiliare. Mi chiedo perché le donne si sentano in dovere di nascondere le proprie rughe, di farsi tagliare da un bisturi per rimpolpare il proprio seno, o le labbra, di abdicare alla propria coscienza, annullare il proprio pensiero critico, e rimanere come Barbie strafatte a sorridere nelle situazioni più umilianti. Guardo un Teo Mammuccari qualunque dare della cretina ad una brunetta sorridente e desidero visceralmente che lei si indigni, che giri i tacchi, e lo lasci lì come un pesce lesso. Ma lei sorride, e rimane, insultata e felice, impotente, fatalmente priva di dignità, memoria, personalità, dunque esistenza.

Ecco perché credo che sia un dovere dire e fare qualcosa, partecipare alle manifestazioni di questi giorni, scrivere e affermare la nostra indignazione, senza violenza, con l’uso della ragione, e dei nostri visi, dei nostri corpi, vestiti e pieni di rispetto. Ecco perché credo che donne e uomini debbano dire che c’è un altro modo di vivere il proprio genere, un modo più dolce, più libero, lontano dai giri del potere, lontano dallo squallore e dalle aberrazioni che il sistema dominante ha scelto per noi. E’ un modo che ci assicura la libertà massima, ma che non mina la nostra dignità. Un modo che ci permette di essere donne, uomini, altro, senza annullare l’attributo più importante della nostra persona, l’esistenza, un’esistenza libera dalla nascita alla fine della vita, che non scompare al primo accenno di cedimento del lifting.

Andiamo a manifestare, dunque, il 13 febbraio, e gli altri giorni, non per insultare le donne che hanno scelto la via della vendita del proprio corpo, non per giocare alle piccole moraliste, non per condannare le vittime di questo sistema, ma per mostrare che un altro modo c’è, e fa meno male.

*per ulteriori informazioni e per sapere dove si svolgeranno le manifestazioni,  visitate il blog Se non ora quando.

** qui trovate l’intervento di Lorella Zanardo al Palasharp di Milano

*** qui l’articolo di Vittorio Sgarbi

6 thoughts on “13 febbraio 2011: se non ora, quando?*

  1. molto bella la tua riflessione, mi piace soprattutto il tuo finale “un altro modo c’è, e fa meno male” potrebbe diventare uno slogan per domenica “donne, un altro modo c’è, e fa meno male”, se non ti dispiace il plagio.
    Maria Adele Cipolla,
    Palermo

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