Dannatamente indignati

Ci sono luoghi difficili da abbandonare, radici avvinghiate con tutte le proprie forze a terre aride e sfruttate, che mantengono, comunque, la presa.

C’è sempre poco tempo per guardarsi intorno, strade percorse e ripercorse mille volte che si trasformano in semplice asfalto sotto i piedi,mentre siamo impegnati in un percorso che rientra nella routine quotidiana.

Frammenti di città passano dalla nostra mente, voci confuse con parole non colte attraversano i nostri pensieri. Poi un giorno ci si perde in un piccolo pezzo di prato davanti al mare, con alle spalle una città che pulsa.

Alt, fermi tutti, il piede prende nuovo andamento, si gira lo sguardo e si indaga la bellezza. L’olfatto ne coglie l’odore e la mente elabora il dolore dell’abbandono, non un abbandono fisico, o almeno non solo quello, l’idea di aver lasciato che le cose andassero a rotoli, di aver delegato senza interesse, di aver lasciato che si derubasse e violasse la nostra città, la nostra casa.

Allungare il passo verso luoghi lontani, pensare all’estero, pensare a ritornare, ma con l’idea comunque di partire. I sensi di colpa, dopo la presa di coscienza che forse qualcosa si può ancora fare, e la paura di non riuscirci, di combattere contro orchi incredibilmente più grandi di noi. Perdersi tra le vie del centro è facile e piacevole, guardare con piacere il proprio mare, conoscere la propria cultura, ed il desiderio di salvare tutto.

Dannati dall’amore di qualcosa che sentiamo averci nutrito, dannati per la paura di non poterne godere più, per lo spazio che sembra stretto dalla morsa della decadenza. Dannati perché pensiamo che, in fondo, è anche colpa nostra, che il mostro è in casa nostra e che noi non siamo ancora riusciti a farlo sloggiare, sapendo che la sua fame aumenterà di giorno in giorno, sempre diversa, sempre mutevole sarà il suo menù.

Dannati perché si vuole restare, ma con il rischio di piangerne le conseguenze, con il rischio che le cose non cambino, ma nonostante tutto indignati e arrabbiati scegliere la propria terra. Lottare per tenersela stretta, come dovrebbe lottare qualsiasi uomo o donna per non farsi scivolar via un’amante difficile da trattenere nel proprio abbraccio.

Andare sapendo di ritornare, senza il rimpianto dell’abbandono, della possibilità mancata. Sarebbe bello, potrebbe essere possibile, forse è difficile da credere, forse bisognerebbe davvero essere indignati, sentire fino alle ossa la voglia di ribaltare lo stato delle cose, sentire la ribellione e la resistenza alla prepotenza e all’arroganza come elemento fondamentale della propria vita sul suolo su cui si cammina, sul quello stesso suolo su cui troppo spesso si corre senza guardare più in là dell’impegno immediato. Consapevolezza ed indignazione, Palermo e rinascita, partenza e non abbandono.

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