Funamboli

Una corda tesa, legata da una parte all’altra del telone, sopra le teste degli spettatori, che se solo facessero lo sforzo di alzare lo sguardo riuscirebbero a vedere. Una corda tesa, questa volta più in basso, legata fra due alberi in un parco di Barcellona, un ragazzo che impara a starci su e una ragazza accanto che lo incoraggia suonando qualcosa.
Equilibrio precario, incerto, delle volte difficile da mantenere.
Luoghi distanti e vite differenti, un filo, un pubblico e il bisogno di equilibrio.
Solo a pensarci ci vengono le vertigini, la paura dello schianto. Eppure siamo funamboli, tutti.
C’è chi ha imparato a mettere bene il piede, chi cerca sotto di sé la rete continuamante e chi riesce a fare più passi, uno dietro l’altro senza mai guardare giù, forse perché certo della sua protezione, forse perché non gli importa che cia sia o meno, impavido. 

C’è un ragazzo su quel filo, ha le braccia larghe, il passo incerto, delle volte cade, teme che la corda non sia ben tesa, ma non molla, ci sta su, decide di voler arrivare fino alla fine, ci dovrà riuscire. È una giornata di sole, il parco è pieno di ragazzi che suonano, leggono, mangiano; tutto intorno c’è una splendida atmosfera. Io smetto di ascoltare la musica, lo voglio guardare, solo lui, ogni volta che cade, da quel filo legato tra gli alberi a pochi passi da terra, si sente un suono nell’aria, è il suono del suo filo, una frustata. È bello da sentire, sembra il suono dell’errore “hai sbagliato, ricomincia, un’altra volta, su”. E lui di nuovo, braccia aperte, schiena dritta e ricomincia, un piede, poi l’altro, senza guardare di sotto, fisso sulla ragazza davanti a sé che suona la chitarra e che in uno spagnolo che poco comprendo lo invita a continuare, ad andare avanti, tanto lei è là, suona e lo guarda. Riesce quasi ad arrivare fino alla fine del filo, a toccare l’altro albero, ma ricadrà e ridendo, certo della sua rete, riprova per l’ennesima volta.

A pochi passi da loro, seduta su un prato, mi guardo intorno e mi pare di vedere tutti, me compresa, sulla propria corda, più o meno vicina a terra, rischiando più o meno tutti di cadere: chi guarda negli occhi qualcuno, chi recita la preghiera del funambolo, chi va avanti per curiosità, chi per passione.
La religione, i sogni, i desideri, le relazioni, la gente, la voglia di conoscere, la curiosità, la letteratura, la scienza, il cinema: tutte reti possibili di noi funamboli inconsapevoli. Scegliere da cosa voler essere salvati, raccolti dopo la caduta.

Vedere un funambolo al parco e capirsi, analizzarsi. Errori su errori, poi rinvincite, speranze, il piacere della scoperta, la gioia del ritrovamento, di una scommessa vinta con se stessi, lo stupore davanti a una persona o a se stessi quando si riesce ad andare oltre le proprie aspettative, e poi un mondo intero, da raccontare in tutti i linguaggi possibili.
Retorica? Potrebbe anche essere; ma in fondo tutti noi sappiamo di camminare incerti, privi di un vero e proprio equilibrio, incapaci, spesso, di scegliere il nostro futuro, rassegnati ad accettare qualsiasi cosa ci venga proposta, qualora ci venisse proposta.
In questa condizione, con gli occhi degli altri spettatori\funamboli addosso, è bene saper scegliere la propria rete di sicurezza. Guardiamoci intorno, scegliamo qualcosa che ci faccia stare bene, e che sia in grado di attutire il colpo. Qual è la vostra?

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