Unipà Unipà Canaglia (ovvero deliri frutto della reiscrizione all’Inferno)

Nel mezzo del cammin della ‘mia’ vita
mi ritrovai per caso in una selva oscura
che la diritta via era smarrita.

Era il lontano 2002, ed io, ancora fresca di liceo classico, mi accingevo a fare i miei primi test d’ingresso all’Unipa, Facoltà di Scienze della Formazione, CdL nientepopodimenoché in… scienze&tecnichepsicologichedellapersonalità&dellerelazionid’aiuto-cucciculumsalute&disagio.
In quel tempo ero ancora ottimista, con tutti i capelli in testa e lontana dal pensare quanto era cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte… nonostante avessi di fronte la bellezza di 46 o 48 (nel tempo ho perso il conto) materie da dare in 3 anni (Che poco più è morte.)

Nel tempo, però, qualcosa è cambiato:
– Ho sperimentato l’impossibilità di studiare 24 ore su 24 per soddisfare le aspettative degli sperimentatori dell’Unipa, che ci hanno bellamente usato come cavie da laboratorio per vedere se e come ci fosse possibile girare a mo’ di criceti la ruota delle 46/48 materie in 1095 giorni.
– Ho perso i miei sostentamenti familiari e mi sono trovata a scongiurare il Dio dei Libri fotocopiati di farmeli avere sempre a non più di 0,03 centesimi a foglio.
– Ho sviluppato una pignoleria da vecchiaia e un’ansia-da-prestazione da matricola che mi hanno reso lenta come una lumaca del Guatemala, gracile come Giacomo e con un libretto degno di Einstein.
– E infine, ho perso la fede nell’Unipa. Il colpo di grazia all’incrollabile speranza dello studente modello di ricevere sempre il suo pane quotidiano di sapere è arrivato in età tarda, quando già avevo ecceduto in donazioni di organi corporei per pagare i progressivi aumenti di tasse dell’ateneo panormita.
Non è avvenuto quando mi sono vista sequestrare la macchina per ben 2 volte da quegli stronzi che il rettore ha assunto col loro carroattrezzi invece di creare nuovi posteggi, no. Lì ho resistito al mio nascente odio, ho fatto ammenda per le mie soste avveniristiche e ho giurato di non farlo mai più più più.
E non è avvenuto nemmeno quando ho iniziato a sentire parlare di parcheggi a pagamento dentro la cittadella universitaria, di soppressione della navetta, di tagli di ricercatori e borse di studio.

Il fondo del pentolone l’ho raschiato solo il mese scorso, quando la lumaca del Guatemala, appena laureata e desiderosa di continuare i suoi studi per amore della Psiche, sperò di farlo grazie ad una di quelle famose borse di studio che, nei miei lunghi anni da fuoricorso, ho visto ottenere da cani & porci non esattamente poveri e ignoranti quasi come la calia.
Fu così che iniziarono i miei pellegrinaggi al Caf e all’Ersu.
Dopo aver fieramente sedato una rivolta al Caf in cambio dei miei sparuti ISEU & ISPEU e del mio ancor più sparuto Reddito Equivalete da dipendente con contratto a progetto, mi dissi che ce l’avrei fatta e mi accinsi, piena di entusiasmo, a compilare la domanda online di partecipazione al bando… che scoprii essere scritta con una chiarezza degna di un siberiano che traduce in italiano dal greco antico.
Vidi allora che tutte le rose hanno le spine e che non sarebbe stato così facile ottenere una borsa di studio nonostante (… ma soprattutto perché!) non arrivassi neanche a 3000,00 euro di reddito annuo. Così, col volto momentaneamente mutato in quello del gattoconglistivali di Shrek e la coda fra le paffute zampine, ebbe inizio la seconda parte del mio pellegrinaggio: quella all’Ersu.
Mi recai piena di speme e di foglietti a parlare con un tizio sdentato e con un certo signor Pizzqualcosa, addetto ai due di picche di routine dell’Ersu per i cognomi con lettere dalla S alla Z. Lì, di fronte alla sua scrivania, la lumaca del Guatemala con l’anima da Leopardi e con Freud al capezzale al posto del normalissimo Padre Pio si trasformò prima in fiera dantesca e poi in un bavoso agapornis depresso, separato dal suo unico compagno di vita: la speranza.

«Miserere di me», gridai a lui!
Se fossi stata Dante, sarebbe stata questa la disperazione con la quale avrei risposto al signor Pizzqualcosa quando mi disse inequivocabilmente un bel “NIENTE DA FARE”.

Ma non sono Dante, e nella mia mente bestemmiai, eccome se bestemmiai.
E poi ovviamente piansi.
Per la precisione dissi con gli occhioni lucidi: “ma quindi siccome nel 2011 avevo uno stipendio troppo basso l’Unipa non mi garantisce il Diritto allo studio?”.
Credo che lì il signor Pizzqualcosa si sia vergognato e impietosito, ma nulla poté contro le innumerevoli telefonate che in mia presenza lo distraevano dalla mie spinosa questione per chiedergli… RACCOMANDAZIONI! Poté al massimo riconsultare il bando per confermarmi che quello era il destino di cui dovevo morire: o non studiare più o vedermi gli organi interni per farlo, giacché in passato l’Unipa era già troppe volte stata frodata dai finti poveri siculi ed ormai era corsa ai ripari.
Me ne andai dopo aver semirecuperato la mia lesa dignità e mi accasciai su una panchina fuori dalle segreterie generali ad attendere un’illuminazione celeste, quando ecco il signor Pizzqualcosa che mi venne incontro come un Gesù benedicente e mi disse: “Signorina! La presenti la domanda, dichiari il falso. Non le manderemo la finanza a casa… stia tranquilla!”.

In quel momento, le lacrime mi scesero copiose: per poter studiare dovevo diventare una frodatrice: ovvero, con la sfiga che mi ritrovo, sarei finita all’Ucciardone nel giro di qualche mese. Altro che psicoterapeuta!
Nel momento successivo, rifiutai l’ipotesi Ucciardone e mi dissi che vaffanculo a tutti e che ce l’avrei fatta, che la vera autonomia non sono i soldi, ma la testa, e che potevo riuscire a lavorare e studiare alla faccia di tutti, dell’Unipa e degli stronzi che l’hanno tanto frodata da portarla a creare delle restrizioni generaliste per non prendersela nel popò.
Il momento dopo, scattai questa foto che vedete a destra; poi, il mio istinto di sublimazione mi accompagnò in banca a pagare l’”economico” bollettino per sostenere i test d’ingresso alla specialistica.

«Ma tu perché ritorni a tanta noia?»
L’ho fatto, sì; e solo per la passione per ciò che studio.
Poco dopo, ovviamente, la ratio ha ceduto alla stanchezza, alla tristezza del perdente che si scontra con la potenza dell’ingiusta istituzione, all’idea che i test per una psicologa nata da un esperimento universitario non finiranno mai, alla generale disillusione frutto delle chiacchiere sui ridicoli TFA estivi, delle leggiadre notizie sul bando per il concorso a cattedra (in cui “non è dato, per i nati negli anni Ottanta, avere un posto qualechesia”, citando il dottor Nicosia) e delle certezze sui progressivi aumenti delle tasse.

Il giorno del test cantavo Unipà, Unipà Canaglia in preda già da una settimana ad una condizione borderline di follia creativa e di continua fuga delle idee da un lato e di depressione melensa e piagnucolosa dall’altro.
Ebbi però l’inattesa sorpresa di essere introdotta nel salotto buono dell’Unipa, il famoso Polo Didattico, e di trovarvi un’organizzazione degna di Cambridge con aria condizionata, vigilantes rigidissimi che imponevano file ordinate e inducevano ad andare in bagno prima di entrare in aula perché poi non si poteva più uscire neanche nell’attesa (di un’ora) dell’inizio, 4 aule a nostra disposizione e un omino invisibile con un microfono che dava a tutti le istruzioni in tempo reale. Al suo via – stupor mundi! – è partito un vero cronometro e i vigilantes-soldatini si sono subito attivati per distribuire pennarelli uguali per tutti e questionari imbustati di ben 4 tipologia diverse… Probabilmente gli alti vertici dell’Unipa hanno organizzato questi test d’ingresso dopo una soddisfacentissima orgia di gruppo che ha donato loro una momentanea, preziosa, lucidità. Momentanea perché naturalmente i risultati (generati da subitanea correzione computerizzata) si fanno attendere per 14 giorni (almeno) e al 15° giorno… iniziano le lezioni del 1° semestre… nonostante poi ci sia un mese di scorrimento-graduatorie!

Ebbene, il mio enorme stupore per questa unica (più che rara) dimostrazione di come l’Unipa potrebbe funzionare vi fa capire come purtroppo essa, con i suoi studenti, sia tremendamente tirchia di questo tipo di precisioni e garanzie.
E la mia ironica e reale storia da studentessa vi farà forse intuire che in questa Italia e in questa Sicilia non ci sono grandi modi per andare avanti, se non dei motivi veri per farlo: l’amore per la cultura, per la professione che si vuole svolgere e per i valori che ci stanno dentro, che credo siano le uniche cose che possano darci qualcosa anche quando aspetteremo secoli per un misero concorso e faremo un quasilavoroqualunque per 500 euro al mese (bene che vada) con pagamento bimestrale (benissimo che vada) a 30 anni.

Se non li avete, l’unica è andare a farsi benedire e a incorniciare il certificato di disoccupazione o il contratto del call center aspettando l’ormai certa apocalisse italica.

…Ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
e vedrai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
(Dante, Inferno, Canto I) 

3 thoughts on “Unipà Unipà Canaglia (ovvero deliri frutto della reiscrizione all’Inferno)

  1. I problemi sono tanti…troppi…siamo sull’orlo del fallimento, a mio modesto parere. La burocrazia FA PAURA, la disorganizzazione e la “dis-comunicazione” creano uno stato di nausea nei confronti di qualsiasi pratica sia necessario svolgere… Personalmente cerco di tenermi il più distante possibile dalla segreteria, che è stata tral’altro “ri-involuzionata” (quanto amo i neologismi). L’Ersu poi versa in una situazione tragica. Il paradosso è che gli studenti devono pagare la tassa regionale per il Diritto allo studio (che è aumentata un casino), ma che gli stessi non vedono rispettato il proprio diritto, dal momento che la Regione s’è mangiata tutto quel che poteva e ha lasciato l’Ente completamente a secco. E’ un paradosso che io debba pagare di più per avere di meno, e forse nulla. C’è gente che aspetta la Borsa di studio dell’anno scorso perché quelle che hanno dato, le hanno dovute dare a sorteggio! Infine, concordo con te sul fatto che per capire approfonditamente il regolamento, servirebbe una laurea in giurisprudenza, dato che certi punti sono ambigui (volutamente). Io sono disgustata da come vanno le cose. Ma bisogna avere pazienza… l’unica cosa che non mi va proprio giù è il paradosso di cui sopra, per il quale non dovremmo piangerci addosso, ma andare sotto al palazzo dei Normanni e scassare tutto.

  2. Ovviamente comprendo benissimo il tuo articolo e lo condivido. Unipa ha tanti aspetti negativi, tantissimi. Però confrontandomi con le mie colleghe a lavoro che vengono da altre Università d’Italia, mi rendo conto che tutto il mondo è paese e che la disorganizzazione c’è in tutta Italia allo stesso modo. Non è Unipa in sé che non funziona, è la pubblica amministrazione in generale che fa schifo. Io sono stata fortunata e non ho mai avuto grossi problemi a livello amministrativo né con l’università né con l’ersu, ma ovviamente ne ho sentite abbastanza. Però le mie piccole soddisfazioni me le sto prendendo e qui (pensa un po’ a Madrid!) sto finalmente sentendo parlare bene dell’uni, o meglio della facoltà di Lettere, di Palermo :)

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