Petardo mon amour

Bum. Bumbumbum. Pàh. Cabum. Etc.

Non sono giochi pirotecnici né scureggie.
È solo il rumore del capodanno: quel delizioso rumore che ti fa saltare in aria pure da sopra la tazza del cesso (poi dipende dal fortunato quartiere in cui risiedi), anche se calato tra le gambe non hai il mutandone del nonno, ma la tua guêpière di pizzo bordeaux.
Già, perché lo scantazzo potents da botto improvviso è universale, non colpisce solo le vecchie zitelle sensibili alle quaranate e ai cambiamenti climatici della regione vulvare, no.
È una sindrome endemica che colpisce la gente, le città e gli animali solo pochi giorni l’anno, quei giorni in cui tutti aspirano per stupide convenzioni alla felicità.
Quei giorni il cui il volgo disperso crede di approdare all’estasi mistica da fine anno

–         non già per esser ancora vivo in barba ai Maya, agli oroscopi di Paolo Fox e all’invasione mediatica della “Brooke de noanti” = Silvio;

–         non già per l’ennesimo millennium bug superato o per le dimissioni di Mario Monti;

–         e non già per non aver speso in bare di rovere e in lapidi di puro e candido marmo tutto il proprio capitale.

Ma… in virtù di quei magici arnesi democratici che rendono una festa pirotecnica ogni capodanno anche se sei uno sfigato: I BOTTI! 

Sì, perché dovete sapere che in queste terre involute del mondo la gente si sente felice, soddisfatta e pacificata non se riesce nonostante tutto ancora a sorridere, ma se può esercitare la sua virilità femminina o peniforme stappando Dom Perignon con la mano sinistra mentre con la destra accende un minicicciolo.

La piaga dei petardi è universale e non guarda in faccia nessuno.
Numeri di vittime, chilate di botti sequestrati dell’infinito valore di: occhi ciechi, mani perse, altre tonnellate di quintali di botti, cani scappati, polveriere, incendi, poiane morte.
Niente distoglie il volgo italiota dalla necessità del botto e del suo inquietante rumore.
Non importa se le lesioni al bulbo oculare puoi aspettartele in qualsiasi momento, sia che stai appollaiato sul tuo balcone a guardare la città sotto i tuoi piedi, sia che cammini frettolosamente per raggiungere la festa del mese a cui sei rovinosamente in ritardo a causa delle due teglie di pasta al forno verde che ti sei ostinata a preparare.
E così fu che mi feci di corsa via Villa Florio per arrivare al numero 73, locus amoenus della mia festa, essendo quasi convinta che non avrei superato tutta intera quella lurida via infestata di bambini/adulti scalmanati che mi avrebbero fatto saltare in aria con piacere. Nella paura folle da bottoparty, pensavo che se mi avessero tranciato qualche dito con un petardo gli avrei fatto il culo nero di corp’i lignu, per poi realizzare un secondo dopo che non avrei potuto brandire u lignu senza dita. Mi sentivo perduta e impotenete e, sciddicando qua e là con i miei tacchi da 31 dicembre, acceleravo il passo fino a infilarmi dentro il portone del n° 73 come se fossi nel Bronx: lì, finalmente, respirai e mi sentii salva.
Et voilà il terrorismo-da-capodanno, alla faccia delle feste e dell’amore tra gli uomini.
E ovviamente non era iniziata lì, non credete. Già da giorni il mio gatto di 3 tonnellate e mezzo riusciva addirittura a farsi di corsa tutta la casa saltando in aria con le sue cicce ad ogni BUM; ed io con lui, povere vittime di non so quali infanzie disadattate che temono automaticamente i forti rumori. Immaginate per un attimo cosa voglia dire per un udito animale sopraffino sentirsi immotivatamente invaso in più orari della giornata da rumori inconsulti provenienti chissà da dove che minacciano di farti esplodere il cuore di cacazzo. Buon anno amici pelosi, eh! Vi amiamo noi uomini, come no!

In giro si legge di tutto: stragi di animali sopravvissuti a ben altri traumi, “107 feriti il bilancio in Campania”,  “A Palermo 16 le persone che hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche per ustioni ed escoriazioni provocate dai botti di Capodanno”. Quest’anno di meno, l’anno scorso di più. Dita amputate e numero di falangi fratturate.

Bisogna davvero fare così tanto rumore, vedere esplodere qualcosa che fuoriesce quasi magicamente dalle tue mani o dal tuo accendino, per sentirsi vivi?
Forse se questa gente che alimenta i circuiti mafiogeni della roba illegale da far vendere agli angoli delle strade ai minorenni vivesse a Gaza, beh, forse non li vorrebbe sentire questi botti che invadono il cielo, forse se ne starebbe bella cueta a scambiarsi sorrisi davanti a un panettone artigianale, che è tanto bbono e costoso che te lo puoi permettere solo se non spendi 20 euro di maxiciccioli.
E cari mamme e babbi, i vostri terroristi-bambini, invece di accontentarli in queste barbare usanze malsane, teneteveli dentro il 31 dicembre, fateli giocare non tanto con le wii, ma magari con la palla, con le trottole, con le figurine e con voi. Altrimenti poi annacateveli piangenti loro e voi pure, con quattro dita bruciate e uno saltato, grazie al quale quantomeno (così penserete) riceveranno a vita la pensione d’invalidità.
Invece, per gli adulti con i cervelli da bambini che piuttosto che fare l’elemosina, o andare a fare i volontari in Africa o andare a spalare merde per quei degni luoghi al collasso che sono i canili, spendono tempo e denaro in queste attività, non mi viene molto altro in mente da suggerire oltre ai gulag rieducativi e al napalm. Il contrappasso prevederebbe, in modo molto saggio, un petardo nell’ano. Ma noi aborriamo la legge del taglione e ci rimettiamo alle leggi dello Stato, che arrestano cento poveri-spaccini-di-fuochi il 31 dicembre e l’1 gennaio lasciano liberi i più ricchi & intoccabili e che, purtroppo per me, non vedono con gli stessi occhi con cui l’ho visto io un banchetto di botti con due bambinetti dietro che li vendono e li sparano indisturbati di fronte Nino u ballerino, in corso Finocchiaro Aprile, “solo” dietro il tribunale.

Certo è che, al di là di tutto, se la gente è più felice grazie ad un rumore assordante, allora si è davvero perso il senso di tutto e allora viva la legge del taglione: questo epitaffio pseudo-informativo delle “vittime” di quest’anno a questo punto dovrebbe essere anche più esteso.

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