Appunti di Storia per i berlusconiani

La superstizione in cui siamo cresciuti non perde il suo potere su di noi solo perché riconosciuta. Chi deride le sue catene non è sempre libero. (Nathan il saggio, Lessing)

L’antisemitismo non è stato un affare solo estero. Né l’Italia ci arrivò per ultima. Alla fine dell’Ottocento degli scienziati pensarono bene di fare ricerca su una questione che attanagliava generazioni e generazioni di esseri umani, anche italiani. Le razze sono tutte uguali o possiamo considerarci migliori di altri? La tecnologia “avanzata” del tempo permise di arrivare ad alcune conclusioni che avrebbero causato le derive violente degli anni a seguire. L’eugenetica ne stava a capo.

In Italia si collocò su questa rotta il progetto nazionalista di proteggere la propria popolazione dalle ricadute economiche. A questo si associò la storia della salvaguardia della specie, la quale avrebbe dovuto mantenere le caratteristiche linee di purezza che la contraddistinguevano, altrimenti sarebbe stata minacciata dall’ibridismo: la razza non poteva permettersi questa ricaduta.

Ad un certo punto della storia nazionale, però, sopraggiunsero interessi espansionistici a coronamento, forse, di quel senso di onnipotenza che può, a volte, portare senza farsi troppi scrupoli all’arrembaggio di terre non proprio di nessuno, alla conquista di territori che diversi popoli avevano vissuto per generazioni e generazioni.

Si può citare Gramsci, che si contrapponeva ai metodi poco apprezzabili del colonialismo europeo a lui contemporaneo, al quale si stava approcciando l’Italia nei primi vent’anni del Novecento: gli europei “hanno obbedito a un impulso dei loro capitalismi e nelle colonie hanno creato delle imprese capitalistiche, ma non una società capitalistica”, con la colpa che “abbiamo la tendenza all’egocentrismo, ci crediamo al centro dell’universo”.

Nel 1938 l’Italietta fascista si proclamava ufficialmente razzista una volta e per tutte, con La difesa della razza, perché era essenziale diffidare dagli ebrei “cospiratori” o dai “negri” sottosviluppati. Se si guardano alcune immagini della propaganda del tempo (così lontano, così vicino) si resta ad occhi aperti, increduli. Non solo. All’interno dei ranghi del potere fascista diversi personaggi alimentavano gli animi in maniera vivace contro i non-italiani – nonostante questi facessero parte della società – e senza bisogno di avere l’appoggio morale dell’avanguardia iper-razzista della Germania.

Eh no, l’Italia dei ruggenti anni del fascismo sapeva cavarsela da sola: vedasi Roberto Farinacci, il cosiddetto “porcospino del fascismo” (Istituto Luce docet), nonché uno dei più temibili radicali-esagitati del Pnf, considerato uno dei primi sostenitori dell’antisemitismo italiano, di un razzismo, seppur non biologico, giustificato da motivazioni di tipo politico, almeno nei confronti degli ebrei, ma che si poteva chiamare tale e senza abbellimenti nei confronti delle inneggianti derive violente rivolte agli etiopi sottomessi dall’invasione “necessaria” di metà anni ’30.

Suo compare di vedute, Giovanni Preziosi, fu altrettanto pronto ad ergersi come guida spirituale del razzismo italiano, promulgando la pericolosità dei rapporti “misti” che avrebbero potuto portare a pericolosi “meticci”, causa dell’impoverimento della razza, ancora di più nei confronti degli ebrei. A questi ultimi dedicò la traduzione e la pubblicazione in italiano di quell’immondizia chiamata “I Protocolli dei Savi di Sion”.

Il razzismo del Ventennio si discosterà da quello tedesco, quindi si può parlare di vera e propria autonomia ideologica.

Ogni guerra, anche se solo fatta a parole, è un’operazione di screditamento di un nemico, del quale vengono esaltate negativamente le caratteristiche fisiche solo per alimentare il pregiudizio, condito da dicerie da piazza; loro che obbligano a rinchiudere una parola tra le mura altissime ed invalicabili di un ghetto. Ogni guerra si farà testimone di macabri episodi di passatempo-punitivo e la retorica della salvezza dell’altro dalla sua schiavitù (causata da dittature, politiche opprimenti, violazioni dei diritti…) sarà soltanto il pilastro fondante di un’impalcatura morale, di grande impatto mediatico che sempre, ieri, oggi, e chissà quanti domani, passivizzerà interi popoli-adepti, fermi, come di fronte ad una partita, nel tifare soltanto per una squadra e mai per l’altra.

P.S. per i ragionevoli: Si spera che la deriva nazionalista ed esclusivista non ritorni, che la paura di soccombere tra debiti, disoccupazioni, crisi economiche non faccia ritornare la voglia di venir dominati dall’uomo forte, dal padre-padrone che apparentemente ti permette di chiudere gli occhi, la notte, senza aver la paura del buio e dell’uomo nero di turno.


Riferimenti:

M. Di Figlia – Farinacci. Il radicalismo fascista al potere.

A. Gramsci – Nel mondo grande e terribile.

http://it.wikipedia.org/wiki/Fascismo_e_questione_ebraica#cite_note-2

5 thoughts on “Appunti di Storia per i berlusconiani

  1. articolo interessante, peccato che il velato “paragone” finale non si regga in piedi. verrebbe da replicare con alcune massime cheguevariane
    “”il nero è indolente e sognatore, spende il suo magro salario in frivolezze o bevande, l’europeo ha una tradizione di lavoro e risparmio che lo ha portato fino a quest’angolo di america e lo porta a migliorare se stesso, anche indipendentemente dalle sue stesse aspirazioni individuali.”
    “Faremo per i negri quello che i negri hanno fatto per la rivoluzione: NIENTE”.
    Tratte dai DIARI DELLA MOTOCICLETTA di ernesto “che” guevara de la serna.

    • nemmeno io. specie perchè insegnano che c’è molta polvere ramazzata sotto i tappeti. è facile dire “gli altri son cattivi”, più difficile trovare il male in noi, o tra quelli per cui simpatizziamo. lo schierarsi è frutto di un complesso sviluppo evolutivo, ma l’evoluzione non sempre aiuta

        • senz’altro. ogni regime si fonda su solide basi d’ignoranza. la cosa però che detesto è vedere uno schieramento porsi su un certo piedistallo morale. credo che una sana e costante autocritica sia ben più necessaria di rinvangare errori passati degli avversari

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