Where is Ghana?

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Foto di Simona Nasta

Conosco il Ghana per due motivi: il primo è che la colf di mia nonna, Francisca, è ghanese; lei però parla poco del Ghana, dice solo che sono religiosi (suo figlio difatti si chiama Nazareno) e che è molto lontano, così ci va poco e raccoglie per un anno i soldi per il biglietto aereo lavando pavimenti. Francesca (il nome lo ha italianizzato perché così è più facile, dice) è un po’ ursina e musona. Invece il secondo motivo per cui conosco il Ghana è sorridentissimo: si chiama mister Frank e ha un piccolo pub/associazione culturale in centro, qui a Palermo. Io e il mio ragazzo ci siamo dati lì il nostro primo bacetto, così ogni tanto ci torniamo a giocare a dama e a salutare Frank, a bere la sua medicina ghanese (radici sotto gin, un colpo alla trachea!) e a chiedergli come stanno i bambini. Lui ci racconta da due anni che vorrebbe tornare in Ghana, a casa, e aprire lì un localino all’occidentale… È difficile, ma se ci riesce potrà guadagnare, e finalmente a casa sua. Frank è bassino ma non esile, ride sempre e ha un dente spezzato. Un giorno eravamo soli con lui al pub e ci raccontava del battesimo del figlio mangiando con le mani del “fufu” che ci ha graziosamente offerto. Io adoro la cucina etnica, ma era la sua cena, e così ho rifiutato; e però adesso vorrei molto mangiare il fufu, solo che pare si faccia con la farina di banane… e insomma: va’ trovala

Simona Nasta invece l’ho conosciuta grazie a Toni e Alessandra, due dei nostri collaboratori più sfegatati. Simona è la loro nipotina del cuore, nonché infilata in mille associazioni con cui più volte abbiamo collaborato, da Trinart a NPS Sicilia. L’anno scorso abbiamo partecipato al World Street Food Festival, organizzato a Castellammare proprio da loro; abbiamo conosciuto i visi neri di ragazzi felici solo per il fatto di essere, per una sera, fuori dal centro accoglienza: ci hanno fatto ballare in cerchio e hanno voluto farsi 107 foto con noi prima, dopo e durante le nostre letture.

Quest’anno, Simona ci porta invece in Ghana. Lei c’è già stata, lo ha vissuto sulla pelle, ha fatto delle foto e, grazie alla Settimana delle Culture, in questi giorni ha la possibilità di far conoscere a Palermo cosa ha visto e ha fatto. E così ci ha invitato ad “andare” almeno con la mente in un paese che mi sono dovuta andare a cercare nelle mappe dell’Africa per aiutare i bimbi ghanesi e i loro molti capelli riccio-neri. Il suo “Progetto Ghana” è una mostra fotografica dedicata all’esperienza vissuta lo scorso anno al Potter Village, un orfanotrofio di Dodowa (villaggio a 200 kilometri da Accra, capitale del Ghana). Al Potter Village vivono “bambini” dai 0 ai 25 anni. Questo è quello che ce ne racconta: Ad aprile 2015 Io e la mia amica antropologa Daniela Porcarello siamo andate lì con l’associazione umanitaria ‘Soho‘ per portare medicine e vestiti ai bambini orfani di Dodowa; inoltre io e Daniela abbiamo realizzato per loro dei laboratori di fotografia e di pittura. È stato bello proporre ai bambini un momento di espressione creativa, vederli felici di esprimersi, curiosi di usare diversi tipi di macchina fotografica, scegliere i soggetti, vedere subito l‘istantanea e poi dipingere, disegnare le magliette e le bandiere della fantasia”. Ma il viaggio – ovvio – non è stato solo questo:Durante la nostra permanenza abbiamo visto come in Ghana sia facile che una puntura di zanzara causi la malaria e come spesso le strutture sanitarie non riescano a garantire il diritto alla salute. A Dodowa abbiamo conosciuto un bambino malato e diversi erano i bimbi con ferite non curate. Abbiamo visto quanto sarebbe importante sensibilizzare i mini-ospiti dell’orfanotrofio a prendersi cura di se stessi (per esempio, usare delle misure preventive e non farsi mordere dalle zanzare portatrici di malaria), anche perché, se i più piccoli hanno qualche speranza di essere adottati, dopo i 15 anni nessuno andrà a prenderli: resteranno al Potter Village senza guide, senza famiglie che insegneranno loro cosa fare per non ammalarsi delle mille malattie che in Ghana chi non sa prendersi cura di sé può contrarre in ogni momento. Mentre Simona mi racconta, io – che comunque non ho una famiglia “mulino bianco”, anzi! – penso che non lo so com’è un orfanotrofio; per noi “occidentali”, infatti, l’orfanotrofio è solo una minaccia ad uso e consumo di genitori esauriti. Insomma, io da piccola avevo paura del buio e di It, ma non so cosa significhi svegliarsi da sola, tutta sudata con la febbre a 40 a 4 anni e non sapere chi chiamare mentre sei bollente, al buio e terrorizzata, invasa da un terrore senza nome che sa di abbandono e tremore.

Per questi piccoli ricciuti, il progetto Ghana vorrebbe proseguire. Vorrebbe promuovere per e con loro l’educazione alla salute, creare un percorso di formazione (ad esempio di educazione alla pari) che li renda a loro volta degli educatori, con la consapevolezza che ciò significa ridare a questi ragazzi-senza-nome un futuro e forse un lavoro e magari la capacità di prendersi cura di sé (e quindi di sopravvivere).
Per questo, noi che non abbiamo zanzare malariche
(solo zappagghiuni da palude), che abbiamo case (magari una minuscola in affitto) e famiglie (seppur sgangherate e disoccupate), che abbiamo aspirine, almeno un paio di scarpe a stagione e sette paia di mutande (uno per ogni giorno della settimana che Dio comandi), abbiamo accettato di essere con Simona, e quindi con Dodowa e col Ghana: il 19 maggio dalle 18:30, ai Cantieri culturali della Zisa (bottega 5) sentirete le nostre voci parlare di come sentiamo noi l’Altro, questo sconosciuto; e mangeremo tutti insieme l’AperiCultura preparato da Formidee per sostenere l’orfanotrofio o quantomeno farlo conoscere a Palermo.

Non penso mi cucineranno il fufu, ma se la vendita delle foto o qualsivoglia offerta manderà farina di banane, vaccini e speranze varie ed eventuali da Palermo al Potter Village, penso che una speranza ce l’abbiamo pure noi. Magari in Ghana ci andiamo a lavorare con mister Frank e assumiamo pure i picciotti di Dodowa; che qui, nella splendida Italia, le mutande le abbiamo, ma la disoccupazione e l’individualismo tentano ogni giorno di renderci orfani-senza-speranza di noi stessi.

VI ASPETTIAMO!

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