Lullaby

di Federico Orlando

“Be still, be calm, be quiet now, my precious boy
Don’t struggle like that or I will only love you more
For it’s much too late to get away or turn on the light
The spiderman is having you for dinner tonight”
The Cure – Lullaby

Che cosa pensi di me?

Una voce che viene da lontano, in mezzo agli alberi in fondo, continua a ripetermelo, non capisco, dico, non so cosa pensare, e allora l’unica cosa che riesco a fare – quella che mi appare più sensata – è correre verso quella voce e ci sono alberi, rocce, il teschio di una capra in mezzo all’erba, e sembra tutto così familiare, pure il buio, il vento, il freddo – lascialo entrare, mi dico, fai in modo che attraversi il tuo corpo, ma non funziona – ho già vissuto tutto questo, se solo ricordassi quando, e poi perché mi trovo qui? Mi chiedo. Sento che vicino a me, in mezzo agli alberi, c’è qualcuno che mi osserva, sento il suo respiro regolare, e intanto la voce continua a ripetere quell’orribile frase. È inutile, gli alberi sembrano sempre più lontani e ogni mio passo li rende più piccoli, bui, irraggiungibili, e quella voce di bambino ormai mi è dentro, ripete la frase aspettandosi una risposta che non ho e allora continuo a dire che non so cosa pensare, cos’altro dire o fare, lo prego di andare via e sento i miei piedi bagnati; l’acqua fuoriesce: dal terreno, dagli alberi, dai miei vestiti, dalle orbite vuote della capra, arriva alle mie ginocchia mentre il mondo intorno a me cambia faccia e dove prima c’erano alberi adesso ci sono le pareti azzurre di casa mia con i quadri che raffigurano mari di un altro colore. Silenzio. Non sento più il rumore delle foglie, il fischio del vento che si prepara al buio, nulla. La mia casa è diventata piscina, l’acqua è entrata ovunque e ha rovinato tutto, faccio qualche passo per immergermi, tutto è nero attorno a me, quasi non distinguo la sagoma rettangolare delle porte mentre nuotando mi dirigo verso la mia stanza, non riesco a poggiare i piedi, l’acqua è troppo alta; un’altra volta sento che qualcuno mi sta osservando, mi è vicino e il fondo della piscina non mi sembra più così vuoto, sfioro qualcosa con i piedi e sono sicuro che ci sia qualcuno. La luce che proviene dalla mia stanza mi guida verso il mio letto, che riesco a raggiungere afferrando un lembo delle coperte rosse e anche lì, sotto il letto, qualcuno osserva i miei movimenti e mi studia. Osserva in silenzio.

Riapro gli occhi e non esiste altro: sono spariti gli alberi, il teschio di capra, le rocce, l’acqua e il mio letto. Mi trovo in una stanza dalle pareti bianche senza porte o finestre, blindata, fredda. È tutto così insensato, mi dico, grido ma nessuno sembra sentirmi, e poi ecco che ricomincia quella voce cantilena – che cosa pensi di me? – ed è la voce di un bambino che non conosco, che non ho mai sentito, non mi piacciono i bambini, non mi sono mai piaciuti.

Continuo a percepire la presenza di qualcuno ma non vedo altro che pareti, pareti bianche e nient’altro, allora urlo, ci sarà pure qualcuno che mi sente. No, la stanza è chiusa, non comunica con l’esterno, e però so che ci sono altre persone, sento le loro voci quando mi avvicino alle pareti: a quella più vicina sento ridere, persone felici immagino, e sono sicuro che non mi sentiranno o forse non mi va di distruggere i loro momenti. Una porta, la sento aprirsi e chiudersi quasi istantaneamente – avevo guardato ovunque e non avevo trovato vie d’uscita – e poi il buio che sembra riversarsi anche dentro me attraverso gli occhi e la bocca. Sento che la presenza è più vicina che mai, la sento alle mie spalle ma non riesco a voltarmi, i piedi sono pesanti, il busto fermo e le braccia senza forza e in quell’immobilità il mio petto viene stretto in una morsa, comincia a far male alle ossa però mi piace, vorrei che stringesse più forte e che rimanesse attaccato, il dolore arriva anche alle gambe e ai piedi quando la presenza mi morde l’orecchio, lo lecca quasi volesse assaporarlo prima di mangiarlo, chiudo gli occhi, vorrei che non si fermasse (ti spiace se ci fermiamo qui? chiede, sì, rispondo) poi una porta che si chiude in lontananza. Quando riapro gli occhi è sempre più buio tranne un raggio che illumina una figura piccola, un bambino, quel bambino della cantilena, è al centro della stanza; davanti a lui, nell’oscurità, una donna.

Cosa pensi di me?

Il bambino si avvicina con passo lento e timido e continua a porre questa domanda alla vecchia che gli siede di fronte con occhi chiusi, i capelli grigi sulle spalle e inizialmente sembra non voler rispondere, poi parla: «Hai un programma ambizioso, ma è una follia, in quanto vai contro i tuoi stessi istinti. Sono le tue capacità limitate che stanno bloccandoti. Intendi abolire l’ostacolo usando la magia del pensiero. Pensi di riuscire a sormontare l’ostacolo mediante gli artifici che creerà il tuo intelletto, ma credimi, ne pagherai le conseguenze».*

*Carl Gustav Jung, La comprensione del sogno

(precedente pubblicato qui)

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