L’ignoranza dei gerani

La natura offre ottimi spunti di riflessione: i miei gerani, ad esempio, sono sopravvissuti alla mancanza di sole, di acqua, di una vita dignitosa e serena, e alle bestemmie di una casa di riposo per otto lunghi anni. Non so se le piante sono religiose, ma di sicuro hanno sofferto. Pur avendo il pollice verde, come molti, a volte me ne sono dimenticato, lasciandole dentro un vaso, al freddo e al gelo o a morire di sete nei mesi estivi per farmi le mie belle vacanze al mare.

Eppure, rispetto a molte altre piante, ce l’hanno fatta. Sono sopravvissute.

Giorni fa, parlandone su Facebook, ne ho colto l’essenza, piazzando dentro la storia pensieri nati sul momento, sull’esistenza e la vita:
“…tutti hanno bisogno di una seconda occasione. Tutti gli esseri viventi, anche negli stenti, sono tenuti in vita dalla speranza. Speranza di una vita migliore o semplicemente diversa. Per molti la vita non cambia, anzi, ci si convince che non possa cambiare mai. Ma non è così; noi stessi siamo gli artefici di tutto e qualsiasi cosa si tocchi o si sfiori (che siano esseri umani, animali o semplici piante) porta comunque un nostro segno: un primo passo verso cambiamenti repentini o interminabili, nel bene o nel male”.

Le ho quindi piazzate al sole e, commento dopo commento, ho dissipato la mia ignoranza, la diffidenza, allargando le mie conoscenze grazie a persone competenti. Per otto lunghi anni avevo ignorato che si trattasse di due specie diverse nate in luoghi distanti tra loro migliaia di chilometri.
Ho scoperto che non sono semplici gerani. Ho compreso che tenerle nello stesso vaso le danneggia, in quanto, cito l’amico botanico, “potrebbero farsi la competizione biologica cercando di trattenere per sé tutte le risorse: espandendosi in zone del vaso non ancora colonizzate, richiedendo per sé tutti i sali minerali a discapito del resto del ‘mondo’ per crescere e sopravvivere”.
Lotte intestine con steli a strisce, chimiche, silenziose, all’ultimo petalo.
Le guardo e non noto differenze sostanziali.
La natura, per fortuna o bisogno, si adegua: nessuna di loro è cresciuta più dell’altra. Non sono sicuramente le piante più belle del pianeta, ma adattandosi non hanno subìto nessun deperimento. Insieme, si sono fatte coraggio nella grande traversata da una casa all’altra, da un balcone che viveva di luce riflessa ad un altro baciato dal sole. Hanno rischiato il cassonetto, ma sono ancora qui.

Ieri le ho annaffiate, poi ho acceso la tv satellitare. In un servizio sull’ex caserma di Montichiari (Bs) adibita a centro accoglienza per i profughi, ascolto una voce che ricorda quella del poliziotto Huber della Tv Svizzera con Aldo, Giovanni e Giacomo.
L’uomo intervistato è identico a coloro che affrontano i viaggi nel deserto del Messico per morire davanti le palizzate degli Stati Uniti d’America o affogare nel Mediterraneo, scappando da guerre e miserie di territori colonizzati e sfruttati per l’altra parte del pianeta, immensamente più piccolo ma meravigliosamente florido. Lui è italiano (ma si potrebbe discutere anche questo), gli altri, quelli che lui sta per giudicare, provengono da varie parti del mondo. Faccio uno sforzo per non cambiare canale, gli do fiducia, voglio sapere, mi spiazza con una dichiarazione che sembra comica (ricordando il brutto brutto brutto di Huber) ma che a freddo risulta agghiacciante:

“la gente che… che… ho sentito anche nel mio palazzo hanno molta molta molta molta molta paura… ma molta paura… perché sentiamo tante cose, perché sentiamo che vengono… fanno i dispetti o anche di più… fanno anche del male alle persone anziane, io mi preoccupo anche di questo…”

Fanno i dispetti o anche di più, cosa vuoi che sia affidare le speranze e tuo figlio a degli sconosciuti per poi morire in mare? Fanno i dispetti loro, vengono a toglierti il tuo lavoro in nero, succhiandoti anche l’aria che respiri. Non nel mio paese, il vaso è mio, la terra è mia, il mio orticello… tutta questa campagna la vedi? Anche i gas di scarico delle industrie, che sono, bada bene, solo vapore acqueo, mi appartengono. Tutto mio. Non possiamo accogliere tutti, specie i diversi, i dispettosi…
Alziamo muri, inferriate, confini, barriere mentali… non sia mai che la malerba dispettosa ci invada.

Poi, mi soffermo a guardare i gerani e mi vergogno, molto molto molto.

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