Time #3 – Del (mio) tempo psicologico

“Buongiorno” disse il piccolo principe. “Buongiorno” rispose il mercante. Era un mercante di pillole per calmare la sete. Se ne inghiottiva una la settimana e non sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?” chiese il piccolo principe. “E’ una grossa economia di tempo, gli esperti hanno calcolato che si possono risparmiare fino a cinquantatré minuti la settimana” rispose il mercante. “E che cosa si può fare di questi cinquantatré minuti?” chiese il piccolo principe. “Beh, se ne può fare ciò che si vuole” rispose il mercante, e rivolto di nuovo al piccolo principe chiese: “Tu che ne faresti?”. “Io – rispose il piccolo principe – se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio verso una fontana” (Saint-Exupéry A., 2000).

Questo stralcio di testo mi ricorda il momento in cui decisi di scrivere sul mio vissuto del tempo.
Per prima cosa iniziai col chiedermi come mi occupo del mio tempo. CRISI. Pensavo ai cellulari persi per strada, ai sacchetti colmi di libri e vestiti che ho smarrito, agli appuntamenti saltati. Ed anche agli anni della mia continua ricerca di una biblioteca pubblica che non chiudesse al calar del sole in inverno, che era poi ricerca di un luogo politico (e non commerciale!) in cui coltivare il tempo della mente e del parlarsi. Pensavo alla biblioteca comunale di corso Vittorio Emanuele, attempata, “fuori dal tempo”, aperta quasi per favore, e poi andata in piccola parte in fiamme un anno fa e riaperta solo un mese fa. Pensavo anche al tempo della ricerca, o meglio: di quella ricerca che non perviene a trovare per il troppo cercare (Hesse H., 1975); e qui pensavo al tempo di un internet che non dorme mai e dentro cui chiunque sente l’urgenza di pubblicare istantanee del cibo che sta per masticare; subito; tutto e subito; o la morte. Su questo tempo, io ci ho pianto, ci ho sofferto di insonnia, ci ho preso la melatonina come uno dei miei pazienti, perché il mio corpo, addestrato a rispondere velocemente a 5-6 esigenze diverse e iperprestative al giorno, si rifiutava di dormire (e a volte anche di digerire lattughe!).

Poi, a un certo punto, per fortuna o per sopravvivenza, tutto questo si è trasformato in una (im)paziente ricerca del tempo per pensare al tempo, rifiutandomi, ad esempio, di lavorare di domenica o recandomi – dopo mesi e forse un anno di attesa – in un rifugio alpino a 1300 metri di silenzio, alberi, rumori e solitudini al buio, per sentire il tempo smettere di corrermi addosso; per poter vedere un bicchiere di tisana al finocchio; pur di guardare come da un vecchio albero nasce un altro albero. Lì pensavo e benedicevo l’assenza, quel gong muto che ti consente di restare immobile e di vedere ciò che non c’è ancora o è da venire. Pensavo lì, in quei lunghissimi momenti, al mio anno frenetico, al tempo vuoto e al tempo pieno, sensato. Pensavo con gratitudine al mio gruppo di anno alla C.O.I.R.A.G., piazza “senti-pensante” che dilata i miei orologi e rimescola le categorie. E soprattutto, pensavo al dispositivo psicoterapeutico offertomi dal tirocinio in clinica psichiatrica: con i pazienti è facile sperimentare come il tempo assuma qualità nuove, diverse e in ogni caso nemiche de18ll’urgenza e di quelle frette che sono INopportunità. “Questo è il SUO tempo”, dico al paziente: “il tempo della possibilità di pensare certe cose”; e questo ho ascoltato a mia volta come paziente, ritrovandomi oggi insieme protetta e protettrice da/di un orologio che il tempo sa ancora scandire non solo Chronos, ma anche Kairos.

Prender-si tempo è allora, per tutti e per chi come noi psicologi ha come compito la cura, un’operazione necessaria, indispensabile, e che contiene tanto: è insieme un’operazione narrativa di significazione, creatrice di pensiero; ma è anche un’operazione affettiva, giacché l’affetto richiede tempo; è un’operazione di umanizzazione, poiché l’umano e il bene richiedono di essere pensati; ed è un’operazione relazionale, poiché “l’alterità e della differenza vanno attese con pazienza infinità, perché infinita è la loro forma, infinito è il loro accadere, che mai si conclude” (Muscelli C., Stanghellini G., 2012); ancora, è un’operazione progettuale, tesa al futuro, e insieme radicale, nel senso di radici, poiché pesca nel passato del nostro essere. E’, infine, un’operazione adattiva, in grado di aiutarci ad abitare un tempo che è questo: un tempo usurante, in cui “la sola cura possibile sarebbe l’educazione al rallentamento, che in altre parole è educazione al ‘fallimento’ in opposizione al mito della ‘prestazione'” (ibidem).

…Ci pensai assai, ecco. E così, il tempo io oggi lo risignifico come “Dono” su cui applico una riflessione e che scelgo ogni volta di sottrarre alla logica dell’utile immediato e di aggiungere al (plus)valore dell’individuo, delle mie relazioni e dei miei legami. O almeno ci provo, ché provare si può!

(THE END.)

Hesse H. (1975), Siddharta, Adelphi, Milano.
Muscelli C., Stanghellini G. (2012), Istantaneità. Cultura e psicopatologia della temporalità contemporanea, Franco Angeli, Milano.
Saint-Exupéry A. (2000), Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano.
 

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