“Il mio corpo è un campo di battaglia” – Microfisica di un incontro

Volevo scrivere di gruppi, ma mi sono ritrovata a deviare, scrivendo di incontri.
Ieri ho incontrato un po’ di gente e non è stato casuale: lo preparavamo in gruppo da circa due mesi, da quando con Formidee abbiamo letto che quest’anno il Pride si centrava sul corpo. E di “#corpi” infatti noi da qualche mese avevamo iniziato ad occuparci. Non è solo “colpa” di Manuela e delle sue passioni e neanche dell’avvento dell’estate che ci ha resi ogni giorno più sudaticci. E’ “colpa” del fatto che di carni e sangue e ossa e tendini, muscoli, vene varicose e non, peli, calli, piedi, cicce, tette, culi, organi vari ed eventuali… insomma, di queste cose siamo fatti e attraverso queste stiamo in piedi e ci muoviamo nel mondo, agiamo, ci incontriamo o “scazziamo” e quant’altro. A partire da questo, nella nostra mente abbiamo “fondato” il gruppo e il suo progetto. Non c’è voluto molto, anche se la fatica per creare incontri è tanta, come di trovare luoghi ospitanti gratuiti, convincere la gente a fermarsi per agglutinarsi, renderlo appetibile… Forse i partecipanti possono risparmiarsi di conoscerla, ma nelle nostre presenze emozionate c’è tutta ed in lei c’è anche il desiderio di riuscirci. E così ieri ci siamo “aggruppati” in 31 sotto il fuoco dello scirocco. Siamo tanti e condividiamo gli odori, seduti su piani rustici e sedie di legno, in uno stretto tondino democratico. Ci chiediamo subito: “in quali battaglie siamo dentro?”. E da qui inizia il resto che ho voglia di dirvi.

Ma come si fa a narrare le interazioni? Come riportarle? Forse posso raccontare come ci sono stata io; forse posso dire che ero emozionata, fiera di noi e di tutti i partecipanti, nomi e fisici noti e ignoti a riempire con forza gli spazi del Porco Rosso. Posso anche dire di non essermi accorta subito del buio della stanza nonostante io sia fotosensibile. O che è bastato il primo stimolo del professore Lo Piccolo per farmi immergere nel mondo delle mie “resistenze” (in entrambi i sensi del termine), in cui mi rivedo adolescente con una terza&oltre di reggiseno aspirante danzatrice impedita dalla sua non sifiliticità. “Ma come tutto questo incide sulla nostra identità?”. Beh… Forse sarei stata una ballerina e non una psicologa e avrei fatto molte diete o controllato l’alimentazione e adesso non soffrirei di pressione alta e non vorrei gettarmi in terra in preda alle “caldane” sicule.

“Qual è il nostro panopticon? E quale la sua traduzione psichica?”. Il gruppo procede al di là delle mie fantasie, ma questa è facile: il mio corpo si infuoca ancora a 34 anni quando si sente osservato. Eppure, siccome vuole dire, deve tollerare questo odioso conflitto tra il non essere “bello” e il voler essere, e allora si infuoca e controinfuoca, eritrofobico e terrorizzato. In ogni caso, al di là del mio, parliamo di “corpo” in un panopticon. “Ma chi lo presiede?”. Mah… qualcuno me lo avrà detto varie volte che ero cicciottella, che le ballerine, dice la buona creanza, non hanno le tette grandi né le cosce grosse e che la cellulite è fuori luogo. Me lo avrà detto anche la telenovela preferita di mia madre in qualche modo: “Milagros”, alta e magra era, d’altronde! Esco dalle fantasie: il nostro punto sta in una identità che si definisce sul confine della vulnerabilità.

Così, di debolezze, deformità e difformità finiamo a parlare per parlare di noi, e questo per quasi tre orette buone. Parliamo di “corpi reclusi” e torturati e di chi è stato chiamato “Moana” per i piedi a papera o per l’andatura da basket. Qualcuna parla di troie e ne ridiamo, anche. La sedia che abbiamo piazzato in mezzo al cerchio che siamo stimola qualche pensiero e qualche preoccupazione. Un ragazzo dalla chioma fluente evidenzia le sue contraddizioni di discriminato poiché psichiatra; qualcun altro parla della bellezza feroce della parola “frocio”, qualcuno racconta di padri, di danza e di biopolitica della tarda fertilità. Conquistiamo il poterci dire, a poco a poco, che un po’ per tutti l’idea di “naturale” ha coinciso con la sopraffazione.

Serena parla del suo desiderio di essere subito madre: è suo o culturale? “Ché poi, quando per anni hai pensato a tutt’altro e d’improvviso vai a spendere 12mila euro per l’inseminazione in Spagna o in Grecia, questo non ha a che fare con la qualità della tua vita e con come gira l’economia?”. La cosa mi riguarda… Le questioni, anzi, riguardano tutti perché il rischio è il non senso dell’induzione del desiderio.
Su questa, ho bisogno di libertà, fa caldo. Mi appiglio ad una frase: “il corpo può essere libero dal colonialismo del potere! Ma come?”. Come, se i desideri per primi sono omologati dai dispositivi culturali? Sento di avere paura. Leggo sulla maglietta del professore una frase di Nino Gennaro: “La fatica di rientrare nella media e la felicità di non riuscirci”. Accettazione, starci, esser-ci, vivere… mentre pensi… insieme. Se ne parla spesso in un certo mondo psicoculturale… Il pensiero crea e libera. Ma anche la nazi-ricerca sul testosterone per il superpompaggio del “masculo” ariano crea, e crea dispositivi farmacologici di controllo e dispositivi sintetici di felicità. Biopolitica del potere. Microfisica dell’umano essere. “E chi le presiede?”. Qui è più facile: non certo noi! Ma questo è entrato ed entra nelle nostre esistenze, e bello di certo non è. Allora, “quali sono i nostri margini di libertà? …Se ce ne sono?!? Quali le forme di resistenza?”.

Ci scaldiamo, il gruppo è grande e drammatizza senza accorgersene il potere tra chi la pensa diversamente e chi alza la voce per farsi sentire. Qualcuno non finisce le frasi. Penso che NOI siamo dispositivi di potere! Che agiamo il potere del controllo automaticamente! Che il potere ci assoggetta! Nulla di più banale: siamo collusi col potere! E infatti nominiamo quasi in coro la parola performance e definiamo chi sta sotto come “fragile”, “in difetto”, “meno”, “anormale” …per poi scoprire che parliamo di noi: “tutti ci siamo sentiti ‘anormali’!”. “Sì…”, “sì!”, “beh, sì”, “forse… sì…”. Qualcuna intanto si fa sentire parlando piano, e non è la prima volta. Insight! Il senso sta nel senso delle cose! La libertà sta nel significato soggettivo che diamo ad un tono, ad una reazione aggressiva o passiva e al significato che questo ha per noi. “Anche essere troia è un atto di libertà”. Sì, dico. Effettivamente qualche volta l’ho desiderato. Si può dire? Vorrei aver creato molti più spazi di resistenza personale, ma si fa quel che si può. Si può dire? In fondo siamo qui… e la maggioranza sarà pure la più “naturale” che ci sia, ma “sta male!” ed è micro-fisicamente creata dall’alto per poter essere definita maggioranza e poter schiacciare chi sta in minoranza. Si può dire? Lo diciamo, lo abbiamo detto senza tanti giri di parole.
Mi sento consolata e coccolata. E sarà poco o no, ma poterlo dire insieme allenta il caldo; saranno anche le 21 meno tre e a smozzichi di frasi, gira che ci sentiamo corpi un po’ più alleati, un po’ più resistenti e/o resilienti. Circola che abbiamo pensato insieme e che ci siamo sentiti forse meno naturali ma più corpi veri e più gruppo di umanità. E finirei così:

“Penso che a volte, l’unico modo per trovare nutrimento e sostegno in una politica di resistenza consista nell’espansione della propria rete di solidarietà. Quando a fine giornata ti ritrovi da sola, a prescindere dal tipo di azione che hai portato avanti, ti senti esaurita. […] Questo significa che occorre produrre forme di solidarietà che siano anche relazioni di sostegno, luoghi di contropotere, o comunità che ci sostengono. […] Ed è per questo che io tengo ferma questa idea delle relazioni di sostegno, al centro di ogni narrazione della resistenza, perché si tratta di una domanda che si ripresenta puntualmente: come meglio sostenerci l’una con l’altra mentre resistiamo?” (Judith Butler).

“Nel pensare/sognare inevitabilmente si raggiunge un punto oltre il quale non si riesce ad andare. In quel crocevia o sviluppiamo una sintomatologia nel tentativo (spesso vano) di ottenere un pizzico di controllo sulle nostre difficoltà psicologiche (che non vuol dire risolverle), o ci affidiamo a un’altra persona perché ci aiuti a sognare la nostra esperienza” . Infatti, “In una conversazione con una o più persone i due (o più) diventano capaci di tollerare qualcosa di più grande rispetto a quello che può tollerare un singolo sistema di personalità. […] I due o più creano un terzo soggetto inconscio in grado di pensare quello che nessuno, da solo, sarebbe in grado di pensare e rielaborare in modo trasformativo” (Thomas Ogden).

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