Piccole gruppoanaliste crescono

Non riesco a dormire. Già da un po’ sento i gruppi di cui faccio parte. “Sento”, cioé, la forza, gli squassamenti emotivi, gli scossoni, gli attraversamenti di genti, soma e menti; vengo invasa da ricordi, pensieri, sensazioni psicofisiche, paure. A volte devo portare qualcosa con me, come oggi. Cosí a casa ho dipinto, travasato piante grasse, coltivato girasoli, cucinato, pensato e guardato un film. Ora non riesco a dormire e mi scendono lacrimoni; mi sento sopraffatta, ma non mi scoraggio… Di questi sconvolgimenti da incontri col presente, che riporta il passato, che lega, crea e ricrea… troveró cosa farmene.

Con questa riflessione, che scelgo di “salvare” tra le pagine di Abattoir, concludevo una notte intensissima di qualche giorno fa. Il fatto è che in questi anni sto scoprendo la forza del “dispositivo-gruppo” e l’emozione di sperimentare la potenza, gli echi, i rispecchiamenti e le moltiplicazioni di sguardi che offre. Perché oggi, che dei gruppi ho fatto l’oggetto della mia specializzazione, l’idea-gruppo inizio a portarmela ovunque: gruppi formativi e informativi, workshop esperienziali in set(ting) gruppali, gruppi di genitori e di team, gruppi di riflessione sul GAP, sul corpo, sullo stress lavoro-correlato e sulle cure palliative, gruppi di lavoro informale, gruppi di co-visione, piccoli gruppi e gruppi large o addirittura maxi; senza contare gli anni – ormai 20 credo – di volontariato, fatti di gruppi, gruppetti e gruppettini. 
Così mi ritrovo spesso lì dentro a guardare, a partecipare, a tratti a condurre, ma soprattutto a cogliere – fiera- come in gruppo la forma divenga sostanza, contenuto e poi ancora estetica dell’incontro… in un circuito relazionale infinito che insegna e cura.
Sono parole, forse belle e più o meno invitanti. Ma sono parole che vi giuro, lì dentro puoi veder diventare fatti! Come quando G., entrata in gruppo dichiarando con fare distaccato: “io questo tipo di cose non le riesco proprio a concepire”, arriva, 5 incontri dopo, ad un’accorata quanto forte consolazione del Signor G., lasciatosi andare ad un vissuto depressivo sconfortante. Sembra estetica del buonismo. Però vorrei vedere voi a ritrovarvi dentro questi processi, dentro queste emozioni che rimbalzano di persona in persona, attraversandole tutte come treni che passano o non passano… Perché, vuoi o non vuoi, in un gruppo è la relazione che VIVI a curare, quella che è data anche semplicemente dal mettersi in un cerchio in cui tutti possono vedere (e dunque riconoscere!) tutti come degni di visuale, di parola e di esistenza, o comunque, arrivano a farlo.
L’altro giorno I. si è sentita minacciata dalla disapprovazione del gruppo ed ha sparso intorno a sé un’aggressività dal retrogusto difensivo; il gruppo si è preso il colpo, ma ha anche ascoltato, ha colto, ha rimodulato, ha chiuso con un tono di speranza. Oppure la signora U., che parlava sopra gli altri, di traverso ed anche di sotto: non riusciva a stare in silenzio; non poteva sentire null’altro che il suo dolore. Ma era lì, forse desiderosa di accorgersi di quel sostegno che va da un membro all’altro quasi automaticamente, ma in un modo che mai è scontato. E così arriva il signor R., un omone grande e pacioso, a raccontare rosso e commosso di quanto ringraziasse il cielo di avergli dato il piccolo M. con la sindrome di Down, di come tutto questo lo avesse cambiato, di come avesse sentito, un Natale, gli organi inesistenti di una chiesa suonare per lui. Con l’aiuto dell’Altro, anche U. è riuscita ad ascoltare… Perché “quando qualcuno raggiunge i limiti della propria capacità di sognare le proprie esperienze disturbanti, ha bisogno di un’altra persona che lo aiuti a sognare i sogni non sognati. […] Questo tipo di pensiero richiede sempre le menti di almeno due persone, dal momento che un individuo isolato dagli altri non può modificare radicalmente le categorie di significato fondamentali con cui organizza la sua esperienza” (T. Ogden). Infatti, ribadisco, “in una conversazione con una o più persone i due (o più) diventano capaci di tollerare qualcosa di più grande rispetto a quello che può tollerare un singolo sistema di personalità. […] I due o più creano un terzo soggetto inconscio in grado di pensare quello che nessuno, da solo, sarebbe in grado di pensare e rielaborare in modo trasformativo” (ibidem).

In fondo, dunque, cos’è un gruppo, se non uno spazio-tempo politico in cui pensare e rielaborare e trasformare in compagnia? Insomma, un laboratorio interpersonale in cui si ha la possibilità di sperimentare se stessi attraverso l’Altro. Infatti, il gruppo è un ampio universo relazionale in cui ci si guarda in molti e che fa vedere ciò che da solo non vedi. Anche quando le emozioni sono forti, rabbiose, competitive, da mal di pancia, disturbanti… anche in quei momenti c’è il potere del vedere l’altro e noi stessi attraverso gli occhi dell’Altro. Anche in quei momenti lo sguardo crea un rapporto ed è un modo di entrare in rapporto, di comunicare oltre il verbale …che quasi eccede la parola! C’è in tutti gli occhi che lì dentro si incontrano il potere di un rispecchiamento che aiuta a pensare a sé. Gli altri sono, nello spazio del gruppo, potenziali specchi riflettenti e deformanti dei propri contenuti emotivi. Ed è grazie a questi specchi che possiamo accedere a confronti anche dolorosi in un’atmosfera emozionale intensa, ma protetta, in cui ognuno entra con tutti e 2 i piedi e con le proprie esigenze e priorità.
Paura? Sì, certo. Ma l’appartenenza supera l’ansia di sentirsi isolati ed estranei, che aggiunge angoscia a qualsiasi difficoltà; al contrario, l’esperienza di “essere in contatto” e di far parte di una comunità è di sollievo. E così, a poco a poco, proprio come la piccola G., i membri del gruppo crescono attraverso i feedback e le sfaccettature che si scambiano, ma soprattutto attraverso il clima di compartecipazione emotiva e di condivisione che condividono, che attiva nel tempo, anche nei più diffidenti, un senso di vicinanza ed empatia. E’ una crescita personale, ma è anche una crescita politica, umana, cosmica…

Eppure, oggi non investiamo abbastanza in questo strumento di pensiero relazionale (forse troppo rivoluzionario!) che è il gruppo. C’è distacco, c’è clima narcisistico intorno, c’è aggressione antirelazionale. Proprio ieri discutevo con tre amici del progressivo decadimento dell’umanità degli in-dividui, che attaccano i legami, le speranze, i gruppi di pensiero secondo quel principio vecchio come il cucco dell’”insider” vs “outsider”, della competizione ad ogni costo e del giudizio distruttivo che schiaccia teste e umilia il valore della relazione. Lì io mi scoraggio e sto male… Ma dura poco: poi mi consolo ancora, pensando che proprio queste separazioni hanno bisogno di un contesto in cui attivare pensiero, aprire questioni, riscoprire se stessi attraverso l’Altro ed il valore dell’Altro per sé stessi.
Lo so, ad essere così idealisti si prendono bastonate. I miei mal di pancia la dicono lunga, insieme alle lotte per evitare di mettermi sempre in quelle posizioni tanto scomode da sollecitare desideri omicidi o istinti espulsivi di me medesima. E però non posso farci niente: ormai ce l’ho nel DNA. Quindi, mentre ci lavoro (lungi dal lamentarmi “onanisticamente” e basta) chiudo con un altro pensiero di quella notte, che voglio anche questo “salvare” tra le pagine di Abattoir:

Cosa resta alle 00:16, se non la “fortuna” di sentire e di prendere le pillole per la pressione (…per sentire meglio, bambina mia)? Vorrei semmai che fosse più facile essere gruppo, relazione, moltiplicazione (per NON volerla dire tecnicamente) fuori dalle Accademie. Che ne so, in città, per strada, in famiglia, in Comune, nelle cose/persone a cui teniamo. Mi manca questo.

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