Un mese a Ferragosto

Menfi, 15/07/2017

L’estate è la stagione della gioia e del divertimento. C’è il sole, devi divertirti, sei al mare ti devi divertire. Punto. Il fatto è che mi sono un po’ stancato di tutto questo. Stanco di una società sempre attiva, che corre, insegue, pianifica e organizza sorridendo sempre, ovunque. Tutti con il sorriso a 32 denti, tranne il sottoscritto che ne avrà, sì e no, 25, e che si ritrova in bocca più capsule della Nasa a Cape Canaveral. C’è chi sta peggio è vero, tipo questo tizio disteso accanto a me, che continua a ripetere a sua moglie che Ambra ha sbagliato a lasciare Renga.
Dietro la situazione migliora: esiste gente che tiene libri in mano, e li stimo, perché amo leggere ma ho bisogno di silenzio, un letto, o al massimo un divano… ah pure di un lampada ad incandescenza da 100 watt solo per me. Ridono pure loro, poi si alzano e addio lettura impegnata: il libro viene abbandonato sulla sabbia, senza segnalibro, con una di quelle “pieghette” che li fa tanto soffrire.
Chi non ride è il sottoscritto: di sorrisi quanti ne vuoi, ogni tanto rido da solo perché penso a qualcosa che avrei potuto dire, ma non è cosa mia, non ho mai avuto la battuta pronta. E allora divento malinconico, tanto l’acqua qui è sempre ghiacciata, ed ho comunque bisogno di far fluire i pensieri, mettere in ordine scaffali di pensieri, che è un po’ che mi ripeto che devo farlo e trovo polvere dappertutto.
Il Lido, con Despacito a tutto volume non aiuta, ma ci provo. Non ce la faccio e mi alzo, mi allontano verso una duna, intravedo una volpe, un boa che ha ingoiato un cammello, e forse è meglio se provo a farmelo piacere questo freddo mare. Guardo le onde, non sento le caviglie, mi tuffo.
Ritorno a galla e noto due fidanzatini in riva:
“Vuoi sapere quanto ti amo? Conta le onde”, bravo ragazzo. Poi si baciano, e si scattano una foto.
Ci rifletto un po’ su: avranno si e no vent’anni: non sono cinico, ma la verità e che noi non siamo onde, infinite come il moto del mare: il guaio è che non realizzi subito, sei giovane, pensi sia tutto infinito; il tuo tempo, il tuo amore, la tua vita, tutto. Se ritieni che sia infinito tutto, o sei un sognatore quarantenne con l’illusione di continuare a spellare fili di rame con gli incisivi, oppure sei uno dei tanti che finirà per volere sempre di più, fino ad esaurire la voglia, il domani. Il sognatore avrà occhi per trovare un po’ di bello in questo mondo di merda, il resto, magari, l’avrà già capito da tempo.

Lasciamo che il mare giochi con la nostra ignoranza brillando su occhiali firmati; selfie blindati da frasi copiate dai libri mai letti, ma siate coscienti che i “ti amo come le onde infinite” hanno bisogno di una luna che si fa il culo con le maree mostrando sempre la stessa faccia; un vento che soffia o magari un ghiacciaio che cade uccidendo dei pinguini dall’altra parte del mondo.
Niente ci è dovuto.
Piuttosto, quando la brezza vi accarezza i capelli, pensate a ciò che state perdendo dall’altra parte del mare, rimanendo fermi a fingere di essere felici. Pensate agli orizzonti infuocati sui visi dai sorrisi bianchissimi; alle meraviglie che non avete mai nemmeno immaginato; ai sogni lasciati ammuffire dentro un cassetto.
Siamo più di un’etichetta, una professione, un banale sorriso su un profilo social-web: abbiamo il dono della vita, abbiamo la capacità di cambiarla ad ogni nuovo giorno, e lo strumento è quella voce che soffochiamo dentro con i rumori, le distrazioni, la voglia di ridere indotta, i falsi problemi indotti frutto di una società sempre più cinica che ci vuole sempre più dipendenti e consumatori con i Black Friday, i Cyber Monday, i Best Deals: consuma stronzo, e sorridi, la vita è bella, cosa ci fai solo davanti al mare? Sarai mica depresso? Che pensi? Diccelo adesso. Ecco bravo, Pubblica.

4 thoughts on “Un mese a Ferragosto

  1. Caro Marco, mi hai dato un pensiero: il tuo. Leggendo, ho pensato che volevo chiederti come stavi e magari di sforzarti di riuscire a beccarci. Poi ho pensato che in fondo, anche se ci leggiamo, la carne e le ossa non si conoscono molto e che era fuori luogo. Rimane però l’accomunamento: la consapevolezza che spesse volte non mi voglio più sforzare di ridere e di sognare per dovere, per induzione.
    Spesso, sai, io ho avuto nelle relazioni sociali questo ruolo. Forse perché davvero sono un po’ sognatrice, un’esteta (illusa!) del desiderio che fa di tutto – spesso, senza falsa modestia, riuscendo nelle idee più fattibili, ma che scoraggerebbero i più! – per realizzare ciò che sogna. A volte però si resta prigionieri di queste estetiche che ci potrebbe indurre il capitalismo, come che ci potremmo indurre noi stessi. Davanti alle sbarre, invece, resta il limite, l’idea che anche le onde abbiano un costo.

    Ci è voluto quest’anno per sbattermelo in faccia, con la durezza delle conquiste, dei peli di gatto rotolanti e dei problemi di salute e di fine-spazio-mentale tra un dovere e l’altro.
    Ci è voluto decidere di smettere di comprendere sempre tutti fuori dal mio studio.
    Realizzare la mia umanità insofferente.
    Accettare che sarei stata più sola, che mi ci sarei sentita veramente a volte, a filo con le lacrime nostalgiche che ti porta la consapevolezza che le persone con cui condividi di più, spesso, spessissimo, neanche mi chiedono come sto e non vedono al di là del loro naso; un naso a cui comunque sono affezionata, ma che non mi fa più pronunciare con facilità la parola “amico”.

    E così, ho iniziato ad apprezzare lo stare da sola, ho iniziato ad ammettere che anche io potevo essere veramente depressa e ho avuto il coraggio, raramente, di dirlo …ma dopo non aver premuto per molti mesi il tasto “pubblica”.

    Oggi però c’è stato l’accomunamento. E allora lo faccio, sperando che non tutto vada sempre perso …come il valore delle onde.

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