Fischia l’orecchio, infuria l’acufene. Cos’è il genio? #1

Quando il genio canta il suo dolore, lo fa attraverso dimensioni che trascendono semplici capacità cognitive dell’altrui spirito. Che vuol dire? Non lo so, ma ciò che so è che non è sempre facile capire ciò che affligge l’altro e non è nemmeno facile riuscire a farsi capire. “Quiero llorar mi pena y te lo digo, para que tu me quieras y me llores” scriveva Federico.1 Lui voleva cantare il suo dolore affinché l’altro lo comprendesse e lo compatisse. La compassione, poi, è la cosa più difficile al mondo.

Poi arriva Lui, il Genio che mi ha fatto mettere pausa a quel pezzo che stava suonando nelle mie cuffie. Pausa a metà brano, perché nonostante fosse dannatamente bello e orecchiabile, mi ha fatto salire l’angoscia. E mi sono “imparanoiata” un casino!
Chi mi legge su Abattoir.it o chi mi conosce, sa che io adoro smisuratamente l’arte di Caparezza. Quando è uscito il suo ultimo disco, alle 7 del mattino avevo già installato iTunes su pc (con buona pace di Stefano Jobs) e acquistato il cd (eh sì Michele, “un supporto che ormai nessuno può darmi”, qui si ragiona in stringhe di codice). Paradossalmente non l’ho subito ascoltato per intero: ogni giorno ne ho ascoltato un pezzo, così a poco a poco. Come quando raccogli le prime fragoline dalla tua nuova piantina in giardino annaffiata con cura: mica puoi farci il tiramisù (SACRILEGIO!) o mangiarle in un botto solo! No, le assapori a poco a poco, conservandole belle fresche in frigo e godendoti il sapore a lungo. Quindi non l’ho sparato nel mio lettore musicale e ascoltato mentre facevo la spesa, no! Ogni giorno, finito il lavoro, mi sono messa in bici, cuffiette e pedalate e ho fatto la salita di casa mia con un pezzo come compagno di viaggio.

Larsen, la tortura, perdono o punizione.
Larsen fischiava per la mia attenzione un po’ come si fa con i taxi, senza una tregua una continuazione ma come si fa a coricarsi? Da solo nel letto a dannarmi, nella stanza cori urlanti. […] Uno squillo ossessivo come un pugno sul clacson, primo pensiero al mattino, l’ultimo prima di buttarmi giù dal terrazzo.

Fare del proprio dolore un’opera (in questo caso una canzone) è un po’ come scrivere la Divina Commedia. Non fraintendetemi, sapete che mi piace estremizzare, ma non paragono il Cantante al Poeta. Dico solo che il genio è anche riuscire a trovare la forza per creare qualcosa di valido che scaturisca da una pena che ti affligge, un fischio o l’esilio che sia. Ovviamente c’è molto di più. Ma io che ve lo dico affa’, per me Michele è stato un genio.

 

 

1Garcìa Lorca

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