Romanian Trip #3 – I conti, e le poesie semplici

Ognuno poi ci mette del suo delle cose, ma mi manca la pace che ho visto lì. Certo, le tre o quattro corsie per senso di marcia per entrare a Bucarest e i pezzi di carne danzanti sulla notte a Lipscani non mi hanno lasciato sensazioni piacevoli. Però appena fuori da lì iniziano le colline e i prati e le sorprese sulla strada. Dopo Bucarest siamo stati a Sinaia per vedere il Castello di Peles; nel mezzo, mentre salivamo sui monti, abbiamo incontrato un po’ di paesini sempre un po’ pastello e con i tettucci spioventi ma diroccati e i famosi (famosi almeno per me) romeni che macinano le statali coi sacchettini tra le mani. Abbiamo incontrato pure i rom che per le strade dei monti ti vendono i cestini di mirtilli, more e ribes e moltissimi omini e donnine ai bordi delle strade col loro ombrellone Coca Cola pieno di fruttini colorati, succhi e grappe del luogo. Abbiamo calpestato dei piccoli percorsi in mezzo a casette turistiche perse nel verde del verde, su stradine acciottolate che raggiungono il castello: semplicemente verde e fresco e un castello poetico; da “La bella e la bestia”, dicono. I castelli romeni sono favole, ma più semplici di molti altri scenari europei: stanno lì nella loro bellezza sotto al cielo, senza tante discussioni. Non lo so, la Tour Eiffel è molto più altezzosa secondo me: sei lì ed anche se la tocchi ti sembra di non afferrarla mai per quanto è grande e lontana da te. Questi posti invece me li sono portati, li ho ricostruiti dentro di me, li ho trovati stupendi, regali ma anche umani, comprensibili, raggiungibili, abitabili in un qualche angolo della mente. Pieni di regnanti che sono uomini, che hanno storie umane. Lo stesso direi del castello di Dracula, a Bran, imponente e slanciato verso l’alto nonostante la “massiccità” delle sue pietre grigio-squadrato. Dicono per moda che sia “il castello di Dracula”, ma Vlad Tepes in realtà ci restò al massimo 10 giorni (e manco è sicuro!) durante la sua prigionia. Vlad era buono, dico a chi mi chiede (e quando racconto che sono stata in Romania di lui chiedono tutti). Era buono, ma vittima delle solite mistificazioni linguistiche per cui la parola “dracula” deriva da “dracul” (che non era altro che l’ordine cavalleresco di appartenenza del padre, cavaliere in difesa di Dio!), col doppio significato di “dragone” e di “diavolo”. Vlad, principe della Valacchia, aveva assistito da piccolo all’uccisione del padre da parte dei turchi ed era stato imprigionato col fratello in Turchia per anni; lì aveva subito violenze sessuali e non solo. E così, uscendo di prigione, matura vendetta: a morte il turco invasore, e pure impalato dal di dietro! Addirittura donò al re ottomano un’intera foresta di turchi impalati; così, per scoraggiare con forza i suoi progetti di invasione! Per questo venne detto “Tepes”: “l’impalatore”. Ovviamente il resto del mito della sua fame di sangue venne costruito ad hoc da Bram Stoker con la storiella del vampiro per vendere più libri e biglietti del cinema. Tuttavia mi preme dire che Stoker neanche vide mai il castello di Bran in cui inscena il tutto: si accontentò di descrizioni geografiche e librarie a cui aggiunse qualche canino appuntito, mostriciattoli e fantasie varie. La realtà, però, è che Vlad in Romania non è solo una fonte di reddito per i numerosi gadgets venduti (ma mai come qui! Anche i gadgets lì sono più pudici!). Vlad lì è un eroe della patria, ed anche a me, devo dire, sembra di comprendere il senso di quei mitici accaduti, con un uomo violento poiché violentato che difende a spada tratta ciò che è suo: il suo regno e la terra natìa, specchio di se stesso e dei suoi mandati familiari. La regina Maria, che abitò per ultima “il castello di Dracula”, era una donna normale, esportata dall’Inghilterra per un matrimonio regale e trapiantata per bene in Romania: i filmati dell’istituto luce romeno ritraggono una donnina aggraziata avvolta nei pesanti abiti popolari del luogo, piena di merletti, scialloni fiorati e gonnelloni (in Romania i primi di settembre ci sono già 14 gradi alla sera) che passeggia per quelle campagne regalando con naturalezza pani e polli ai contadini senza denti. Passeggio per le sue stanze e affacciandomi dalle torri è come se il tempo si fosse semifermato: distese di colline e di prati, paesini di Heidi, silenzio; il silenzio lo vedi esattamente come le altre cose, e lo invidi.
Grazie alla regina Maria, per altro, c’è una fitta rete di imparentamenti che porta Carlo di Inghilterra ad essere un discendente della sacra famiglia romena e che lo fa sentire responsabile del destino delle tradizioni del luogo. Ed è per questo che (ri)nasce uno dei paradisi umanissimi che mi porto ancor più nel cuore: Viscri. Ma Viscri è l’ultima cosa che voglio descrivervi perché nella mia mente racchiude tanto e troppo. Quello che per oggi basta aggiungere è che mi mancano i covoni di fieno: gialli, a cocuzzolo all’antica. La Transilvania è piana di fieni e di covoni di fieno, che, vi giuro, sono bellissimi. Il fieno-bene-comune è indispensabile quando i cavalli sono i più popolari mezzi di locomozione; a loro tocca trainare i carretti che a loro volta portano di qua e di là altra erba che diventerà, credo, fieno per altri animali.

…Non so se riesco a tramettere il senso di quello che ho provato in questi posti. Direi, pervertendo in parola il sentire, che ho provato il brivido della semplicità. E la mancanza di quelle cose che, di trasformazione in trasformazione, di filiera in filiera, di accumulo in accumulo, sento di essermi persa. Ho provato il lutto e la vergogna di questa perdita, come quella volta a Biertan in cui una salumiera dall’unico Alimentara del luogo mi guardò stranita quando chiesi 10 fettine di prosciutto. Nei suoi occhi ho letto l’idea che io ero ricca; “addirittura 10?!?”, sembrò dire… Quasi mi sono vergognata. Certo, non potevo sapere che ogni fettina sarebbe stata di quasi mezzo centimetro (3 millimetri sicuro!), ma erano così buone che, in un angolino pudico per non farci osservare da chi aveva in tutto 3 denti, le 10 fettine ce le siamo magnate tutte in 2, pur col pensiero che qui, forse, una famiglia se le companaggia in 2 giorni.

Ecco, diciamo che lì, se hai cervello, tra un carretto di fieno e l’altro, tra un covone e un pranzo a 2 lire, tra una stanza d’albergo favolosa con tanto di cabina armadio e doccia pluripersone + colazione che paghi quanto in Italia pagheresti un tugurio…
Ecco, diciamo che lì forse la gente non mi ha sorriso sempre o molto, ma, se hai un cervello, due conti su cosa stiamo combinando nel mondo (nel nostro personalissimo mondo, di cui siamo in parte responsabili) te li fai… .

4 thoughts on “Romanian Trip #3 – I conti, e le poesie semplici

  1. I tuoi “Romanian Trip” sono l’esatta dimostrazione della differenza tra l’essere viaggiatore e l’essere turista… E, botta ri sali a ttia, fanno davvero venir voglia di riempire uno zaino al volo e prendere il primo volo disponibile

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