Noi… Eichmann?

Le foto fanno parte de “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” di Hannah Arendt.
Ve le incollo per fare un discorso sul pensiero e sull’uomo al lavoro. 
Confesso che ne ho già parlato qui, ma mi scontro e riscontro continuamente con questa realtà e non riesco a non parlarne… Sarà che avverto quanto il lavoro possa “mortificare” (…e non solo “nobilitare”!) l’uomo, per ora che mi occupo, appunto, di stress lavoro-correlato. O forse non riesco a non parlarne per via del peso della catastrofe del “non pensiero” mediata, spesso, dalle attuali condizioni di lavoro; che poi è la vera protagonista del libro. Arendt, infatti, di fronte ad una catastrofe mondiale ontologica ci parla NON di grandi e demoniaci uomini, ma di “ominicchioli”che si definiscono “funzionari”, “burocrati” che hanno solo obbedito a degli ordini. E in particolare ci parla di chi ha rinunciato alla funzione del pensare. Chi è infatti Otto Adolf Eichman, se non un automa privo di un pensiero personale che segue il senso comune, ovvero della cultura politica dei suoi luoghi e tempi? Eichmann è un uomo che ha rinunciato ad essere soggetto, a meno che non si intenda il termine nella sua etimologia originale: sub + iectum = “assoggettato”. E così, Eichman si mette prono, come i buoi dinanzi all’aratro, e si identifica con la sua istituzione/organizzazione di riferimento: la Germania nazista. Per lei, lui obbedisce agli ordini; a qualunque ordine! Pertanto, degli accadimenti che derivarono dalla sua obbedienza lui non ha alcuna responsabilità.
Così si giustifica a Gerusalemme, dichiarandosi innocente. Eppure non penso si abbia alcun dubbio che il suo, dentro questa enorme macchina organizzativa, è un lavoro mortificante; e scrivo “mortificante” non solo perché Eichmann uccideva e faceva uccidere, ma anche perché, come potete leggere nella vignetta letteraria qui sopra, lo faceva senza neanche metterci un pensiero sopra, con un modus operandi robotico, privo di Eros, di spinta vitale, di senso e di complessità. Eichman agiva senza sapere perché, come un morto in vita privo di soggettività il cui lavoro mortifica ed automortifica.
Sembrano i titolo di coda di un film horror… Ma la tragedia non è neanche questa! La tragedia è che TUTTI possiamo essere Eichmann se, come lui, rinunciamo ad esercitare il nostro pensiero soggettivo e creativo e se, per di più, veniamo (più o meno) inconsciamente pilotati da un’istituzione/organizzazione che promuove l’automatismo, l’omologazione e la ricerca di consenso. E questo non è forse facile che provenga anche oggi dal nostro lavoro? In quarta di copertina, per meglio specificare di cosa parliamo, si legge: “I macellai di questo secolo non hanno la ‘grandezza’ dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano”. Penso così a questi tecnici dell’altroieri ed ai tecnici, fattorini e travagghini di oggi, che spesso “buttano sangue” sulle loro stesse sudate carte o fatiche oltre le ore previste e consentite e senza neanche capire o sapere perché questo accada così abitualmente. Perché? Perché?!?! “Eh beh, perché il lavoro è questo, e non ci resta che lavorare. Dietro la porta c’è la fila…. troppi disoccupati. Se dissento mi licenziano, perciò… ecco perché sono a lavoro con la febbre! …Per altro sono in nero e le malattie non me le pagano…. Anzi! Me le decurtano dallo stipendio…!”. Lo stesso forse avrebbe potuto dire Eichmann: “Ubbidienza! Heil, Hitler!!!”.

…Io non riesco a non sentire carnefice questa cultura, ecco perché l’associazione con Eichmann e con la Germania del Führer. Non riesco, e scusatemi per questo, a non vedere come allontanare l’uomo dalla sua umanità complessa – fatta di tempo libero, realizzazione, emozioni, relazioni, cura di sé e pensiero soggettivante – sia disumano, come questa scotomizzazione generi una cultura in cui l’uomo non può stare bene; in cui non può che trasformarsi nello scarafaggio kafkiano, unico abitate di un mondo in cui l’uomo si aliena, diviene Altro-da-se-stesso e, dentro questo alius, ci muore. E’ questo il mondo del lavoro = schiavismo, dovere, malattie decurtate dallo stipendio, natale, pasqua, capodanno che diventano giorni feriali con la famiglia che non esiste (non deve esistere! E’ un handicap!!!) e i permessi per le visite mediche neanche… . Eh, “io pago!!!”, direbbero i carnefici. Ma i carnefici a volte, paradossalmente, sono anche i buoi che calano sempre la testa. Lo capisco, è un paradosso, è la guerra tra i poveri… Ma è questo che vogliono i grandi capitalisti che dicono dai piani alti come gestire i lavoratori con le loro leggine ad personam: dividerci, fiaccare il pensiero critico e le soggettività. E noi colludiamo con questa cultura del misconoscimento delll’umano al lavoro, degli straordinari non pagati che diventano ordinari, della normalizzazione della sofferenza personale, che è causa (non conseguenza!) dell’inefficienza organizzativa.

Eppure Freud (un cretino qualunque…!) diceva che la salute sta nella capacità di amare (cioè di interessarsi all’Altro) e di lavorare (ovvero di autorealizzarsi).
Non credo però che Freud parlasse dei lavoratori delle miniere a pochi cent al giorno della sua epoca. Penso che Freud si riferisse ad un ideale del lavoro: quello stesso che, insieme ai valori sociali, genera il ben-essere personale, familiare, collettivo. Quello stesso in cui la mente del lavoratore può valutare, pensare, vagliare, ipotizzare, domandarsi, scegliere, vedere il nuovo, ascoltare ed essere ascoltata.

La salute, in fondo, è questo pensiero, questa integrità (salute < salus: “integro”, “intero”). La possibilità di pensare e di avere una coscienza mentalizzante genera benessere! Il be-essere sta nella percezione soggettiva di equilibrio tra individuo e ambiente! SOGGETTIVA! Ma sappiamo capire cosa ci fa bene e cosa no? Sappiamo pensare e concettualizzare il nostro ben-essere? Perché è questo che dà valore al lavoro, nel rispetto dell’umano! Questo forgia il senso delle cose ed una “buona” cultura del lavoro. Questo sarebbe “IL progresso”! Non l’asservimento di freddi burocrati alla mera produttività danarosa… uomini che sanno di piatto colloso di pastasciutta cucinato sempre allo stesso modo e mangiato sempre su un piatto grigio e spizzicato. Ché così di pratica in pratica arriveremmo anche noi al genocidio automatizzato. Che ne dite?

2 thoughts on “Noi… Eichmann?

  1. …Io non riesco a non sentire carnefice questa cultura…

    La tragedia è che TUTTI possiamo essere Eichmann se, come lui, rinunciamo ad esercitare il nostro pensiero soggettivo e creativo e se, per di più, veniamo (più o meno) inconsciamente pilotati da un’istituzione/organizzazione che promuove l’automatismo, l’omologazione e la ricerca di consenso.

    Bellissimo, Emi!

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