Ciao Autunno

Questo non è un post che parla di foglie color oro, o boschi inzuppati che giocano con l’olfatto con la brama di due adolescenti in amore, per niente. Questo post parla dell’autunno dell’uomo, di quella fase della vita in cui le ossa, pressappoco tra novembre e marzo, cominciano a fare crick-crock. Parla di vita già passata, in cui magari i conti dei rimpianti non coprono quelli dei rimorsi ma c’è ancora tempo per rifarsi. Insomma, non sei ancora ai supplementari, ma devi far presto perché il secondo tempo è già iniziato.
Prendiamo ad esempio i sogni: desiderare di viaggiare tutto l’anno, farlo con chi ami, o con chi purtroppo non c’è più, probabilmente non è sempre possibile; piano piano, si comincia a vivere di surrogati, perché il tempo è poco e mentre magari scrivi utilizzi una sola mano tenendo in braccio il pargolo.
Succede.

L’autunno spiega il successo di palestre per quarantenni con la crisi di mezza età, coglionazzi e divorzi a go-go: “non è autunno, è primavera e sono un figo della madonna” diventa il leit-motiv dei nuovi ventenni sui quaranta.
Quando non si divorzia, o non si ha la possibilità di fare tre-quattro viaggi l’anno, si ripiega sullo sport: le partite a calcetto, le corse con il Supradyn sniffato dal naso e gli smartphone usati come un laccio emostatico, le partite guardate dal divano in compagnia di una bionda alta pressapoco 66 cl.
Chi non segue il calcio, probabilmente, è più fortunato, e si rifugia in libri ed imprese che trattano il viaggio come necessità, soddisfando il bisogno di evasione insito nell’uomo.
Insomma, si comincia ad invecchiare, che poi non è male se hai la pensione, 67 anni, 40 anni di contributi ed uno stipendio di 2400 euro.

Da qualche tempo, grazie ad un amico, ho scoperto la bellezza di libri che parlano di viaggi in giro per il mondo: a piedi, in moto, in bici. Qualcosa che continua a tenere viva la fiammella dei miei sogni da adolescente squattrinato: un po’ pazzo, incosciente, con la fissa per l’interrail.
Dentro un quarantenne poi, con pargoli a carico, ci sono due ventenni che scalpitano e gridano chilometri MILLEMIGLIA, o anche un paio di chilometri verso il primo autogrill: ma guai a lasciarsi andare, c’è un tempo per tutto, un viaggio fatto su misura, magari in Sicilia, a Londra, a Parigi, se mi ci metto con impegno.

Dicevamo, uno dei due ventenni che attualmente mi possiede, è impegnato in un viaggio coast to coast negli U.S.A. a bordo di un cinquantino: il Piaggio Ciao, il motorino che si avvia a pedali e che molti di noi hanno guidato per andare a scuola. Henry Favre (e suo padre), il protagonista di questa avventura, ha pensato bene di imballare due Ciao, spedirli dall’altra parte dell’oceano e iniziare un viaggio-elogio della lentezza su quel che resta della Route 66. Ciò che rende speciale questa impresa, però, non sono i chilometri che scorrono sotto le ruote a cinquanta chilometri orari, ma probabilmente il fatto che lo stesso sia fatto in compagnia del papà cinquantenne, qualche telecamera, decine di post e foto postate in tempo reale.
Quando li ho visti in sella ai loro “MIO” e “TUO” (i nomi che hanno dato ai due motorini), mi sono emozionato: l’immagine di un ponte chiuso, le foto della pioggia battente sull’Illinois, il fatto, insomma, di “esserci” ha in qualche modo riempito quel bisogno di evasione. Ho sentito l’autunno (quello vero con le foglie gialle etc.) sulle loro giacche, l’umidità giocare con le loro ossa e la voglia irrefrenabile di macinare chilometri. Vedere oltre, scoprire lentamente una parte del mondo che si è vista nei film mentre preparo le polpette, attendo l’autobus o bevo un caffè, insomma una figata pazzesca.

Sfogliando le foto di #americainciao, leggendo i vari post,  mi è venuto in mente quel momento nella vita in cui, con la bici e la faccia da sbarbato, iniziavo ad uscire dal quartiere spingendomi oltre la città; quel richiamo di avventura e frenesia che soltanto chi guida un mezzo a due ruote riesce a provare; quel ricordo che magari è tinto dalla luce violacea della sera, ma che in realtà è solo un gioco del tuo cervello che gira il cubo di Rubik dei ricordi facendo scattare le sinapsi: è tutto violaceo e blu, come la malinconia. E da quella non si scappa.
Qui cervello a torre di controllo: “Quarantenne, quei giorni non torneranno mai più, hai delle responsabilità, altra vita meravigliosa, ma quei giorni non torneranno più, mai, NEVER (così per oggi abbiamo pure ripassato inglese), ok?”
Noi amiamo queste cose, viviamo di surrogati, proiezioni di noi stessi:
Valentino Rossi è il surrogato, ad esempio, di un caro amico di quasi 70 anni, ma lo è in generale, di chi ama lo sport. L’abbiamo visto crescere mondiale dopo mondiale, anno dopo anno, adesso anche lui ha quasi 40 anni ed anche se ha molti più miliardi di TE (io ci sto lavorando), ma gli si perdona pure questa “piccola” differenza, è quasi uguale a noi.

“Un film, ne faranno un film”, scrive intanto qualcuno sulla bacheca di Henry.
Sembrerà banale, ma in effetti è questo ciò che cerchiamo: abbiamo un disperato bisogno di vedere imprese come queste, fatte da persone normali, un po’ folli forse ma tutto sommato normali. Cose che arricchiranno solo la parte più vera di noi, un terremoto empatico che ci renda più vivi.
Non capita tutti i giorni di prendere un cinquantino e fare le penne sulla route 66, non capita tutti i giorni di vedere cose belle in rete.
Emozionare e coinvolgere è sempre più difficile, specie sui social: devi avere quel qualcosa che ti rende unico ma allo stesso tempo uguale agli altri: la voglia di sognare, osare, provare… la sfrontatezza insomma, di un ventenne, e i reumatismi di un cinquatenne in mezzo al deserto, a cinquanta chilometri orari.
Non importa quanto tempo ci metti: il sogno è un passo prima del traguardo, una strada piena di buche e merda, pioggia, delusioni e ossa che fanno male, specie in autunno.

Buona strada e siate felici, in tutte le stagioni, poi passa.

3 thoughts on “Ciao Autunno

  1. “la voglia di sognare, osare, provare… la sfrontatezza insomma, di un ventenne, e i reumatismi di un cinquatenne in mezzo al deserto, a cinquanta chilometri orari.
    Non importa quanto tempo ci metti: il sogno è un passo prima del traguardo, una strada piena di buche e merda, pioggia, delusioni e ossa che fanno male, specie in autunno.”

    Marco, come dicono qui in Spagna, mi si sono arrizzate le carni! :D

  2. Brrr… sento brividi da umidità-nel-deserto.
    Bellissimo Marc (:

    Io non lo so se si può essere felici con me stessa in tutte le stagioni. Sicuramente ci sono state già stagioni in cui non lo sono stata, ma ora che ho tanto lavorato per trovarmi e per trovare una mia “casa” dentro di me… forse potrei. Lo spero tanto. Si lavora per sperarlo, ecco.
    Intanto mi prefiggo almeno un viaggio di scoperte all’anno, lacrime commosse, concessione di dolori… ma questi ripromettendomi di tenerli meno numerosi dei sorrisi… E spero in tanti, troppi amici che siano quella famiglia che, in stagioni passate, mi ha reso infelice per la sua mancanza.
    Aspetto il prossimo caffé, anche in questo autunno :*

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