“Eh la Madonna!” – Storie di (Ma)donne travagghine e di disperazioni

Come sempre, tutto ebbe inizio la Vigilia.
Non so voi, ma quando mi alzo dal letto io trapasso da una dimensione all’altra, con gli occhi semichiusi e la gatta che mi segue minacciosa poiché, conscia del mio stato, teme che mi dimentichi di nutrirla; cosa che comunque sarebbe impossibile, dato che i suoi miagolii sono tanto insistenti da riportarmi in pochi minuti alla dimensione terrestre dei doveri. Sorseggiando il caffè ormai freddo che Anto mi ha preparato verso le 6:30 (prima di andare a lavoro), eseguo automaticamente il gesto dell’accensione della luce della cappa. E così è il 7 dicembre e “spuft”: piccolo suono di lampadina della cappa esplosa. …Amen. 

Un piccolo sospetto di “malaiurnata” si insinua nei miei pensieri, ma non sono mai stata superstiziosa, pertanto procedo con i soliti doveri e poi vado verso la doccia. Apro l’acqua, entro, acqua tiepidina, amen e sbrigati che è tardi! Ascella-ascella (come nella canzone del villaggio turistico), piedi, capelli, shamp… ops. In quel momento topico in cui sto per aprire la boccetta dello shampoo, ecco che l’acqua inizia a deprivarmi del suo calore: sempre più, sempre più e sempre più. Come in una punizione divina, sto morendo di freddo, sono nuda, è tardi e non so che diamine fare! Ok, pazienza, persistenza e capacità negativa! Queste, dovete sapere, non sono esattamente mie doti innate. In famiglia sono stata sempre additata come quella frettolosa che fa i gattini ciechi. Per fortuna, alla venerando soglia dei 30, tra terapie, saggezze anziane e psico-lavoro ho appreso l’arte di quello stato mentale che lo psicoanalista dovrebbe raggiungere per venire in contatto con la verità emotiva sconosciuta (che Bion chiama O) di quel momento” […]. In attesa della verità, sono stata ad attendere e ad attassare, ripetendomi che “l’analista deve stare in attesa senza dire né fare nulla. Non si tratta di un’attesa carica di aspettative, né semplicemente passiva: è un’attesa ricettiva ai diversi livelli di comunicazione, verbali e non verbali, consci ed inconsci, del paziente e personali”. E tuttavia, la doccia non parlò; anzi: smise pure di zampillare, lasciandomi a secco: lurida, bagnata e ghiacciata. Chiaramente, poiché bisogna sempre “Apprendere dall’esperienza” (e lo disse sempre Bion), da ciò apprendo che dentro la doccia i concetti analitici non valgono, pena polmonite fulminante (altresì detta “primunia celeste”). Rassegnata, esco e mi asciugo alla meno peggio inveendo (senza bestemmiare, lo giuro!) contro l’attasso mattutino della vigilia. Nel cel. trovo ovviamente un messaggio di mio padre che rifiuta di passare l’Immacolata con me, ma che mi invita a farlo con i suoi amici di chiesa. Chiaramente rifiuto alla velocità della luce con le dita ancora gelate e finisco di lavarmi a pezzi.
La “capacità negativa” mi accompagnerà lungo tutta l’intensa giornata, rimuovendo malamente il suono sordo del rumorino dell’acqua che gira a vuoto e mal-forcludendo anche il pensiero dell’impossibilità di qualsivoglia riparazione a causa della festa e del ponte; in sottofondo, persiste l’incubo dei piedi di qualcuno (che lunedì saranno una colonia di germi talmente ospitale che si potrà addirittura lucrare sugli affitti con i micro-organismi). Sì, insomma, il mio amico Bion mi è venuto in aiuto nelle 8 ore successive di lavoro imponendomi “di rimanere nel dubbio e nell’ansia, senza affrettarsi a trovare spiegazioni razionali e senza aggrapparsi al già noto”. Tutto ciò, nonostante a metà percorso io riceva una missiva dell’Agenzia delle Entrate che mi intima con mora di pagare il bollo del 2014, che chiaramente una precisa e sfigata come me ha già pagato, pur perdendo il quadratino che potrebbe testimoniarlo. Ok. 190 euro di inculata e odio profondissimo per queste teste di cacchio gratinate che ti fottono pure se sei in regola. Respiro, Wilfred è sempre accanto a me e ora mi dà una pacca sulla spalla, in barba all’astinenza analitica. La giornata prosegue. Alle 18, dopo un’ora circa di traffico, sono finalmente a casa. Anto mi aspetta nel nostro micro-balcone con una faccia che è tutta un programma: “Annunciazione, annunciazione! Il motorino è andato! 150 euro!”. Lo annuncia ché non ho ancora tolto la chiave dalla toppa. Figuriamoci se poteva solo essere una ventola da sostituire… ma scherzi? Servizio completo!!! E se ne parla non prima di sabato. “…Stasera?” […]. Mutismo selettivo. Finisce che, come nelle migliori famiglie appena costituitesi, andiamo a comprare dei bidoni ed a cercare una fontanella; indi mangiamo una pizza sotto casa che, per fortuna, digeriremo senza intoppi. Prima di nanna, aiuto Anto a lavarsi i piedi nella bacinella, pena urla catastrofiche da impossibilità estrema di eseguire questa operazione. Infine mi corico pregustando, dopo giorni folli di doveri su doveri, la libertà della giornata successiva, in cui saremo io e voi (i gatti), voi ed io, lordi ma liberi di fare ciò che vogliamo per UNA INTERA GIORNATA e dunque felici!

La notte va come sempre, con i mici che ci camminano addosso cercando il nostro fianco per riscaldarsi, Gina che mi passeggia sul culo e strepiti litigiosi dei 2 che chissà cosa si contendono alle 4 del mattino urlando e litigando in stile Godzilla sulle nostre teste. Alla fine Martino mi si accozza al collo e Gina mi coglie nel sonno accoccolandosi ad aureola sulla mia testa. Storie di ordinaria amministrazione, insomma. Il risveglio promette bene: vado in cucina, nutro le belve, mi faccio la tisana al finocchio. Nell’attesa che si freddi un po’, decido di usare il “Quick” per sturare il lavabo ingorgato. Seguo la solita procedura. Lo giuro, ok? LA. SOLITA. PROCEDURA. Eppure esplode tutto. Proprio così! Soda caustica viscida ovunque (anche sul tetto!), escoriazioni varie sulla mia faccia e sul mio petto, cucina bianca, zero acqua per lavare.
In questi casi non so quale miracolo avvenga dentro di me per cui inizio a cercare nella mente qualcosa che non mi faccia raggomitolare pazza in un angolo! Ripeto come un automa: “resilienza-resilienza-resilienza-resilienza!”; poi anche: “sarebbe perfetto per la saga “sci-fi” di Abattoir. E di bidone in bidone passo 2 ore e 10 minuti a pulire ed a pulirmi, riempiendo nelle pause le mie escoriazioni di crema idratante mentre la soda caustica riemerge continuamente (ed ancora ora!) dalle pieghe della mia cucina in muratura. Quando penso di aver finito, ecco che arriva la cacca! Ovviamente, se non hai acqua, la cacca non è un piacere sfinterico, ma un problema che non saprai mai come mandare via (dalla pancia o dal wc). Eppure non posso resistere e vado, facendo gli scongiuri anti-candida (che è sempre in agguato in condizioni non ottimali). Tornando in cucina, scopro che Gina ha deciso di farmi intuire che vuole dell’acqua fresca gettando a terra e sul lavabo una pianta. Scelgo con sofferenza di non piangere, raccolgo la terra e abbevero l’animale mentre ho Renato Pozzetto che mi prende vita in testa a ripetizione con “Eh la Madonna!”. Su questa, decido di travasare il sale dal pacco (che aveva il sotto bagnato per via dell’esplosione) al barattolo. Ed è lì che realizzo con quasi-certezza… che mi hanno fatto il malocchio! Il pacco, infatti, si sfracella non appena lo sollevo, spargendo sale ovunque. Pochi cazzi o parole. Mente vuota, tranne il pensiero della mia amica Valentina e dei nostri progetti di tour religiosi/esorcismi. Lourdes però è costosa e così, a che ci siamo, prendo un pugno di sale e me lo butto addosso e dietro le spalle. Chiamo Anto, gli dico che so chi è stato; lui intanto ha la febbre ma è a lavoro altrimenti non lo pagano; mi intima di uscire subito dalla cucina, anzi: da casa, visto che ancora, dopo 3 ore, le bianche macchie di soda mi spuntano ovunque qua e là. Sullo sfondo le urla della festa della mia vicina zulù che, dopo aver sfornato 5 figli, nei momenti di crisi ( = di scuola chiusa) li minaccia di scioglierli nell’acido. Chissà perché lo penso mentre continuo a dirmi che so per certo chi mi ha fatto il malocchio. Ma noi siamo grandi e bis-laureati ed a queste cose non ci crediamo.

Ora. Penso davvero che il mio lavoro mi abbia insegnato ad essere una persona migliore. Ciò nonostante il pensiero costante di ieri e di oggi è che una donna “in carriera” (quale potrei essere definita, nonostante la mia carriera consista spesso in un lavoro, ecco… diciamo “no profit”) ha bisogno di aiuto per vivere una vita decente. Non di preghiere paterne, ma di braccia. Non di pacchette e di astinenze, ma di soldi per assumere un colf. Non di rinunce e sterilità, ma di tate che ti consentano di gestire un eventuale figlio. Invece, immune dall’essere monda dai peccati originali, io debbo accontentarmi della “capacità negativa”, ovvero di pagare coattamente multe o robe ingiuste mentre mio padre mi manda su whatsapp l’immaginetta augurale della Madonnina. […].

E ora però vegliamo la Vergine Maria immune dal peccato originale e da Modelli Operativi Interni improntati alla riedizione della sfiga! Lo faremo con pazienza e “vigili”, orando, astenendoci dal peccato e, nel nostro caso, puzzando rigorosamente immobili per evitare che, come mi ha detto Anto al telefono, “la mamma di Gesù si offenda”, che accada qualcos’altro e che io abbia un accesso psicotico.

AMEN.

P.S.: Questo post vuole mostrare la vita “complicata” di una persona che, lavorando 12 ore al giorno seguite dai doveri di casa/famiglia, attende il riposo con ansia e poi deve uscire le palle per non regredire ad un’età infantile in cui poter piangere inerte in attesa di soccorsi che comunque non giungeranno. …Anzi no: rappresenta il valore miracolistico che io do alla scrittura: quello di sublimare in qualcosa di meglio inferni, malocchi e cattive intenzioni! Grazie per l’ascolto!

3 thoughts on ““Eh la Madonna!” – Storie di (Ma)donne travagghine e di disperazioni

Rispondi