Il 2017, d’altronde, è già passato

Ho messo le lenzuola di flanella. Sono nuove nuove, acquisto in sconto a cui 1 anno fa, appena trasferitami con una sola pentola ed una padella storta e nera, non pensavo proprio. E invece questo 31 ho rifatto il letto mentre la mia Gina preferita lottava strenuamente per proteggere il suo materasso preferito dalle nuove nemiche lenzuolose. Nel mezzo ho cucinato tanto cercando di essere creativa, di vedere il bello, l’amata simbolopoiesi, pure in un piatto. Anche la spesa l’ho fatta con cura. Durante il giorno arriva un messaggio di una delle mie pazienti e così loro li passo in rassegna tutti ringraziandoli uno per uno e augurandogli il meglio in silenzio. Mi scorre davanti il 2017: banale, un classicone. Ma si può anche essere classici, penso: quasi mi piace, lo trovo rassicurante a volte.
Il 2017 è stato un anno duro. Penso al suono di un morso su qualcosa che pare croccante (I love “croccante”!), ma che in realtà è proprio un balatone; tipo il torrone da piccoli, ché ancora i molari non ti erano caduti e così quando muzzicavi sentivi quel rumorino che non sapevi se fosse dei tuoi denti spizzicati, della tua mascella o del balatone stesso. E nelle retrovie insieme al rumorino di duro, il dolore del morso immobile e inatteso. 

Ecco. Il mio 2017 è iniziato con la fatica di questo desiderato trasloco, col prendere le misure delle mie nuove indipendenze e fatiche, col far liti con Anto per fargli vedere che non c’era molto spazio di contrattazione tra le mie idee di parità e la realtà. Poi sono passata alla vita da ospedale temendo di perdere la mia persona più importante; ai compromessi coi parenti per cercare di mantenere le tensioni sottosoglia; alle umiliazioni taciute e sopportate per amore di lei. In mezzo c’era sempre Anto (che anche ora scatarra di là) che, tra una lite e l’altra, mi ha raccolto in pezzettini o in finti sorrisi o in slanci desideranti, come quando è iniziata con Cristina la nuova avventura dello studio. Ed anche quando la scuola si è fatta dura e il desiderio di andare diminuiva per la fatica di un turbocapitalismo che non ha pietà e impone un lavoro 7/7, e se è il caso gratuito. Perché io ho un problema di responsabilità, dovete sapere: gratis o non gratis, se devo fare una cosa voglio farla bene, e di solito non mollo. Maledetto Super-Io!
Così c’è sempre stato questo Abattoir: faticoso stargli dietro, ma quanto continua ad aiutarmi non potrei dirglielo manco se fosse una persona. C’è sempre anche Formidee: siamo in 3 ma siamo bravi e siccome viviamo di principi e di bruttissime modestie, non ci facciamo una lira, ma impariamo tanto e in condivisione con gli Altri, senza dimenticare di dire grazie. Ci sono stati i primi pazienti in privato, lì, in via Cavour, insieme ad un amore sempre più grande per quello che faccio e per quel caffè amaro da portare via che afferravo al bar di passaggio pur di godermi per un minuto in più il Teatro Massimo. C’è stato il nuovo lavoro di Anto (un lavoro un po’ più vero) e la mia estate frustrata da sola; anzi: con Yalom. C’è stata finalmente la Romania, che, se la penso, ancora mi scende una lacrime di desiderio. Ci sono stati gli avvocati, i conflitti interiori, le decisioni difficili. C’è stato mio fratello, con la sua stretta di mano micidiale e il suo carattere impossibile. Ci sono stati sempre loro nel mio cuore: i miei nonnini ignari delle sofferenze e delle lotte che gli circolano attorno. E poi i miei due piccoli figli: la Gina-disabile che pian piano ha imparato a coccolarmi (ed io a lei) ed ora mi sta sempre intorno e Martino che si corica lungo lungo su di me col naso sul mio collo ed è grande quanto metà del mio corpo; loro che la sera mi aspettano dietro la porta. C’è stata la scoperta dell’ipertensione e della metformina, la dieta, il Cedial, le pillole, le visite, i 13 chili di pesantezza in meno. Ci sono stati anche il tribunale, i nervosismi, le conquiste. Gli amici (sempre meno, ma sempre buoni e cari). La tesina di biennio ed il rito di passaggio al terzo anno. I progetti in studio, i primi gruppi e quelli che a breve partiranno; il nuovo studio, con tanto di targhetta, e i pre-nanna a spiegare con foga ad Anto che io “sono” “gruppoanalista”, che non è la stessa cosa di “psicoanalista”. E che questo significa anche pensare a tutto quello che succede e che mi manca, perché non ho il tempo di soffermarmici. Rigopiano, Trump che si insedia (ed era ancora solo il 20 gennaio!) e caccia i Sioux, attentati a tignité, stragi di qua e stragi di là, i mille feriti di Catalogna, l’ultimo saluto al ragionier Fantozzi, il recente biotestamente e mio padre che si rivolta nel salotto, la Brexit. Irma (l’uragano e non la mia prozia; o anche), Raqqa e Mosul. Musumeci o Sinistra Comune. Le guerre e i migranti infiniti. Modena Park e l’Italia esclusa dai mondiali mentre il principe Harry trova moglie e Gerusalemme è capitale d’Israele. Il #meetoo. I lutti che iniziano con Bauman e finiscono con Riina passando per 007, Leone di Lernia e “Zurlì, il mago del giovedì”. Quante cose ci siamo persi… Quante cose mi sono persa?

Qualche giorno fa parlavo di come tutto sia complicato, strapieno e ripieno a matrioska; di come, invecchiando, si abbia bisogno di dormire di più e ci si stanchi prima. Di come le cose da fare se vuoi essere indipendente, tu, aumentino a dismisura. “Per un amore mille pene”, dicevano quando da bambina ti tiravano i capelli pur di pettinarti e tu piangevi arruffata… Già. Ma mi sento in colpa, perché non frequento più il mio territorio, le associazioni che vorrei, gli eventi che mi piacciono. Palermo la penso sempre, ma nel viverla di corsa per “farmi avanti” (come diceva mia nonna incoraggiandomi), non me la godo; quando va bene esco una volta a settimana e sono stanca per far seguire alle classiche 8/12 ore di lavoro altro lavoro militante. Non mi condanno, ma mi sento monca e mi dispiaccio. Mi chiedo per altro come continuerà ad andare di qui in avanti.
Libertà è partecipazione”, dicevo mentre detestavo chi non faceva che ripetere “non ho tempo!”. So che è l’epoca di questo e me ne preoccupo, ma c’è da dire che il motto di quest’anno è stato invece “lasciare andare”. Lasciare andare innanzitutto l’onnipotenza (ché anche di questa è l’epoca), cioè quel potere illusorio di poter stare dietro a tutto, di fare le cose sempre e comunque nel migliore dei modi, di non dire mai di no ed anzi, al contrario, di fare la yes girl approfittando del mio scontato entusiasmo per tutto. “Solare” mi hanno definita spesso. Forse è vero, ma il fondo del vetrino contiene pure un pizzico di anelata resa e molta fatica. A tratti qualche grano di depressione che può ingigantirsi a seconda delle mazzate. Paolo Villaggio diceva: «Il mondo è fatto per la maggior parte da persone che nella vita hanno fallito. Grazie a Fantozzi ho fatto in modo che alcuni neppure si accorgessero di essere nullità. O al limite ho fatto sì che non si sentissero soli».
Nullità no, ragioniere; no. O al massimo per piangere un poco. Ma il fallimento a volte è uno spettro. Menomale che resta comunque l’umanità, che se ci pensi è senso del limite e scelta. “Lasciare andare”, d’altronde è un’arte che esige umanità, scelte e travagli, come i migliori parti. Io allora mi partorisco e nel mentre il mondo la lascio andare, ma solo per ora che sono stanca. Perché lui mi abita e non posso disinteressarmene, non per molto almeno. Il 2017, d’altronde, è già passato.

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