Coming out di un bulletto

Credo sia arrivato il momento – i tempi sono maturi – per fare coming out: ebbene sì, miei cari lettori di Abattoir, sono stata un bulletto.

Avevo 12 anni, frequentavo le medie. La mia classe era ad indirizzo sperimentale, facevamo musica i pomeriggi e studiavamo uno strumento (io studiavo pianoforte ma ero una schiappa). Ed eravamo tutti un po’ bulletti. Si sa, gli sfottò sono alla base delle relazioni sociali tra ragazzini i quali l’unica cosa che vogliono più di tutte è divertirsi per evadere dalla routine quotidiana scolastica. E di sfottò ci nutrivamo a colazione, sfottò di tutti per tutti.

C’era una ragazza, però, troppo sensibile per reagire alle nostre frecciatine e per questo veniva sempre presa di mira: avevamo trovato l’anello debole! Era grassottella e aveva l’apparecchio ai denti, quindi pronunciava male le parole e sputacchiava di continuo (le avanguardie dentistiche degli anni ’90 erano quello che erano). Potete immaginare la miniera d’oro delle nostre cattiverie! E io, ahimè, ho cavalcato l’onda. Mi è capitato più volte di sfotterla, di dirle che puzzava – chi non puzza a 12 anni? – e di essere poco delicata quando mi rivolgevo a lei. Non l’ho mai invitata ad uscire giacché era la weirdo della classe e non prendevo mai in considerazione ciò che proponeva.

Quello che mi è successo, in realtà, è stato tutto un concatenarsi di eventi. Il primo anno delle medie, quando ancora gli equilibri relazionali tra i componenti della classe non erano del tutto chiari, ho rischiato di essere io l’anello debole. Anche io ero quella grassottella e in più super timida (poi l’ho superata, grazie alla scuola tra l’altro). In quella classe arrivavano ragazzi da due diverse scuole elementari e io facevo parte della minoranza, del piccolo gruppo del distaccamento, per cui ero già emarginata in partenza. Poi ero una specie di secchiona, di quelle che corrono a piangere in bagno se la maestra non ti dice “brava” – mamma mia, oh! Grazie alla musica, però, ho superato i miei piccoli tic: al saggio musicale di fine anno scelsero me come portavoce e per presentare la classe e le varie esibizioni, ergo dovetti disfarmi della mia timidezza. Quando mi chiedono se sono timida dico sempre di aver lasciato la timidezza alle medie – e la dignità al liceo, ma quella è un’altra storia.

Superato quel primo scoglio, dovetti prendere un’altra decisione: per non essere io quella presa di mira dovevo tirare fuori gli artigli e deviare l’attenzione dai miei difetti, concentrandola altrove. Iniziai ad accanirmi contro l’anello debole della classe. E così ha fatto la maggior parte dei miei compagni. Non fraintendetemi, continuavamo a sfotterci a vicenda dalla mattina alla sera ma molti di noi erano bravi a rispondere agli sfottò. Se organizzassimo una gara di sfottò non dico che la vincerei ma comunque mi piazzerei tra i primi, sono abbastanza allenata!

Iniziai così una sorta di rivincita sociale, un percorso picaresco che mi portò all’apice della popolarità. E il mio atteggiamento da bullo fu solo il riflesso di quello che era la società scolastica e le relazioni di quegli anni. Essere un lupo per non essere pecora. Egoisticamente, assieme al mio gruppetto di “fighi”, non pensavamo alle povere pecore. Va detto anche che mai e poi mai abbiamo usato violenza fisica nei confronti dei nostri perseguiti, psicologica sì, purtroppo.

Comunque l’ho pagata, eh. Il liceo è stato il mio inferno personale. Al liceo ero io quella “strana”. Quella insopportabile “so-tutto-io”, quella un po’ punk, quella che fumava in cortile con una ragazza omosessuale, quella asociale che veniva a scuola con le cuffiette e il lettore cd coi dischi metal (che poi si trattasse semplicemente dei SOAD poco importava a quelle che ascoltavano Eros Ramazzotti e Laura Pausini). Per anni, 16 ragazze ognuna con un caratterino peperino (l’eufemismo più grande mai pronunciato nella storia dell’umanità) furono costrette a stare ogni giorno per 6 ore a stretto contatto. Non è stata una vita facile. Al terzo anno di liceo mi ero spostata in un banco in prima fila e per quasi tutto l’anno non ho girato la testa. Per fortuna all’ultimo anno eravamo tutte un po’ più mature, e io sono tornata ad essere “normale”, non più la stramba asociale e dall’ironia incomprensibile (e a sedermi all’ultimo banco). Gli anni bui del liceo mi hanno aiutato a crescere anche se, effettivamente, ne avrei fatto volentieri a meno. In quegli anni ho compreso però il vero significato di emarginazione, che fosse essa autonoma o eteronoma. Ho capito quanto male possa fare essere presi di mira, essere lasciati in disparte e sentirsi parlar male alle spalle.

Anni fa incontrai la mia compagna delle medie, quella cicciona e con l’apparecchio ai denti: era completamente un’altra persona, bellissima e magrissima, con una grande autostima e trasudava fascino e carisma da tutti i pori! Le chiesi scusa per essermi comportata male, per essere stata la stronza della situazione tipo Mean Girl, il film. Accettò le mie scuse e mi disse che l’aveva vissuta male ma che, una volta toccato il fondo, non si può far altro che darsi la spinta per risalire.

Quello del bullismo è un tema sempre attuale, ahimè! Vorrei che riflettessimo sui nostri atteggiamenti quotidiani perché un po’ bulli, suvvia, lo siamo tutti! Che sia un meccanismo di difesa o semplicemente un carattere arrogante e prepotente, non lasciamoci trasportare troppo e impariamo un po’ di compassione. La compassione è la migliore arma contro il bullismo. Una volta imparata, insegniamola ai nostri figli. Gli sfottò esisteranno sempre, l’importante è però capire quando si sta oltrepassando quella sottile linea tra goliardia e accanimento.

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