Villa Sperone Resort

di Rosita Baiamonte

Il muro di cinta è tutto squarciato. Ci vedi, attraverso la sbeccatura, chiazze di verde fatiscente che si mischia all’immondizia in un patchwork di colori vivaci, il verde di piante che non temono l’orrore che le circonda, che crescono spontanee e spontaneamente diventano erbacce perfettamente integrate nel territorio.
Lo Sperone, già dal nome rivela la sua durezza di luogo abbandonato a se stesso, dove il degrado cola come resina dai palazzi fatiscenti, di un improbabile color bianco sporco.

 

 

Aldilà del “verde urbano”, dei ragazzini formano un gruppo compatto: sono Vicè, Giusè, Saivvo (Salvatore all’anagrafe) e Giuvà. Vicè, detto “u quattruocchi” per via dei suoi occhiali, ride mentre si uccide i polmoni sospirando una sigaretta, la tiene fra indice e pollice o se la lascia consumare fra le labbra. Vicè ha solo undici anni, eppure sembra già adulto.  Saivvo “u cocacola”, per via della pelle scura, sta in sella ad una bici dove è stato montato uno stereo che spara musica neo melodica tutto intorno, ridono e scherzano come fanno quelli della loro età, il loro incedere è lento, misurato, la parlata dura, aspra, si esprimono in un dialetto sgraziato che deforma le loro bocche in smorfie e lo sguardo, il loro sguardo, non concede attenuanti né tregue amiche. Se non sei della zona, lo stesso sguardo ti si posa addosso minaccioso e da come ti muovi e parli hanno già capito chi sei.  I ragazzi dello Sperone bruciano presto le tappe, non hanno il tempo di rimanere bambini. Anche loro, come a Scampia, a dieci anni fanno già parte della minuzzaglia di cui si serve la criminalità e anche senza esserlo davvero, criminali, i loro giochi riguardano sparatine e ammazzatine. Qua è normale giocare a essere delinquenti. La bruttezza che a noi  è chiara e visibile, ai loro occhi è inesistente, tutto il loro mondo inizia e finisce qui, tra i dedali ru’ Spiruni, fra i casermoni fatiscenti, fatti di sabbia e miseria, che si ergono alti a dominare una vasta area della periferia del sud di Palermo. Lì adesso ci passa il tram, lì fu costruito il primo centro commerciale urbano, lì a pochi metri c’è il lungo mare di Romagnolo, ma di riqualificare lo Sperone non se ne parla. I macagni, i malacainne, “non saprebbero apprezzare, anzi, distruggerebbero tutto, vandali come sono, non rimarrebbe nulla”. Picciuli iccati, quelli per lo Sperone. Non sospendo il giudizio perché io, in fondo, è cosi che li vedo, capaci solo di distruggere, non ho più comprensione per loro, per il loro mondo distorto, per il loro voler vivere seguendo solo le loro regole, fatte al prezzo dell’onore e a volte della vita stessa. Poi mi fermo a pensare e immagino di rasare al suolo tutta questa bruttezza che fagocita ogni cosa, di rifare tutto daccapo, di mettere un albero qui, un’aiuola lì, un campetto di calcio un po’ più in là, un’area con la sabbia per i più piccoli. Penso, forse sogno e mi distraggo mentre attendo il tram, mi passa davanti veloce, lo perdo, ma non importa sono a Villa Sperone Resort e un po’ più in là Vicè butta la sigaretta, Saivvo distrugge quell’obbrobrio di stereo che vomita musica improbabile, Giusè saluta tutti dicendo:  “vado a fare i compiti, ché domani ho interrogazione” ed è tutto verde, bello e sano. Ecco che arriva il tram, stavolta lo prendo.

3 thoughts on “Villa Sperone Resort

  1. Bel pezzo.
    Anch’io non difendo più alcune posizioni, tipico di chi nasce in periferia e non fa nulla per cambiarla. Da questa stessa posizione, da ex Zeniano (termine meraviglioso vero?) comprendo quei ragazzi, anche se non giustifico coloro che non fanno nulla: abusivismo, delinquenza, ignoranza… non è solo una questione personale, credo che al resto della città vada bene così, e solo chi è intelligente lo capisce in tempo per salvarsi e cambiare. Le zone dormitorio esisteranno sempre.
    Dalla minuzzaglia qualcosa/qualcuno si salva: ci vuole culo è vero, ma qualcosa si salva, parola mia.
    Un abbraccio.

  2. Parlavo ieri con una mia carissima amica che proviene dallo Sperone e tutto le si potrebbe dire tranne che viene da là, quindi ciò significa che assolutamente, l’ambiente non sempre condiziona la vita che fai, se sei più forte e capisci che ne vale la pena, te ne tiri fuori. Ma la parte più pessimista di me mi suggerisce anche che sono, siete, davvero in pochi a sfuggire a quello che sembra un richiamo irresistibile: vivere ai margini della società, credendo di vivere nel giusto. Però a volte il seme buono ha il sopravvento sulle erbacce.

  3. Mi piace tanto l’idea del “patchwork” di Palermo. Forse dovremmo farne uno o più!
    E forse lo dico perché comunque nel fondo io resto romantica… anche nel giudizio, se dato con un certo sguardo, a volte si nota amore.

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