Baci forbici e caramelle

Di quei giorni, ricordo i piccoli banchi disposti a cerchio, le poesie imparate a memoria durante le feste comandate, gli scivoli e gli alberi che scandivano le stagioni sbuffando piccole gocce di rugiada ai lati delle finestre: barbagli di un piccolo uomo innamorato di te, con le mani piene di vita e plastilina. Per anni, riguardando le tre foto che ci hanno visto crescere insieme, ho portato con me i tuoi sorrisi, le storie dei dinosauri, le tue amate coccinelle, i viaggi in fondo al mare tra sirene e pesci pagliaccio; ho lottato contro il tempo che, passando, ne sbiadiva i contorni ingiallendo la carta con il seppia della nostalgia, ma ti ho amato e continuo ad amarti anche a distanza di anni.

Al mondo, non esiste banalità più grande di un adulto che cerca di comprendere il primo amore: qualcosa di talmente grande, incomprensibile e puro, che preferisce rimanere nascosto tra le pieghe del cuore pur di salvarsi dal tempo e dal pudore dei grandi.

Di pochi è la gioia della tenerezza e il ricordo di quei giorni: il prendersi per mano e nascondersi sotto un banco guardando fuori le ultime gocce di pioggia; ridere per la forma delle nuvole, le smorfie, gli occhi incrociati per vincere una scommessa; scambiarsi un cuore di carta, una caramella, i baci e le corse sul prato nel crescendo di una melodia che all’improvviso, come la pioggia, si ferma.

Ad un certo punto, da un giorno all’altro, mi dissero che eri diventata grande: che avresti passato i pomeriggi facendo i compiti dalle prime pioggie di settembre ai primi raggi di giugno ed amen, fine dei giochi.
L’ultimo giorno di asilo, quello, lo ricorderò per sempre: sopra quello scivolo, tra i saluti generali, gridai al mondo che ti amavo e ti avrei sposata, scatenando le risate generali: ti abbracciai, ti strinsi forte e da quel momento iniziammo ad allontanarci piano piano.
Tu in prima elementare, io all’ultimo anno di asilo.

Con il nuovo anno scolastico continuai a chiedere di te ai miei genitori, alle maestre, isolandomi tra un gioco e l’altro e guardando fuori dalla finestra: eri a pochi metri da me, nell’edificio giallo: un posto in cui la tua risata contagiosa veniva smorzata dalle operazioni in colonna e la logica dei grandi.
Il nostro banco, l’enorme capanna in cui avevamo trovato riparo per sfuggire alla pioggia, dagli alieni e dai dinosauri, restò vuoto.
Cominciai a piangere senza motivo ed alla fine ti lasciai andare come si fa con le barchette di carta sotto l’acqua corrente: tempeste d’acqua in cui la natura fa il suo corso.

Da grande, ho imparato a guardare le foto come si fa con una bella giornata di sole: un altro giorno per scrivere qualcosa di nuovo.
Ogni tanto però, penso a quella promessa e sorrido: chissà, penso, chissà se te ne ricordi ancora tra gli abbracci di chi ti ama e ti tiene la mano; chissà se nella pioggia trovi la gioia di ieri: se stringi al petto le coccinelle scappando dai dinosauri riparando, ridendo a crepapelle, sotto un tavolo.
Chissà se ti ricordi di quel bambino che un giorno ti promise eterno amore.

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