Soli, paraculi ed enormi bugiardi!

Oggi ce l’ho con la solitudine. Ci rifletto molto ultimamente, proprio io che blatero spesso di rete, di associazionismo e di “provare a” insieme. Il punto, infatti, è che ultimamente vengo presa spesso dallo sconforto; o che la vecchia storia del gruppo come qualcosa di più della somma delle singole parti, come qualcosa di magico, di miracolisticamente bello, creativo e simbolopoietico, inizia a sapere, almeno socialmente, di stantio. Questo perché, lo ammetto, quest’anno non ho fatto manco un’arrostuta!
Dunque oggi ce l’ho con la solitudine. E insieme a lei, ce l’ho pure con i più a cui piace tenere l’altro come un grazioso oggettino sul filo del rasoio per cui se non ho di meglio ti prendo e via, in caso contrario “ciaone!”. Ce l’ho inoltre con le classi di adulti che bullizzano qualcuno perché non sanno stare nella relazione col diverso. Ce l’ho col “fingiti morto” pur di rifiutare un impegno che addirittura limita la mia libertà (cioè un sabato sera) e ce l’ho con l’anti-inclusività; forse – lo ammetto – per invidia, io che a calci e pugni sono sempre stata eccessivamente inclusiva. Non da ultimo, ce l’ho soprattutto col concetto esasperato di solipsismo liberalista che, gustato, sulla mia lingua risulta proprio uguale all’individualismo o all’egotismo.

…Eppure non siamo felici da soli. Sono miope, ma io vedo spesso persone che stanno male e che dal male non riesco a uscire per incontrare l’altro. Vedo compartimenti stagni in cui ci si chiude per proteggersi (ma da chi?). Vedo competizioni consce e inconsce in cui l’altro è una pedina di un gioco in cui si deve dimostrare di essere superiori. Vedo vinciusarie in cui il godimento di una o più serate passa per la realizzazione del proprio desiderio e non attraversa l’altro, come a dire “o con me o senza di me, ed eventualmente suca”. E vedo me stessa e la gente correre, come in una gara perenne in cui chi si ferma o rallenta anche solo per guardare chi gli corre accanto a lui è perduto.
In quest’era del non-incontro ci sono immersa, la agisco e lo subisco come gli altri, e intanto mi accorgo di depressioni, di disoccupazioni, di carcinomi del sé, di buchi nella testa, di mancanze e di ansie, della difficoltà a chiedere aiuto e a trovare amici con cui parlare. Intanto mi accorgo di come “dare tempo al tempo” sia oggi dire che non si ha più tempo. Ci sono ancora gli amici del muretto? Non alla mia età, temo. Non c’è tempo per metabolizzare insieme il dolore del fallimento, del successo ad ogni costo o della sterilità. Non c’è tempo per incontrarsi al bar. Manca il tempo per parlare di altro da sé, per riconoscere l’altro da sé. “Assurdo”: ed è l’altro che lo è. E non c’è spazio per ascoltare, se non per lavoro, né c’è molto tempo per rapporti genuini e non approfittanti. Non c’è motivo di abbandonare il giudizio né di notare che, se ritrovassero il gusto dell’umano confronto, un giudizio, una credenza, un’ideologia potrebbero tornare ad essere dialogici, dialettici e non le rigidità narci-paraculoidi che.

Oggi mi soffermo su quanto siamo soli e su quanto questo impoverisce e fa male. Fa male anche perché soli lo siamo per via della nostra fragilità: quando si è fragili, incontrare l’altro senza paraculismi, il vero incontro in sé, è un rischio. La relazione è un rischio! Si rischia di perdersi nell’altro, nella dipendenza, nella compiacenza; e l’individuo non se lo può permettere, pena la scomparsa di sé. Ma solo se sei talmente fragile da avere confini lassi, di carta di riso, molli e soffiati via dai primi venti, solo se sei così cartaceo e facilmente strappabile hai validi motivi per evitare l’altro, per temere che la relazione non sia un contatto arricchente ma, come da scomodo etimo, un re-ligare: un pericoloso legare di nuovo e ancora e di più. Vade retro! Meglio non rispondere a quel messaggio, piuttosto. Meglio lasciarsi le porta aperte e non prendere impegni, sisi. O disdire a piacimento, perché no.
E le finte onnipotenze? Di cosa dovrebbero aver paura nell’incontro? Di nulla se fossero realmente superiori e onniscienti. Ma sono paraculate anche quelle giacché l’incontro, se non è manipolabile, anche qui diviene scomodo, un attacco all’individualità che può dirci o rimandarci quanto siamo fragili e cartacei.

No, l’unico modo di star bene è non rischiare, tenerci le nostre certezze, i vantaggi secondari delle nostre patologie infelici, non prendere quel thé con quell’amica che potrebbe vedere la tua felicità o la tua infelicità e mostrartela mentre tu fai lo stesso, affettuosamente, con lei. Non cambiamo, seguiamo il trend! Non ci affratelliamo troppo o sono cazzi, poi si prendono la mano con tutto il braccio.

Però io oggi ho desiderio di vedere le tribù, di conoscerle, di vivere in campagna. Vorrei creare un villaggio col pergolato di zucchine, perché no? Ma forse nessuno vorrebbe abitarlo, perché i cazzi sono amari e noi non scherziamo con le cose serie: lasciateci in pace! Qua c’è bisogno di equilibrio e di serenità, ché la vita è già difficile così! …E per cortesia non diteci che siamo soli, paraculi ed enormi bugiardi!

One thought on “Soli, paraculi ed enormi bugiardi!

  1. Gli amici del muretto… :) C’era un posto e un tempo in cui ci si scambiava pezzi di vita: i gradini di Lettere, ricordi? Emi, io sarei volentieri il tuo amico del muretto. Essermi trasferita mi da l’opportunità di avere un muretto, una cosa tranquilla, del tempo per me, per socializzare. Siviglia è un “paisazzo”, scendi al baretto in piazza e trovi le stesse facce, gli stessi amici e sono amici disinteressati che stanno con te per il gusto di starci e punto. Ma questa è una condizione data dal fatto che la maggior parte di queste persone -anche io ovviamente- siamo immigrati. Non abbiamo la nostra famiglia, il nostro cane, la nostra casa, nemmeno la nostra bici di sempre e abbiamo cambiato ammorbidente e modo di cucinare la carbonara. Ci sentiamo soli e quindi liberi di consegnarci all’altro, chiunque egli sia, in maniera disinteressata. Chi vive all’estero deve “farsi una famiglia”, non sto parlando di maritarsi e procreare ma del fatto che non può stare solo. E allora sorgono i rapporti disinteressati, i gruppetti del baretto ecc…

    La relazione è un rischio, pena la scomparsa del sé. Per chi è fragile. Chi non è fragile è un paraculo. Non posso che essere d’accordo con te :)

    Io ci andrei in campagna, con le zucchine, la verandina con l’amaca e i libri, e gli amici, tipo comune. Dunque siamo io, tu… poi? Chi viene?

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