Vizi Capitali 2.0 – Jurassic Chérp

Carpi è un luogo in Italia dove Dio va in vacanza. Egli vive rinchiuso in un circolo A.R.C.I. per anziani, a bere grappa e a palpare le vecchine arzille che hanno detto NO alla morte e SÌ all’accoppiamento fino all’ultimo respiro. Qui non importa se sei così vecchio da rischiare di sbriciolarti come un campanile alla prima scossa di terremoto: finché le ossa del bacino reggono bisogna darsi da fare. Una sfilata di lussuriose ottantenni piene di botox, vestiti succinti e luccicosi che terrorizzerebbero persino Dario Argento, truccate come puttanoni da competizione, volteggiano sulle note del lìsssssio, in attesa di accalappiare quei vecchini che posseggono ancora un muscolo cardiaco funzionante almeno al 30%. Hanno ’na faam da caan da cuntadèin.

Al sud si tiene il lutto per secoli ma qui, a tal dig me, non dura manco il tempo di finire di murare il loculo. Mica fesso Dio, eh?
In questo paese padano, teso tra lambrusco e terra, alla base dei rapporti interpersonali, da quello che ho potuto constatare negli anni, non c’è l’amore, bensì l’interesse. Le persone con cui ho avuto una parvenza di conversazione me l’hanno confermato. È tutto un do ut des, e quando uno dei due ha consumato l’ultimo jolly, beh, altro giro altra corsa. Moltissime donne sopra i quarant’anni hanno almeno un divorzio alle spalle e mille uccelli ad attenderle durante le serate del venerdì per sole donne. Guardandole con un ipocrita sguardo da moralista si direbbe che siano delle libertine spudorate, mercenarie del cocktail, e gli uomini degli assatanati di figa senza perdono. E infatti è proprio così.
I miei primi mesi qui sono stati costellati da commenti così volgari da fare arrossire i nostri cari muratori palermitani. “Qui è normale”, mi dicevano quando parole non proprio gentili cercavano di decollarmi in risposta dalla bocca. “Anche davanti alle mogli gli uomini ti fanno dono di queste soavi espressioni da caccia”. Beata sincerità. E dato che spesso le mogli o i mariti, per stanchezza, perché il fumo causa impotenza, perché alla tredicesima birra della giornata non riesci neanche a far sollevare le palpebre, non riescono a reggere le maratone del sesso alla Sting, si cercano uno, due o più amanti, mi spiegano. Tutto alla luce del sole, perché… che c’è di male?
Chèerp (trad.”Carpi”) è una città meravigliosa, sembra di stare in un film di Jerry Calà.
*Lo so che avete fatto, o pensato, il gesto con entrambe le mani che s’incrociano sotto il mento. Vergogna!*
Insomma, qui se non scopi, bevi (e ti ritrovano, per dirne una, abbracciato ad un nano da giardino in piazza); se bevi, ti droghi anche, perché comunque non c’è un cazzo da fare e i soldi che ti sei guadagnato li devi pur spendere, c’è la nebbia, c’è freddo, ci sono i canali dove ogni tanto trovano assiderato qualche anziano con la bici. E le nutrie ti fanno ciao.
Un posto di merda, penserete voi. Certamente, ma non solo.
La succursale di Sodoma e Gomorra ha anche quel tocco di razzismo che ci piace. Prima o poi qualcuno che ti urlerà “Terrone di merda!” lo troverai, anche se maruchèin(termine che non indica solo gli abitanti del Marocco, che qua ci sono in minima percentuale, ma è stato esteso agli abitanti di tutto il continente africano) is the new meridionale.
I Pakistanrappresentano la fetta più consistente della quota immigrati: chi lavora, chi non vuole che le donne imparino l’italiano e alla visita dal ginecologo parlano al posto loro con il dottore, ma è gente perbene che cerca di dare un futuro migliore alle proprie orde di figli… e, per quanto siano ben integrati, vengono schifati lo stesso perché puzzano di aglio e cipolla, si toccano i piedi mentre parlano al telefono seduti sulle panchine al parco e perché sono una tonalità di marrone comunque troppo scura. Gli episodi di intolleranza e megalomania da bianco caucasico sono una costante.
La cosa esilarante è che si è sviluppato un razzismo intestino, cioè tra esponenti della medesima etnia. Giorni fa, mentre spingevo sull’altalena mio figlio, mi passa accanto una ragazzina pakistana di dodici/tredici anni che si volta furibonda verso la madre gridando: “Cretina, ignorante e IMMIGRATA!”. L’aria di disprezzo per il diverso ha contagiato pure la parte offesa che adesso si sente tale per colpa dei genitori che non li fanno vivere come i loro coetanei. Dove ti giri ti giri c’è qualcosa che ferisce la tua morale e ti ritrovi a resettare i tuoi confini mentali tra bene e male per riformularli, perché qui ci dobbiamo vivere io e mio figlio che, se sono fortunata, esclamerà “Dio bo’” al secondo giorno d’asilo.

Riflettendo, ho proprio capito che l’ignoranza è forse il vero peccato capitale qui (anche se non è annoverato tra i sette a tutti ben noti). Da essa scaturiscono tutti gli altri.
È ovvio che nessun luogo è l’Eden e unni ci sù campani ci sù buttani, ma qui sembrano notarsi di più i fiumi di letame che sgorgano dall’animo umano.
La solidarietà, questa sconosciuta. Per non parlare della vastasaria(tipo quella dei cornuti che in questo momento, alle ore 14:00 del pomeriggio, mentre mio figlio dorme per miracolo, stanno trapanando e martellando senza sosta). Danno tanto la colpa ai terroni e ai negri per il declino di questa cittadina dove prima era tutto perfetto, anche se si fa fatica a crederci, e i carpigiani sono gli unici che non ti parlano se non ti conoscono, non ti salutano anche se ti conoscono, non chiedono scusa se ti urtano per strada e se ne fottono se hai bisogno d’aiuto. Però, probabilmente per motivare il loro essere braghèri(curtigghiari, per intenderci) più che per una reale volontà di aiutare il prossimo, hanno appiccicato su ogni portone il cartello “Vigilanza di quartiere”. Questo c’è in tutti i piccoli centri, ma al nord sono più ricchi e si possono fare stampare i cartelli in serigrafia, senza badare a spese.
Non esiste alcun intento di contrastare questa fenomenologia del contadino evoluto con la cultura. Gli eventi per “secchioni” (così qui ho sentito chiamare gli intellettuali) ci sono, ma sono per pochi. Il Festival della Filosofia ha senz’altro meno affluenza del RuttoSound o della Balorda (corsa con bici, tandem, mezzi vari costruiti con fantasia, basata sulle pause ristoro: un minuto di corsa, trenta minuti di rutti dal sapore di ciccioli, mortazza e lambrusco). Su questa scelta concordo con loro, sinceramente, perché preferisco mangiare porco tra le urla dei balordi o i rutti da competizione piuttosto che stare a sentire le cazzate di Isabella Santacroce.

Sapete però che cosa ho capito? Che in un posto in cui non c’è particolare attaccamento ai valori religiosi e si è esenti da una farcitura di quelli che noi consideriamo virtù e valori di base, si è più liberi.
Liberi anche di essere teste di cazzo senza remore, ma pur sempre liberi dal peccato e da ogni turbamento.
Nessuno ti giudica se conosci l’italiano a stento e non sai neanche scrivere correttamente il tuo cognome, se sei un cafone, se sputi a terra, se caghi nel parco vicino alle giostre, se vuoi fare il forever young e comportarti come un quindicenne a cinquant’anni, schifando moglie/marito, compagna/o e figli.
Qui si fa schifo insieme, ma ognuno pensa per sé.

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