Un pomeriggio sinestetico

di Giusy Gaetani Liseo

(In ascolto “Vacanze Romane”, Matia Bazar)
Una di quelle: una tinozza in terrazzo, chiudere gli occhi per tuffarsi, come se fosse quella di Trevi…
L’aspra umidità accompagna le divagazioni e la brama di far presto con i giorni di libertà.
Le gocce divellano dall’ottundimento e il petricore grigio antracite rinforza il risveglio. Qualcuno porti da bere!
Nel bel mezzo di una lunga attesa si profilano diversi scenari ricreati a dovere in mente o palesati con la dirompente forza della natura. Accostandoci alle tematiche ecologiche e ambientali, sarebbe più opportuno parlare di violenza della natura; come un bambino subisce conflitti e traumi che si convertono negli anni a venire in forme “violente” e patologiche di sfogo, così la natura trae giovamento e liberazione con una qualche forma di inconscia attitudine alla ribellione dal dominio dell’uomo. 
Il connubio tra musica e un momento vissuto si presenta frequentemente e i più sensibili di spirito riescono, addirittura, a realizzare associazioni improbabili che travalicano i ricordi di eventi provati in prima persona. Ma quando di ciò che è avvenuto non rimane più niente alla rievocazione volontaria o al trascorrere, incurante delle cose accadute nella vita, le più persistenti ed emozionanti, una canzone o una melodia rimangono fissate in memoria, pronte, non appena ci capita di sentirle per caso, a tirare fuori le reminiscenze cui sono agganciate.
Oppure, semplicemente, in modo sincronizzato o lievemente asincrono, per lo stupore di chi lo vive, molti elementi emergono e si intrecciano richiamando chi un sentimento, chi un valore alto, chi un desiderio, o una canzone che possa fare da cornice al tutto. Una mini rappresentazione teatrale con protagonista la meraviglia, un desiderio emergente, una totale sinestesia immersa nell’attesa che è la vita…

A distanza di un anno, ritiro fuori questo componimento, ci ragiono su, e lo sento ancora più mio: l’attesa si inasprisce, Itaca è sempre più lontana…
Sempre a distanza di un anno, scopro un racconto di Cesare Pavese, “Piscina Feriale”, una specie di alter ego in prosa che può estendere le riflessioni o semplicemente dare conferma ai miei sentori; è più corretto dire che la mia creazione sia un alter ego in versi della creazione del Maestro, in quanto posteriore a me e appunto perché realizzata da un Maestro.
La similitudine prodotta è involontaria, mi beo di questa piacevole assonanza di contenuti.
«Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda».
Così finisce il racconto.

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