Parigi, la città museo e il fascino perduto

C’è chi dice che Parigi altro non sia che una città-museo in cui parigini e turisti sono soltanto comparse di un film ben confezionato da pagare a caro prezzo. Magari in parte è vero, per questo motivo l’essenza vera di questa città va cercata là dove meno te l’aspetti: la fermata di un bus, lo scorcio di un palazzo Haussmann, il viso di una ragazza che perde la sua fermata mentre legge in metro.

Dall’ultima volta, Parigi, è cambiata moltissimo: il terrorismo l’ha sfregiata e umiliata, tanto che, ad esempio, per salire sulla torre Eiffel, ma anche per andare sotto la torre, bisogna sprecare almeno 4 ore della propria vita e fare lunghe, estenenuanti, code: la prima per accedere all’area, la seconda per i controlli di sicurezza, la terza per fare i biglietti (anche se avete fatto l’e-ticket) e, dulcis in fundo, tutti in fila per salire e scendere dalla torre.
Credetemi, ne vale la pena solo se siete masochisti e ascoltate la Via en rose di Edith Piaf in loop 24 ore su 24.

Meglio una passeggiata ai bordi di periferia, sul Pont Neuf, nel Marais o a Montmartre di sera.
Viaggiando insieme alle mie due bambine, probabilmente, non ho colto lo stesso fascino di 10 anni fa, ma davvero ho trovato estremamente forzato barriere di due metri in vetro antisfondamento, sporche per giunta, inferriate di ferro, tornelli e controlli vari.
Riguardo al rischio attentati, non ho avvertito pericoli imminenti, nè sensazioni di paura.
In dieci anni è cambiato tutto: io, il mondo intero… ma piegarsi in questo modo, a mio parere, è sbagliato: personalmente tutte queste misure di sicurezza sono un inno alla paura, e non è detto che tutta questa protezione serva veramente a qualcosa. Possono colpire ovunque, in punti molto più affollati: davvero non esiste soluzione a questa obrobriosa campana di vetro?
Perché rinunciare a pezzetti di libertà e fascino, se sulla carta tutto il mondo resta un obiettivo sensibile?

Quali soluzioni per proteggere il fascino, la centenaria bellezza?

 

 

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