Feuilleton

“Per la sommità, ancora una volta, come venticinque anni fa”.
Teneva in una mano i biglietti, nell’altra il bastone bianco-rosso, sorretto, più per compagnia che per bisogno, da qualcuno che doveva amare profondamente. Non vedeva, ma aveva la brama di un bambino con lo sguardo perso sull’oceano.

Sembra l’inizio di un romanzo, e invece è soltanto un piccolo frammento di un breve viaggio parigino. Momenti in cui l’anima o semplicemente l’empatia si aprono rilassate all’arte del saper guardare. Perché forse non ve l’ho mai detto e non ve ne sarete neanche accorti, visto che col tempo sono diventato più discreto, ma ebbene sì: anche se sta male, sono uno che fissa la gente. Guardo una ragazza in metro che legge e non vedo una semplice lettrice assorta in un bel libro, ma mi soffermo sulle linee del viso, sul colore degli occhiali, sui capelli che si sollevano per il vento. Amo questi momenti, piccoli incipit creati dalla mia mente così personali, riservati, in cui scrivo storie di qualche secondo pensando di sapere tutto delle persone, dei luoghi che vedo, di ciò che la gente mostra in superficie.
Mia moglie continua a ripetere che è da maleducati fissare la gente, che prima o poi arriverà il momento in cui qualcuno o qualcosa (tipo un pugno) mi farà passare la voglia di guardare insistentemente qualcosa o, peggio, qualcuno.

Chiarito che non sono un guardone anche se amo la bellezza in tutte le sue forme, quel giorno mi sono immaginato la scena di quei due ragazzi attempati che salivano, per l’ennesima volta, sopra la sommità della Torre Eiffel. Vedendoli avanzare verso la biglietteria, ho provato tenerezza e un pizzico d’invidia: nulla è scontato, mi sono detto, neanche una vecchiaia di acciacchi con un biglietto in mano per il tetto di Parigi. Si saranno sposati? Avranno avuto figli? Nipoti? Oppure avranno passato i migliori anni della loro vita girando il mondo? Avranno ancora qualcosa da dirsi? In silenzio, mano nella mano, attendono il loro turno. Perché poi, dopo tanti anni, non è importante ciò che dici con una voce che a tratti non riconosci e che prima o poi dovrai salutare, ma ciò che senti sfiorando mani dalle linee sottili e ossute a cui sei legato da sempre e per sempre: come quella prima volta all’interno della stessa stella, prima che la reazione nucleare di una supernova, nel bagliore primordiale di velluto blu, vi separasse per sempre. È già successo, succederà ancora, e ancora. Cos’è che li ha spinti fino in cima, se non il ricordo di ciò che sono stati, sono e saranno insieme? Pur senza la vista, immagino nella mia presunzione da fortunato superficiale quarantenne normovedente, scene silenziose in cui sono le mani a raccontare ricordi, storie e battute; il vento ad accarezzare, un soffio caldo sulla guancia a ripetere, tra le luci artefatte, ciò che vedo solo io, guardandoli per pochi secondi.

Penso che sono gli esseri più fortunati su quella torre: due vite invecchiate insieme che si supportano lottando contro la paura, l’apatia e il passare del tempo; e poco importa se tutto ciò è dentro la mia testa, che sa, da sempre, di zucchero filato, romanticismo da quattro soldi ed Harmony del mercatino dell’usato.
Lasciate che i miei occhi guardino.

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