Come te

“Lasciami!” Grido. “Lei non sa chi sono io!”
Ma è triste dirlo non lo so nemmeno io.

Sono stato, son sicuro qualcuno, ma non sono più,
Lei mi è familiare, più del mio corpo che adesso è giù,
È accanto a me a terra pure lei, siamo distesi inermi,
Sui ciottoli di fronte casa ci agitiamo come vermi.

Lei grida aiuto, io la seguo con voce forte.
Non c’è nessuno, al sole aspetto solo la morte.

Due giovanotti sottobraccio mi tirano su, mi tremano le gambe, son risorto,
accenno una battuta, sorrido, “il più è fatto!”, parole spezzate dal fiato corto.

Lei ora è su sedia con piccole ruote, “Volevo aiutarlo, ha perso la testa”,
che non ha più ossa, e niente ginocchia, che non c’ha più forza e niente gli resta.

“Il caffè è sul fuoco” dice, ma nessuno ne vuole,
Lei insiste allarmata, tocca il petto che duole.
Bruciato il caffè la casetta, fortuna, sta bene,
la miseria continua e non son finite le pene.
Siamo soli, lei dice, mia figlia ogni tanto,
il numero è lì, giust’accanto a quel santo.

Siamo stati qualcuno anche noi, giovani come te,
ora solo prigionieri di un corpo, sul mondo comete.

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