L’inspiegabile bugia della legge

Di Antonio Patti

In Italia esiste un reato chiamato “violenza sessuale” sancito dall’articolo 609 bis del Codice penale. Il reato è stato ridefinito con la L. 15 febbraio 1996 che ha rimodellato il Codice penale. Si è così passati dal reato di violenza carnale a quello di violenza sessuale, volendo eliminare il criterio della congiunzione carnale, e basarsi sulla protezione del bene giuridico protetto e la libertà sessuale del soggetto.

L’articolo così si esprime:

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1. abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2. traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Letto così, il testo sembrerebbe dare la giusta protezione al bene giuridico e non lascerebbe margine per una riduzione della pena se il reato viene accertato senza nessun dubbio.

È fondamentale, per me, citare una vecchia disciplina (non tanto). In Italia il Codice Rocco classificava i reati di violenza sessuale e incesto rispettivamente tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale) e i “delitti contro la morale familiare”. In pratica, si trattava di un crimine contro la dignità personale e la moralità pubblica, ma non contro la persona stessa. Inoltre, l’articolo 544 c.p. ammetteva il “matrimonio riparatore”: secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la persona offesa. Furono gli anni 70 e i movimenti femministi a dare la giusta dignità alla donna e al suo corpo. Così, anche i reati e le relative sanzioni ebbero un’opportuna collocazione all’interno dei codici.

Il risultato oggi è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni. A leggere tutte le sentenze sul tema sembrerebbe che quello di violenza sessuale sia uno dei reati più tutelati dal nostro ordinamento. Per esempio, sono considerati violenza sessuale atti come il bacio sulle labbra sgradito (sentenza n. 36636/2019), il bacio sul collo non voluto (sentenza n. 12250/2019), un rapporto non voluto dalla vittima, anche se questa chiede l’uso del preservativo (sentenza n.727/2019), lo schiaffo sul sedere (sentenza n. 15245/2017) e perfino lasciare un succhiotto sul collo (sentenza n. 47265/2016).

Eppure accade che, nonostante queste sentenze e la precisa disciplina, soggetti autori di reati di violenza sessuale vengano rilasciati dopo pochi giorni o “beneficino” degli arresti domiciliari, non percependo quindi il carattere rieducativo della pena ma sentendosi come il bambino sorpreso a sporcare il divano con la penna che viene “solo” rimproverato con l’attenuante che “è solo un bambino”. Nel caso del reato di violenza si ha l’impressione che quello che la legge ha accolto come reato esecrabile da punire senza attenuanti, la società ancora perdona come se vivessimo in una cultura dove le donne non hanno diritti.

Nonostante la disciplina, dicevo, accade ad esempio che Edgar Bianchi, italiano di anni 40, noto come il “maniaco dell’ascensore” per altre venti violenze, si andasse a costituire in questura dopo l’ennesima violenza ai danni di una tredicenne. Bianchi aveva già scontato 8 anni di carcere nonostante una condanna di 12 per altri 20 episodi. L’art. 73. (“Concorso di reati che importano pene detentive temporanee o pene pecuniarie della stessa specie”) però parla chiaro:

Se più reati importano pene temporanee detentive della stessa specie, si applica una pena unica, per un tempo uguale alla durata complessiva delle pene che si dovrebbero infliggere per i singoli reati.

Il calcolo è semplice e Bianchi avrebbe dovuto stare in carcere per più di 8 anni.

Un caso analogo è quello di Diop Moustapha ventinovenne senegalese residente a Verdellino (BG) che il 7 giugno del 2019 entra in un negozio di Osio Sotto, rapinando e violentando la commessa. Eppure, già nell’Aprile del 2014 lo stesso Diop Moustapha era già stato tratto in arresto dal personale della Stazione Carabinieri per violenza sessuale ai danni di una donna, reato per il quale aveva riportato una condanna definitiva di anni 1 e mesi 2 di reclusione. Ricordiamo che l’articolo 609 bis contiene una pena da 5 ai 10 anni. Probabilmente Diop, quando la commessa si trovava al negozio, si sarebbe dovuto trovare ancora in galera alla fine della sua pena a meditare su una vita migliore, una volta fuori dal carcere.

L’elenco di uomini autori di violenza sessuale e in alcuni casi anche omicidio, già condannati per altri reati di violenza, è davvero notevole, ma nulla aggiungerebbe al senso di questo articolo. L’ultimo episodio è quello di Sergio Palumbo di Ragusa. Il 2 settembre ha bloccato un’auto con l’inganno, ha rapinato e violentato più volte la donna alla guida dell’auto, che poi è riuscita a farsi soccorrere al pronto soccorso. Anche Sergio Palumbo non si sarebbe dovuto trovare lì, perché lo Stato non avrebbe dovuto permetterlo. Sergio Palumbo era già stato arrestato e processato per aver minacciato, rapinato e violentato una donna nel maggio del 2018. Viene condannato a 2 anni e mezzo di carcere, ma fa solo 4 giorni di galera. Gli concedono gli arresti domiciliari. Ci rimane fino al febbraio del 2019.

Mi scuso per la ripetitività, ma se episodi come questi accadono così spesso, evidentemente il nostro potere giudiziario spesso se ne dimentica. Il fine di questo articolo poco lineare e a tratti didascalico è molto semplice. Qualcosa non va. Perché, nonostante la disciplina sul reato di violenza sessuale, agli autori del reato non viene applicata la pena? Perché in Italia ci si indigna per azioni eticamente immorali o per quello che un vip dice in televisione e non si fa nulla per pretendere che la legge venga applicata rigorosamente per evitare la recidività spinta non tanto dall’esiguità della pena ma dall’aleatorietà della sua applicazione?

Concludo con un testo che tutti i giudici dovrebbero leggere e, chiudendo gli occhi, far finta che a parlare sia una loro figlia.

“Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura… Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento. Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi. Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda! Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro. Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle. Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile. Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto. Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature… Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si danno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola. Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma. “Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni. Il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta. “Muoviti puttana fammi godere”. Sono di pietra. Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male. “Muoviti puttana fammi godere”. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. “Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie. È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose. “Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”. Ci credono, non ci credono, si litigano. “Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta. Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va. Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani”

29 maggio 2013, Franca Rame

2 thoughts on “L’inspiegabile bugia della legge

  1. Questo pezzo mi ha dato da pensare… Ho sentito il pericolo di distinguere tra donna vittima e uomo carnefice, come a parlare di genere soltanto… Sento che il punto é il non valore generico che si dà all’altro da Sé. Anche della vittima (chiunque sia), quando la Giustizia é, come dici tu, “aleatoria”.
    Per esperienza personale, poi, aggiungo che non credo nella giustizia, quanto nella soggettività e nell’etica. In generale, ritengo queste 2 parole bellissime… Peccato che nell’Oggi l’appetibilità del “tutto é discrezionale” renda “tutto manipolabile”. E Peccato che la manipolazione sia più un’arte dei furbi (es. Dei giudici pigri, dei magistrati corrotti, dei tutori superficiali o pavidi,…) e non delle persone etiche, che fanno spesso fatica ad arrivare a sera… figuriamoci ad ottenere altro dentro un sistema in cui vige la legge del più stronzo.

    Comunque, ho conosciuto Franca Viola e la sua storia… Fu la prima ad essersi opposta al matrimonio riparatore, che dopo di lei poté eser messo in discussione…! Grande storia… d’amore (per sé e per l’altro!).

    • Ho scelta di non parlare di Franca Viola anche se come giustamente osservi è sicuramente la storia della lotta al resto e alla dignità della donna. Io vorrei una battaglia affinché la legge diventi ancora più severa e soprattutto affinché chi viene punito rimanga in galera non un giorno in meno. Grazie per il tuo commento.

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