E se dico “politico”?

Provengo da poco da Atene, dove ho immaginato cosa dev’essere stata la nascita della democrazia tra damnatio memoriae, colonne doriche e Socrati vari. Questo sforzo immaginativo è stato affascinante ma non facile, dato che oggi anche solo immaginare la politica ha l’odore di qualcosa di distante da relegare nei bui antri del cattivo gusto esistenziale. Non è un caso che mi capiti molto spesso di sentir dire che parlare di “politica” in determinati contesti non è molto politically correct, che la gente potrebbe fraintendere e scansarti. Come se “politico” equivalesse a “partitico”, come se la mia proposta di ragionamento arrivasse come una proposta di affiliazione pericolosissima. Come se fosse strano ed eccessivo etichettare l’agire umano, il pensiero umano, come “politico”, soprattutto se ci aggiungi accanto – appunto! – la parola “politico”.

Invero, questo andazzo mi fa un po’ arrabbiare, anche se di solito ascolto le ragioni dei più sperando che mi illuminino. Le ascolto e mi rendo conto che i codici culturali che abbiamo incorporato in effetti associano alla parolina “politico” qualcosa che gusta di comizio, di voto e di pappardella demagogica, e che quindi l’uso di questa parolina deve essere molto cauto per non diventare un boomerang. Se, in effetti, io sto pensando a organizzare un seminario, ipotizziamo, sul senso del posteggio abusivo a Palermo e ci affianco una descrizione che prospetta una “riflessione politica”, in effetti coloro che vogliono solo trastullarsi intellettualmente e non essere coinvolti in fazioni partitiche storceranno il naso e non si avvicineranno manco col pensiero al seminario. La gente va di fretta e o per compartimenti stagni, in effetti. E usare parole che rimandano a categorie di pesantezza e di schieramento scoraggerebbe i più. Io invece non ci vedo nulla di male, anzi. Ci vedo semmai un poco di male nell’aver paura di usare la parola “politico”, come a scansarsi: lievat’i dd’uocu, arrassati, oh appestato! Ma gli appestati sono uomini come noi, come la madre di Cecilia de “I promessi sposi” su cui in tanti hanno pianto. La peste è in effetti una malattia umana. Tale e quale è il concetto di “politica”, anche se potrei comprendere l’idea che parlare della politica oggi è oltremodo noioso ed ha il retrogusto delle solite manfrine sulla corruzione: la vera peste, insomma. Alla fine, comunque, di solito cedo. E cedo perché la responsabilità dell’oltraggio alla pubblica morale o di un flop non me la sento di assumermela… magari provo a rimodulare il tabù del “Vade retro satana”, a introdurre la necessità di un discorso non tagliuzzante e scissionale in merito, dato che credo nel potere evolutivo del restituire parlabilità, nominabilità, dialogicità. Comunque ok. Usiamo le dovute cautele, giusto, evitiamo il termine, non serve alla causa: è necessario far passare il senso che facciamo politica già solo pensando, non è importante blasonarlo pavoneggiando questo rischioso lemma. …Idea cortese e affascinante! Eppure me ne vado con l’amaro in bocca, con il senso di un’inopportunità che mi si rimanda, ma che io non riesco a sforzarmi di espungere.

Eppure… eppure… E’ davvero così “inopportuno” il concetto di “politico”? Se potessimo pensare che colludere con queste simbolizzazioni affettive consce e inconsce insite nella parola “politico” allontana sempre di più dal vero senso della politica stessa? Se potessimo ipotizzare che di buone maniere in buone maniere rischiamo una rimozione collettiva del nostro essere “politici” per nascita e concepimento? E se potessimo osare reintrodurre il discorso politico anche nell’idea di “vita” di per se stessa? In ogni ambito della vita, pure nel regolamento di condominio della colonia felina di quartiere? Mondo, natura, cucina ed edilizia compresi. Se pensassimo, addirittura, che anche solo l’essere per lo più gentili o per lo più scortesi è un atto politico? Se pensassimo che è politico il modo di trattare la nostra aria condizionata? Che nascere e non far nascere, concepire, respirare… è politico? Se intendessimo per “politico” l’uomo di per se stesso (non solo quello con “l’auto blu”) e se quindi ogni discorso sull’uomo e dell’uomo fosse in verità più politico della politica e che dovremmo smettere di vergognarci di dichiararlo? Ma la domanda madre delle domande è: non è che colludiamo con un certo modo di relegare la politica ai salotti di Vespa e delle due Camere ogni volta che ci vergogniamo di scrivere o pronunciare questa parola nei nostri salotti? Non è che così avvalliamo e rinforziamo il fraintendimento del concetto di “politico”? Non è che stiamo fuggendo dal problema in favore del marketing, che anch’esso politically correct si finge, piuttosto che esserlo… perverso, lui, come tutta questa stranissima perversione?

«(…) Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla (…)» (Pericle in Tucidide, Guerra del Peloponneso, I, 22).

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