Il capodanno di Anna B.

Ci casca davanti in mille paillettes. Saranno circa le 4 di notte del 31 dicembre e sarà che le 4 non le facevo da un po’. Sarà pure che siamo in Vucciria, là dove tutto ciò che accade può essere definito “normale” dai più… Così lei è bionda e ci cade davanti in mille paillettes. Io, occhi di donna, noto subito la caviglia nodosa (più vene tese) che si storce sotto il piccolo peso di lei e di tutte quelle paillettes, ma soprattutto sopra i vari centimetri di tacco. “Almeno non è a spillo!”, penso temendo di veder uscire l’osso dalla pelle. Per grazia di dio non accade e tiro un sospiro di sollievo sapendo che in caso contrario sarebbe andata a finire a soccorso alpino, marittimo, via terra, psicologico e ospedaliero da parte della mia Hyundai rossa. Ma non accade e a quel punto posso alzare lo sguardo sul resto: mi ritrovo davanti prevalentemente altre paillettes. Infatti, oltre a quelle infinitesimali sui pantaloni larghi, ci sono quelle dorate che ricoprono interamente il cappello.

Insomma, lei casca mentre sbrilluccica e non molla una Tennent’s, Anto la afferra, io non so se essere gelosa, se temere per la caviglia, se chiedermi chi è. Alle fine la sediamo sulla classica panca scorticata accanto a me. Mi assicuro che stia bene con discrezione e no, non sta molto bene; allora le rivolgo una frase dolce-discreta e prendo un sorso del mio tonic: è pur sempre capodanno, sono in vacanza… Ma non sono mai fino in fondo in vacanza, lei sta piangendo, non posso farcela: la guardo. Sorrido. “Tutto bene?”. “No! La mia migliore amica mi ha lasciato sola, sono venuta a piedi da via Dante, c’era una cena di merda e sono scappata, mi padre non si parla con mia madre, mi fanno male i piedi, mi hanno lasciata sola,…” …etc. Ripeto a me stessa che siamo in Vucciria, in vacanza. Devo “solo” essere gentile. Le dico che se ha bisogno di qualcosa basta chiedere mentre mi parte in testa il grillo parlante che cerca di farmi voltare verso i miei amici: “…Maleducazione! Fuori dalle stanze di analisi è maleducazione!!!”. Le parole del prof. me le ripete tipo mantra per continuare a convincermi a comunicare distacco-salvo-emergenze; così mi limito ogni tanto a guardarla fugace: piange. Il fatto è che il lavoro diventa poi un modo di essere ed io quasi mi debbo sforzare di continuare a cercare la cannuccia del mio tonic mentre capisco con l’altra parte del mio cervello (forse con la maggior parte del mio cervello!) che lei ha decisamente bisogno di aiuto. Che diavolo faccio? Niente, non ce la so: non mollo manco per un secondo il tonic, anzi, ogni tanto lo rimesto per sentire più forte il gusto della menta e del limone mischiati alla vodka, e intanto non la perdo d’occhio. “La mia migliore amica mi ha lasciato sola! Ma che amica è?!?”; ha le labbra rosse e gonfie come gonfiano arrossate anche a me quando piango. Piange ancora. Le chiedo come si chiama, cerco di farla parlare, calmare, di comunicarle serenità. Mi racconta che vive in Emilia, che è qui per lavoro sotto controllo dei servizi sociali per via dell’alcool… Ecco il senso della Tennent’s. Ma per fortuna la birra manco la guarda; ora lei guarda me. Non so come sentirmi, se non inopportuna; ma cosa si potrebbe fare oramai alle quasi 6 del mattino con una donnina altra, magra, paillettata e piangente che non si muove più da accanto a te? Anna continua a piangere ed ecco anche la ciliegina tamarra sulla torta: un tizio le si avvicina e le mette le mani sulle cosce sbrillettanti. “Lo conosci?”. “Sì”. Ok, tiro un sospiro di sollievo per 17 secondi: almeno non è sola… Questo prima di rendermi conto che il tizio se la vuole portare via, che sono appena conoscenti e che lei non ci vuole andare. Glielo chiedo per rassicurarmi e lei “no”: non ci vuole andare. “Non so come tornare a casa… I miei genitori stanno divorziando… Io sono stata adottata…!”. So che sto per fare la stronzata, è che pare proprio una brava picciotta: un po’ ciucca, ma seriamente sofferente. Ne so qualcosa… Allora le dico di non avere paura e che può contare su di noi. Il tipo insiste e lei mi chiede se possiamo accompagnarla a casa noi. Io mi chiedo a mia volta che fine abbiano fatto i confini in questa notte da Vucciria in cui tutto ciò che accade può essere definito “normale” dai più… Ma al diavolo, questa persona ha bisogno, che vada a quel paese la paranoia relazionale, casa sua viene pure di passaggio! “Sì, certo. Se aspetti, quando andiamo via vieni con noi”. Si rasserena e mi acquieto anch’io. D’altronde, cosa cavolo siamo diventati? Animali? La persone hanno bisogno l’una dell’altra. Che bestie siamo a dimenticarlo per paura?
Ciò detto, mi sento più serena, più me stessa. E se mi rapina? Pazienza, c’è il paradiso.
Intanto il tipo non la molla e qui interviene Anto; lui va via, lei si rasserena sul serio, mi racconta di sé mentre non mollo con calma il mio tonic e allontano la Tennent’s che tanto lei non tocca più. Ci si annusa credo, e lei mi chiede scusa per parlarmi di sé. Io sorrido, mi dico che non c’è bisogno di dire nulla, ma lei insiste e insiste con le scuse; allora le sorrido più grande e le dico che non sarà un caso, sono abituata, è il mio lavoro e in fondo mi fa anche piacere…

Alfine il tonic lo integro piacevolmente dentro tutto ciò, non è impegnativo …ora che sono me stessa; lei d’altronde sorride, continua a dirmi qualcosa sulla sua storia, mi chiede cosa dovrebbe fare, se è giusto che sia curiosa su sua madre, quella naturale… Io la presento agli altri amici e si fanno le 7. Quindi ci avviamo in 5 verso la Hyundai sulle balate sempre umidicce. Nessuna di noi vuole cadere, così ci stringiamo in 3: io, lei e Robi; gli uomini aprono la strada fumando più avanti. E così la lasciamo a casa con dei grazie reciproci.

…Come sarebbe potuto essere diverso tra esseri che si impegnano a ricordare di essere “umani”?

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