Sitar

Di Dora Pistillo

C’è una stella luminosa in fondo a questa oscurità. Sento i suoni lontani che mi chiamano come fossi appena nata. Come un sitar perso nell’universo. C’è una stella luminosa in fondo, che m’attende e spera abbia il coraggio di sorreggermi ancora tra i flutti salati. Madre terra, quando troverò ancora i tuoi piedi odorosi di muschio da benedire e baciare grata per la tua generosità? Madre terra, quando potrò ancora accarezzare le sinuosità dei tronchi che sorreggono il cielo e le aspre rocce su cui crescono rampicanti dai fiori che sanno di miele?

Mille anni, mille giorni e mille ore. Di questo è fatto il viaggio del mio destino. Ma tutto questo sale non avrei potuto immaginare. Il brodo dell’universo in cui cuociono i corpi dei miei compagni e gli aromi di dolore, paura e disperazione. Mille volti tornano ai miei occhi, mille mani, mille e mille occhi. Ogni uomo o donna un piccolo mondo che rimane sconosciuto agli altri e la mia vita e la vita che ho in grembo.
C’è una stella luminosa. C’è, ne sono sicura, anche se ancora non la scorgo e mi cerca, mi chiama, come angelo della notte che annuncia il mattino, come profeta che ammonisce e benedice. Devo solo resistere aggrappata in questo dondolare gelato nell’immensità. Come un frammento di foglia di tè in una tazza rifinita, come piccolo seme di sesamo nel vortice d’una zuppa mescolata.
Padre fuoco, come amerei il tuo conforto per la mia creatura e per me. Quanto è oscura questa notte, che non so più se già ho lasciato la mia via fatta di ricordi e profumi cari. Nemmeno una scintilla, nemmeno un lampo, niente.
Le mie mani come propaggini di mangrovie, unico legame tra la vita che custodisco e la vita che mi custodisce, fratello vento, quietati. Le mie mani che non sono più mie, che gelide e impietrite sono come scaglie di madreperla incastonata su questo appiglio di fortuna. Tu, fratello, abbi pietà, lascia che resistano. Potrai giocare crudelmente con me quando saprò che il mio frutto sarà pronto per essere accolto da chi è più forte e degno di me. Lascia che viva, lascia che trovi la terra. Il mio corpo serve solo per tradurlo alla riva dove troverà il sole.
Che strano destino, temevo le navi ed ora io stessa son la nave che non può affondare ed il capitano che deve resistere, che ha il dovere di portare in salvo il carico più prezioso.
Quanto vuoto e quanto pieno intorno a me. Bisogna pensare che la notte ha un suo culmine e poi discende al giorno; se non m’inganno – per quanto possa esser preda del desiderio e della stanchezza -, troverò la luce.
Tu figlio mio, resisti. Supplico perdono per averti causato un viaggio così scomodo per iniziare il viaggio tuo più importante. Il mio corpo freddo e magro, le mie mani che non possono strofinare il ventre per scaldarti. Perdonami. Perdona tuo padre che non sa di te e non avrebbe immaginato, perdona gli uomini che non hanno avuto gentilezza e non seppero darne. Figlio, resisti con me, saprò raccontarti storie e divertirti con giochi di carta piegata. Rimarrò come ora accanto a te nell’oscurità delle tue notti più faticose. Ti nutrirò con tutta me stessa e sarò disposta a cedere tutto di me per permettere il tuo cammino al sicuro.
Sarò coperta, sarò latte, sarò guida, sarò ombra, sarò maestra, sarò appiglio, sarò giaciglio, sarò preghiera e musica. Sarò la tua radice, sarò la prima pietra per segnare il tuo lungo sentiero. Resisti.
Forza che governa il vuoto e il pieno che mi circonda, ti supplico di concedermi respiro fino a giungere al riparo e sentire i vagiti di questa nuova vita. O trasformala in un pesce capace di nuotar fuori dal mio corpo e nutrirsi della mia carne.
C’è una stella luminosa in fondo a questa oscurità, ne sono certa. Fosse pure la profonda, immensa, umida oscurità del mio cuore che sto scrutando, incerta e tenace.

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