Sanremo emozionale

Confesso di aver guardato qualche spezzone di Sanremo. E confesso di averlo fatto in primis per “ordine” di una mia paziente, in secundis perché non riesco mai a capacitarmi di come certi fenomeni attivino all’ennesima potenza il macchinone mediatico non solo della tv, della radio e della stampa, ma anche dei social e dei cervelli2020 (mi sono in effetti chiesta molte volte perché quasi chiunque diventi in questi casi accanito e intelligentissimo commentatore!). Quest’anno, comunque, ci colpò senza dubbio la mia paziente, che, non so bene come, ha ringalluzzito la mia motivazione a sgriciare Rai 1 nelle fatidiche 5 serate, portandomi a compiere il gesto inconsueto di appropriarmi del telecomando ed a fronteggiare le infinite recriminazioni della mia “giuria di qualità casalinga” (n.d.a.: il fidanzato ca.ca.ca.). Dopo molte guerriglie, ho potuto dunque ascoltare qualche canzonetta, interrogarmi sul fenomeno Lauro e sul curtigghio Morgan e innervosirmi dietro alle iperboli sensazionalistiche con cui ogni cosa era presentata: la splendida roba ics, la stupenda serie tv zeta, la star delle star delle starlettes mondiali kappa, il film più perfetto dell’anno, etc., etc. Quello che però mi ha decisamente attratto è stata la qualità emotiva del festival.

Mi riferisco alle risate spontanee sulle battute locche di Fiorello, al ripetere che uno faceva da ansiolitico all’altro e alla sensazione che ci fosse una squadra che potesse lenire l’austero controllo del deus ex machina/presentatore unico, baglionico, onnisciente e onnipotente e delle sue solite velinette. Ora dico: ho visto solo alcuni passaggi di sto nominatissimo Sanremo, sentitevi liberi di eccitarvi contraddicendomi, non me la prenderò a male (se non per il fatto di avervi dato la possibilità di avere un’identità con la possibilità di commentare… ma questo alfine è epocale e ne possiamo parlare con piacere!). Il fatto è che ho avuto la sensazione, e questo ha attirato moltissimo la mia attenzione gruppoanalitica, che la faccenda qui fosse leggermente diversa dal solito: certo, era una gara. Ma dentro mi è parso di intravederci delle nuove modalità relazionali; non solo quelle competitive di Amici, dell’isola o dei troni e di vattelapesca o ancora del GF vips&non vips, di masterchef, di The voice, di camionisti in trattoria, etc.; insomma non di tutte le proliferanti garette elettoral-mediatiche in cui uno vince e l’altro perde. Io ho percepito sub limen la possibilità di distribuire il potere e le responsabilità tramite la (con)divisione dei compiti e dei ruoli, dunque la possibilità di allentare il controllo sull’Altro e di sperimentare la fiducia. Robe retoricamente scontate che però, nell’era del “mors tua, vita mea” – ovvero, detto papale papale, del “se non mi conviene, puoi crepare!” e “se sei troppo sensibile sei gay o un pappamolle e finirai fallito ed escluso dall’outgroup (come Marina Occhiena 40 anni fa) sotto al ponte di via Oreto” -, oggi sono scontate solo apparentemente, configurandosi in realtà come un lusso per pochi. Robe che, se le aggiungiamo agli abbracci, ai “ti voglio bene” vari, alle dichiarazioni esplicite ed implicite di affetto, di stima e di amicizia che non sempre mi arrivavano affettate, hanno valorizzato un aspetto umano che considererei un barlume di speranza anti-capitalistica ed anti-mercantile: c’era forse in questo festival la possibilità di vivere le emozioni e di vedere l’altro come avente un valore anche in quello che faccio io; c’era la possibilità di smorzare il colonialismo narcisistico dell’egocentrismo per dare valore al diverso-da-sé, anche al di là di Lauro. Così, si può pensare di baciarsi, magari non (solo) per performance, ma (anche) per essere se stessi; e si può pensare di abbracciarsi NON di nascosto e in modo etero, omo o non sessuale che sia. D’altronde, troviamo ovunque riflessioni sul potere benefico degli abbracci e degli scambi affettivi! Perfino un sorcetto, ci dicono gli esperimenti etologici, se ben leccato ( = coccolato) da mamma sorcia cresce con un sistema immunitario più forte, più in grado di fronteggiare lo stress e più capace di amare!

Intendiamoci: lo so che c’erano apparenza, manfrina, pubblicità, televoto-blé, piccioli grossi e piccioli iccati; desidero però valorizzare la qualità affettiva e a volte semplice degli scambi tra staff, ospiti e concorrenti; mi riferisco per esempio ad Amadeus che dice al vincitore semplicemente “Bravo ragazzo!”: nessuna grandiosità o show particolare… solo “bravo ragazzo!” e con una voce paterna affettiva e contenta per lui (oltre che per aver finito!). Poi su Sanremo ne possiamo dire tante, ma tra faccende queer, inni al cantico dei cantici, gag banali che SI PUO’ DIRE essere necessarie da copione, imbarazzi sparsi, errori dichiarati e risate scomposte amadeusiane, credo che, se guardiamo alle sfumature, qua e là qualcosa è stato scongelato: penso si sia comunicata meno forma pomposamente sgradevole e un po’ più di sostanza emotiva.

Insomma, ditene ciò che volete; io non ne capivo e continuerò a non capirne quasi nulla di musica, come continuerò ad aborrire telecomandi, sanremi e tv. Però mi piace pensare che ci fosse in questo una certa coerenza e autenticità e che il successo di audience sia dovuto anche alla semplicità di cotanta umanità. Ed anche se dentro questo festival annuale ci fosse solo un pelo di ciò che qui ipotizzo io ed anche se il 97% di ciò che sto provando a mettere in luce fosse stato mero show, sarei comunque felice del restante 3%, dato che il mondo, io stessa, i miei pazienti e forse pure tutti voi che leggete soffrono/soffrite/soffriamo la solitudine, la freddezza dell’anaffettività e il gelo dell’ego solipsista che non può esprimere i propri vissuti e sentimenti; e questo fa soffrire sia da vittime che da carnefici. …Non penso sia poco impostare una linea di conduzione che lasci passare questo in tv (in una fabbrica culturale come la tv); ricordiamoci che l’italiano-medio vota(va) Salvini!

…E allora, che Bugo & Morgan ci possano tornare utili per dire che, comunque stia la storia, nun se fa? Non si inc*** la propria squadra! Meglio baciarsi, abbracciarsi, coccolarsi, fare team.

“Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere.
Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute.
Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere.”
(Virginia Satir)

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