Es ist was es ist, sagt Liebe

di Dora Pistillo

Mi sono svegliata, o forse non mi sono addormentata davvero, perché avevo bisogno di svuotare un po’ la mente. Ma assillare le persone che mi circondano con i miei soliti pensieri non va nemmeno bene. Avrei bisogno di qualcuno con cui aprire i cassetti in cui ripongo tutte le emozioni e i pensieri quotidiani, invece di tenerli a macerare finché non diventano una poltiglia indistinta e inclassificabile. Alcuni dei pensieri sono rivolti ai lavoratori nelle campagne, ai raccoglitori di frutta e verdura di cui si è parlato di recente

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/1…canale/5830449/)
Queste cose non rappresentano una novità per me, ma sento nel corpo delle fitte terribili al pensiero. Come si può? Perché? L’eco del perché non trova fine e rimbomba nella mia testa.
Io sono l’uomo che chiede acqua a che viene oltraggiato. Sono la vergogna di chi si scopre crudele attraverso lo sguardo dell’altro. Sono il tremito e la disperazione di chi non sa come chiedere perdono. Sono la Natura che scopre una sua creatura nella sua insensata violenza. Io sono la bottiglia raccolta dopo esser buttata, abbandonata a margine del creato dopo esser stata inventata solo per condurre un bene. Gettata senza veder riconosciuto un servizio ed un potenziale rinnovamento. Scagliata al suolo che diviene contenitore di rifiuti, io, fatta per contenere. Ripresa e trasformata in strumento di offesa. Sono l’acqua del canale, discesa dal cielo. In cui confluiscono i resti abbandonati e indesiderati del globo, in cui si moltiplica la popolazione batterica che una specie che si ritiene superiore evita, perché consapevole del grande pericolo portato dalle più piccole delle forme vitali. Sono l’acqua avvelenata dalla concentrazione dello scarto inteso come crudo rigetto della vita. Sono il batterio che è condannato alla duplicazione in eterno e che non riesce ad elevarsi e ad essere altro da sé. Castigato dall’inizio del tempo e fino alla fine dei giorni per una colpa di cui ha perso memoria. Sono la polvere accatastata e ricomposta dal liquido del ventre della terra, fiele maleodorante, sono la melma in cui si mescolano gli umori dell’universo. Sono lo sporco incrostato sotto le unghie, sono le perle affiorate dalla fronte di chi china il proprio dorso per vivere. Sono la più piccola fibra di cui è composto il tessuto tagliato e cucito per coprire le membra stanche, raffreddate dalla notte e cotte dal sole. Sono il minerale usato nella tintura, la bolletta da pagare di un operaio che viene compensato la metà di quanto spetti. Sono il figlio lasciato a casa nel pomeriggio, che non ha mai imparato ad usare il tempo concessogli per costruire, o almeno immaginare il proprio futuro. Sono la drupa coltivata per non avere semi. Sono il progettista di attrezzatura per l’agricoltura, il cui successo è segnato sempre più dalla capacità del venditore che dall’analisi obiettiva del potenziale acquirente. Sono l’idea che serve i suoi servi e supplica di esistere. Sono il gatto che ha imparato a defilarsi di nascosto per aver salva la propria pelle un altro giorno ancora. Sono il pelo della mano strappato e posato su un pomodoro, che troverai la prossima volta che metti la bacca in ammollo con acqua e bicarbonato per i tuoi figli. Sono la ragazza che, in barba ai divieti, scappa col ragazzo di turno a prendere il sole a Rosignano Solvay. Sono la molecola di ossigeno che crea e disgrega. Che seduce e brucia. Che ravviva la fiamma e permette che tu prenda fuoco. Sono il barista con sua moglie e i suoi due figli e l’anno più sfortunato di tutta la propria esistenza. Sono ognuno di tutti quelli che per gioco, sono stati costretti da qualcosa – che non è nemmeno un procariota – a riservare la propria sopravvivenza tra quattro mura, quando si è tra i più fortunati. Sono la noia e il dolore di non rivedere le persone amate, almeno un’ultima volta… Sono la rabbia e la paura, sono una poesia di Erich Fried. Sono una tempesta che si abbatte su tutto e spazza via gli stracci di miseria che trova al suo passaggio. Sono te e sono me e sono ancora te e ho pietà di me. Sono la mazza che si abbatte sul capo di un essere vivente, sono la ferita sotto i tessuti lacerati, la fessura stremata da cui sgorga il sangue perduto dalla dura madre. Sono la pellicola che riveste internamente il guscio, quello a cui vuole rimanere aggrappato l’albume viscoso quando si rompe l’uovo. Sono il figlio strappato alla madre, sono tutto il dolore bagnato del mondo. Sono il primo respiro. Il respiro che si ripete affannoso e chiede, in una preghiera, un po’ d’acqua dopo aver lavorato una giornata sotto il sole.

Luca 11,1-13
Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione».
Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani,
perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti;
e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli;
vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza.
Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.
Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe?
O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

One thought on “Es ist was es ist, sagt Liebe

  1. Cara Dora, la tua scrittura trasmette empatia, e di empatia non ce n’è mai abbastanza… Grazie!

    P. S. A volte, dopo averti letto tra una corsa e l’altra mi sento un verme :)

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