Storytelling – Nudo

Di Dora Pistillo

“Cara Dora, la tua scrittura trasmette empatia, e di empatia non ce n’è mai abbastanza… Grazie!
P. S. A volte, dopo averti letto tra una corsa e l’altra mi sento un verme :) “

Nudo.

Scivolare, scavare, tracciare, solcare, segnare, venare. Indugiare col flusso del movimento tra l’impasto di terra e acqua. Quella terra di cui mi nutro. Quella terra che trasformo in nutrimento per le piante, che a loro volta sfamano le bestie. Bestie nobili, che non mangiano la terra, ma che a me devono tutto. Come da protocollo nelle più affermate scale che trovano in apice il simbolo aulico.
Anellide. Chi può vantare d’esser parte di questa specie? Una definizione che sembra evocare un continuo tra la nascita e la morte. Da me la vita a me la vita, a me la fine di forme di vita che trasformo in altra vita. La forma più sublime di dare, prendendo. Chi vuole davvero elevarsi, su questa terra, di questa terra deve essere parte; divorandola e conoscendone ogni sapore, ogni elemento che la compone. La mia grazia è ciò che atterrisce l’immaginazione delle creature “evolute”. La mia nudità ammicca alle fantasie di chi cade vittima della seduzione carnale.

Insinuo piano, delicatamente ed “umidamente” la mia punta nella morbida e accogliente superficie e giungo al ventre del mondo. Sento la massa umida, odorosa di muschio, che mi circonda, che resiste e cede al mio passaggio, che aderisce e si lascia attraversare fiduciosa. Verme. Striscio, mi muovo piano e accompagnando il mio movimento da piccoli morsi, accarezzando e amando, come i veri amanti fanno; mi contorco, contraggo ed espando, come nelle cose profonde che si fanno nell’intimità tra amanti. Mi spingo in avanti, ritmicamente, senza sforzo, senza dolore, senza orgoglio e consapevole del mio essere, facendo leva sul mio attingere alla vita. E le rendo omaggio. Il mio corpo incontra un simile e ci si riconosce, e ci si scambia anonimamente nell’incastro perfetto, che è sublime e magico darsi e prendersi reciproco. E diamo nuova vita. Persino i miei discendenti sono una benedizione ed un miracolo.

Nudo, privo di cosa che limiti il contatto con la terra che rendo fertile. Sono un tutt’uno, sono ciò che la trasforma, sono un verme. Sono umile nelle mie scelte e generoso. Mai ucciso, sottratto qualcosa ad altro, men che meno la vita, per vivere. Mai rubato, mai distrutto, mai oppresso. Mai ingannato.
Persino il mio sostentamento è la grata celebrazione della Vita. Rendo migliore ciò che trovo sul mio percorso. Lo rendo utile ad altri.
Persino alla mia morte nutro. Geofagia. La scelta di scandire il proprio progetto esistenziale in piccoli bocconi e lenta, sinuosa, attraversata degli strati visibili e invisibili.

Tutto ciò che è caduco e si decompone, io lo riabilito. Restituisco dignità in un nuovo ciclo. Tutti i fiori splendidi che avete incontrato per un solo istante sul vostro cammino. Tutti i frutti che non coglieste in tempo. Tutto ciò che ha avuto il suo percorso ed ha abbandonato la sua struttura temporanea, io l’ho conosciuto. Custode dei residui dell’esperienza eterna.
Un ultimo respiro esalato, il termine di un profumo che imputridisce, il dolce che diventa dolciastro. Io, che sono un verme, tutto questo, l’ho conosciuto. L’ho compreso, l’ho amato e l’ho fatto diventare parte di me. Sono un concentrato di poesie portate via dal vento, dal tempo, dal ripetersi del respiro di Lila. Sono il corpo della compassione, sono la fiducia nel domani, sono la speranza in qualcosa che ritorna, di qualcuno che vorrebbe tornare. Un corpo in apparenza molle, ma capace di turgore; e virilità, in ogni senso.

Sono il silenzio ai tuoi passi, riesci ad avvertire la mia presenza solo se hai in animo la grazia del Divino. Sono colui che abita la densa profondità che non immagini. Sono l’artista, l’ingegnere, il consacratore della materia primaria. Verme! Verme! Verme! Cosa ti spaventa e ti ripugna nella realtà del mio essere? C’è solo una cosa migliore del sentirsi un verme. Esserlo.

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