NON HO PIU’ UN CAZZO… DA DIRVI

Ovvero banalissime banalità ridondanti sul periodo di crisi globale che investe il globo.

E cosa mai potrei dirvi adesso? Che sto bene? Che va tutto bene? Cosa potrei mai inventarmi ora per strappare un sorriso alle vostre stanche labbra imbronciate? Questa è, a tutti gli effetti, una lettera di addio, un suicidio intellettuale stoicamente pensato e razionalmente progettato per uscire di scena per sempre dai vostri già incasinati pensieri.
Non è una riflessione sugli ultimi eventi che hanno scosso le nostre esistenze, non è un encomio auto-referenziale, non è un gesto di auto-erotismo letterale (o forse sì?); semplicemente, con molta onestà, non ho più un cazzo da dirvi e ve lo dico in tutta sincerità!

Non so nemmeno bene con chi sto parlando. Cioè, chi siete voi? C’è qualcuno dall’altra parte? Non penso! Chi legge più ormai!? Arriverete al massimo a questa linea e poi andrete a vedere qualche video complottista (il mio preferito è quando prendono di peso Sgarbi alla Camera, esilarante!).
Penso che questo monologo, questa riflessione di riflesso scritta, è rivolta a chi come me sta vivendo uno dei periodi più brutti della propria esistenza, ed è bello condividere codesta sofferenza con tutti, così per sfregio.

La storia inizia che avevo un lavoro stabile, un mutuo e una famiglia felice, degli equilibri precari insomma, molto precari e poco equilibrati. Ma l’Anno Domini 2020, l’anno del mio trentaseiesimo Natale, non è stato l’anno della svolta come avevo programmato, l’anno del “vedrai che tutto si sistemerà”. Me lo ripetevo quasi credendoci: i soldi, il lavoro, tutto si sarebbe in qualche modo messo a posto e la vita di una giovane famiglia sarebbe finalmente diventata una bella storia da raccontare ai posteri. E invece no! Zac! Disastro! Ho perso il lavoro! E da un giorno all’altro tutto è cambiato. Quando pensi che non poteva andare peggio di così ed invece è successo.
Certo potrei utilizzare la parola “Pandemia”, ma non lo farò! Ok, dai, solo una volta: PAN-DE-MI-A. Anche perché ho dovuto cercarla più volte sulla Treccani per capire esattamente cosa cazzo volesse dire! Comunque, lavorando in un centro sportivo sono rimasto a casa a cantare dai balconi fin da subito, percependo una minima Cassa Integrazione per un periodo che pareva non finire mai, ma poi finì. Tutto crollò improvvisamente; la disperazione aleggiava per i corridoi di casa mia.
Posso solo dipingere quel un periodo con dei colori che iniziano a sbiadirsi dalla luminosa primavera del 2020 fino ad oggi. Colori che appassiscono come le foglie sugli alberi in un autunno già abbastanza caldo per via del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacci (dal Vangelo secondo Greta Thunberg).

Da qui in poi i pensieri si fondono e confondono, la depressione aumenta, l’erba finisce e inizia una crisi esistenziale senza eguali: il peso pesante della responsabilità mi obbligava a trovare una soluzione. La cassa integrazione che non bastava, la bambina a casa con tentativi vani di DAD, in inglese “papà”, in italiano “Didattica A Distanza”. Distanza distante come un papà disperato che non sapeva come andare avanti. I fiumi di curricula inondavano l’internet. Lavoretti, lavoracci e part-time. E mi ritrovai per disperazione in una fuga estiva in Sicilia, a Palermo, a casa mia, nella mia vecchia stanza, a rimuginare sui vecchi ricordi e sul triste presente.
Non vedevo via d’uscita e né il mare né la famiglia riuscivano in qualche modo a distrarmi dalla disperazione. Presi tutto il mio passato di prepotenza e lo gettai, differenziandolo, in un’isola ecologica, che a Palermo si chiama “Oasi Ecologica”. Quindi il ritorno in Palude Padana, poi anche un nuovo lavoro, un brutto nuovo lavoro, un pessimo brutto nuovo lavoro di un anno ma pagato discretamente bene. Accettai che finiva l’estate e riaprivano finalmente le scuole dopo aver chiuso le discoteche. Iniziava una nuova triste e deprimente routine. E adesso una nuova ondata si abbatte sulle nostre esistenze.

Quel periodo è ancora adesso. Quel senso di insoddisfazione che leggo negli occhi tristi di mia moglie, quella fretta di crescere che vedo nei comportamenti di mia figlia, nelle notti insonni, nei dubbi, nelle incertezze. Vabbè dai, questo magari ve lo racconto un’altra volta…

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