Tutto cambia affinché niente cambi

di Lorenzo Santetti

L’inquinamento dovuto all’utilizzo di oggetti monouso fatti di plastica è uno dei grandi problemi che affliggono il nostro tempo. Famose sono le foto che ritraggono i fiumi e i mari del mondo pieni di sacchetti, piatti e posate di plastica, straziando quelle bellezze naturali che, oltre ad essere belle da far male, sono la ragione grazie alla quale la vita sulla Terra si è sviluppata. Giusto per citare qualche numero: secondo l’International Union for Conservation of Nature (1), ogni anno vengono prodotti oltre 300 milioni di tonnellate di plastica da utilizzare in un’ampia varietà di applicazioni. Di queste, annualmente almeno 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani e costituendo l’80% di tutti i detriti marini dalle acque superficiali ai sedimenti di acque profonde.

Un’enormità di plastica che annualmente finisce in mare e, collateralmente, pure nelle nostre tavole. Se vogliamo guardare la cosa più da un punto di vista nostrano possiamo affidarci ai report del WWF (2): nel mar Mediterraneo, ossia nell’1% delle acque marine terrestri, è presente il 7% delle microplastiche marine. Sembra chiaro, per la sopravvivenza dell’ecosistema marino, e non solo, che il problema della plastica nel mare debba essere risolto al più presto. Entra qui in gioco quella serie complessa di interessi e di pigrizia che fa del cervello umano una macchina incredibile per la realizzazione di soluzioni che curano il sintomo senza curare il male. Se si analizzasse schematicamente il problema delle plastiche negli oceani e nei mari si potrebbe dedurre quanto segue: il problema degli oggetti di plastica monouso è che impiegano secoli a decomporsi, creando nel frattempo un problema enorme per l’ecosistema. Ecco la soluzione al problema prodotta nel globo: creare oggetti monouso il cui materiale sia però biodegradabile. Attenzione, non si parla di materiali che devono essere gettati nella raccolta dell’organico per essere smaltiti, ma di materiali che possono decomporsi all’aperto. Perciò il fruitore ipotetico potrà gettare il suo strumento monouso – supponiamo un bicchiere – dal finestrino della sua auto una volta terminato l’utilizzo. Iniziamo a vedere il problema giusto? L’attuazione di soluzioni diverse per mitigare l’effetto dovuto ad un determinato comportamento. Pertanto, si possono trovare sul mercato beni monouso di qualsiasi fattura: cannucce di carta, bicchieri di foglie di banano, bottiglie di plastica compostabile, sacchetti di bioplastica.
Una sola cosa sembra destinata a non cambiare: il paradigma di consumo e di utilizzo dei consumatori. Il che non significa che non vi siano movimenti o produttori che spingano per il riutilizzo degli oggetti. Ad oggi è comune trovare persone con la propria borraccia o la borsa della spesa in tessuto da usare più volte. Tuttavia, anche nell’uso domestico, vediamo spesso l’utilizzo di stoviglie monouso. La pandemia ha sdoganato il bicchiere monouso per il caffè da asporto. Se davvero il futuro di questo pianeta ci sta a cuore, è il paradigma del comportamento di ognuno che dobbiamo andare a modificare. Il paradigma delle 3 R ci viene in aiuto proprio nel modo in cui presenta i sui 3 pilastri: Riduci, Riusa, Ricicla. Il riciclo, infatti, deve essere l’ultimo step di un processo che vede, innanzitutto, una riduzione dei consumi ed il riuso degli oggetti. Se non iniziamo ad agire in questo modo, dimenticandoci di facili scorciatoie che ci permettano di risparmiare tempo a scapito dell’ambiente, sarà un problema collettivo di non facile soluzione. Anzi, già lo è.
Dobbiamo agire o avrà ragione, ancora, Giuseppe Tomasi Lampedusa che concludeva il Gattopardo con la celebre frase: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Parafrasandolo oggi: cambiamo i materiali degli oggetti che usiamo, ma il mondo rimane com’è, perché ci comportiamo allo stesso modo.


https://www.iucn.org/resources/issues-brie…%20and%20deaths
www.wwf.it/plastica_nel_mediterraneo/

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