Storytelling – Cafona

di Dora Pistillo

Nessuno sembrava saper bene il suo nome. Qualcuno avanzava i nomi più conosciuti tra le immigrate dell’est. Tanto, tutti erano abituati a sentirla appellare “la Cafona”. Un nome certo lo aveva, ma non lo avrebbe comunque usato nessuno. Nessuno s’era preso la briga di riservarle un qualche riguardo. Lavorava in silenzio, la figura retta e forte, gli indumenti modesti e sempre lindi, i capelli cortissimi, sempre avvolti in un fazzoletto che ne nascondeva bene l’attaccatura e persino le orecchie.
Una donna di fatica, dicevano. A pulire pulisce, dicevano, e le sue otto ore son soldi spesi bene. Cucinare, è buona a fare solo il minestrone, tanto si vede che era abituata a mangiare solo quello a casa sua. La Cafona non diceva mai niente. Un’espressione sul viso che non capivi cosa le passasse per la mente.

Certo, una che è abituata a stare in campagna, quali pensieri vuoi che abbia? Di lei non si sapeva molto, se non che era perfetta per il suo ruolo perché non suscitava nessun “desiderio”.
Chi la teneva in casa, una volta diede uno sguardo veloce al passaporto e non capì molto, ma fece finta di nulla per non ammettere ignoranza e perché – comunque – aveva bisogno di una persona solida. Nella sua stanza solo poche cose, pulite, anonime e silenziose. Il tempo libero in camera in silenzio o a fare una passeggiata (durante la settimana) e partiva il sabato pomeriggio per tornare un paio di ore prima di ricominciare a lavorare, di lunedì. Le persone avevano smesso di provare curiosità, non si aspettavano più nulla da quella figura evanescente nella loro vita. Aveva un telefono ma non lo usava mai. Sembrava che esistesse solo nel momento del servizio a casa. La Cafona. Non la invidia nessuno, suscita una grande tristezza, sicuro non ha affetti e chissà che vita ha fatto prima di trovare questa bella fortuna. Fino al giorno in cui la Vecchia morì. Allora si decise di mettere in vendita la casa che era troppo grande e ormai svincolata dagli affetti dell’ultima persona direttamente legata a quella proprietà. Alla cafona, che era a servizio senza contratto, fu riferito di punto in bianco che la sua presenza non era più necessaria. Certo la Vecchia se n’era andata di morte naturale, un sollievo per tutti che fosse rimasta abbastanza autonoma e lucida malgrado l’età avanzata. 103 anni. Arrivarci, dicevano tutti, se n’è andata dormendo. Si aspettò di concludere il funerale per mettere in mostra l’avviso di vendita. Il giorno dopo venne fuori che la casa non poteva essere messa in vendita. Sorpresa e sbalordimento. Come sarebbe a dire? La Vecchia aveva lasciato la casa al comune; del resto dei beni, una cospicua legittima al figlio (da cui si sottraeva una serie di “prestiti” richiesti alla Vecchia ancora in vita), una somma e una piccola vigna a un nipote lontano. Una piccola abitazione in centro a Roma (60 mq su due livelli e giardino) in lascito – per la preziosa collaborazione – alla Dott.ssa S. M.. Non esiste nessuna Dottoressa, mai sentita, né conosciuta, sicuramente una truffa. Eppure, il documento identificativo allegato all’atto notarile. La Cafona aveva un nome, una identità e anche una laurea in medicina e un dottorato, una vedovanza precoce, tre figli – piccoli alla partenza – da mantenere e un paese di origine che non garantisce un presente a nessuno. Che dite? Se nemmeno sa parlare? Eppure la vecchia, negli ultimi 12 anni aveva trascritto un diario ricco di particolari, lasciato al notaio e allegato a motivazione delle scelte, in caso di morte. Un diario che diceva tutto quello che c’era da dire con una scrittura piana, semplice, curata, inequivocabile e lucidissima. Tutte le commissioni svolte dalla Dottoressa su richiesta della Vecchia, tutte le cure ricevute e tutta l’attenzione amorevole e silenziosa che gli altri non le avevano saputo dare. Dodici anni in casa e nessuno che vedesse oltre al proprio naso.
Vai a fare del bene…

One thought on “Storytelling – Cafona

  1. “Nessuno ho nome: Nessuno mi chiamano madre e padre e tutti quanti i compagni” (Omero, Odissea).

    “In arte non si deve partire dalla complicazione. Alla complicazione bisogna arrivarci. Non partire dalla favola d’Ulisse simbolica, per stupire; ma partire dall’umile uomo comune e a poco a poco dargli il senso di un Ulisse” (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere).

    Grazie, molto bello, semplice. Spero vero?

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