La pasta al forno

Innanzitutto ovviamente il ragù.
Ah no, bugia ci fu: innanzitutto la milinciana fritta, quella viola locale, preparata il giorno prima affinché l’olio abbia il tempo di assupparsi per bene. Quindi l’affetto di prima mattina, la cospargo di sale per farla spurgare, poi friggo e carbonizzo il pentolino. Friggo proprio come faceva mio nonno: nei pentolini per avere l’olio in altezza che sommerga tutto. “Accussì vuogghiu moriri, no cu covid!”, dice il mio inconscio culinario, orgogliosissimo di sé. Mi pare giusto! Tra mancanza di tempo e iper-insulinemia, desiderio di mantenersi decenti (nonostante il demone del cibo sia nelle mie morbide carni) e rigorosità di un Super-Io doverizzato e frustaiolo, provo un piacere arcaico nel consumare quel pentolino. Piacere talmente arcaico che alla fine decidiamo di lavarlo ed esporlo.

Ma comunque dicevo: il ragù. Chiaramente soffrittino di cipolla, poi carne, sfumatina di vino minimale e salsazza + concentrato, foglia di alloro del mio albero, chiodi di garofano, sale, pepe. Molto minimal e poi si va di fuoco.

L’anelletto intanto ferve, 370 grammi gettato nell’acqua salata e sceso crudigno. “Una volta che la fai, con tutto il tempo che ci vuole, che fa, non la fai almeno per due giorni?!?”. Di nuovo il mio inconscio culinario locale, molto siculo. Gli faccio l’occhiolino e la calo tutta. (Non sarà un caso che, quando ho fatto casa, i piatti li ho presi belli copputi.) Il Super-io comunque risponde “vaistata!”, e faccio l’occhiolino anche a lui mentre compongo strati attenti e periziosi (melanzane, ragù, pasta maneggiata, di nuovo melanzane, mozzarella, besciamella, ragù, di nuovo pasta maneggiata, besciamella, ragù, pangrattato, grana, pepe, burro). Infine forno e attesa della crosticina. Dall’altro lato della cucina, il lavello è bello colmo; si riduce così e in così poco tempo raramente, roba da ferie… Di solito a casa si fa a malapena un pasto al giorno, e meno si sporca e meglio è, nonostante il magico aiuto della lavastoviglie.

Volevo inoltre sottolineare che in frigo avevo quasi tutto: sono una donna organizzata io! Poco importa quindi se “così, de botto” mi sono ritrovata a casa senza poter andare a fare la spesa. Anzi: quando ho visto che la situazione globale era così tragica, in un pirtuso di tempo ho fatto una spesa tattico-volante che manco la saggezza di mia nonna! Però, presa dall’abitudine della fretta, mi sono dimenticata dell’uovo sodo. Grave perdita quella dell’uovo sodo, che il mio compagno fa notare al primo morso. Che ci si può fare: è l’abitudine a fare le cose veloci… l’abitudine.

Oggi comunque era il giorno delle cose al forno. Abbiamo fatto anche i cookies e i broccoli gratinati con la sigla di “DuckTales” in sottofondo, seguita dalla “Calimero dance”, con le risate e senza fretta. Ieri invece, come indica la melanzana, era il giorno del fritto, completato dalla pasta con la zucchina fritta. Mi guardo intorno in mezzo agli odori di una casa vissuta per davvero, in mezzo alle pulizie da fare o appena fatte, senza la solita stanchezza che induce a minimizzare emozioni, desideri, slanci… Mi guardo intorno e sento la voglia di riposo, di scrittura. Noto le cose con meno angoscia, ho tempo per pensare e fantasticare, per creare con la mente, per cucinare, per fare un collage e appenderlo non perché devo, ma perché mi va. Non è mera sopravvivenza, insomma.

Sapevamo quanto questo periodo storico fosse alienante: lo leggiamo, lo scorriamo nel nulla cosmico della politica, della home dei social, della “decapitazione cinica della complessità” (A. Palena) che piove, perpetua, come una pioggia di coriandoli a Carnevale, insinuandosi dentro mutande, reggiseni e qualsiasi angolo di casa. Sapevamo e sappiamo, proviamo a scegliere e a tutelarci, ma quanto si può, restando al passo? E comunque, sapevamo e sappiamo, ma ora l’ho sentito dentro di me. Capite: la pasta al forno. Il lavello pieno. I miei gatti accucciolati. Le risate senza fretta. Il giorno del forno e il giorno del fritto. La riscoperta del divano. Le docce lente.

Dall’altro lato, l’abitudine alla velocità che esclude l’uovo sodo. I complimenti a me stessa perché sono una donna tattica e organizzata che, lavorando come e più del mio compagno, deve fare movimenti strategici per non restare senza cibo. Lo straniamento rispetto all’assenza di stanchezza. Lo spazio per creare e per accogliere lo spirito bambino.

…Capite la pasta al forno?
Capite in che dimensione violenta viviamo? Quanto ci siamo dentro? E che, per capirlo per bene dentro di noi, dobbiamo estraniarci?

Io, per esempio, ho avuto il Covid.
Altrimenti, per fermarmi dovevano spararmi.

2 thoughts on “La pasta al forno

  1. Pasta al forno vs 4 salti in padella. Sei stata fortunata a non avere il gusto alterato dal COVID, altrimenti le melanzane fritte avrebbero avuto il sapore di radici amare…

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