Maggese

Non sono delle belle foto, ma, se lo fossero state, il maggese si sarebbe trasformato da “pausa pro-fertilità” a “dovere”, prestazione, performance. Sì, tutto – perfino i filtri “bellezza” – può trasformarsi in performance e dovere. Invece qui l’intento è proprio quello di usare queste foto brutte per parlare brevemente del maggese, di questo maggio.

La “messa a riposo” del mio terreno personale in effetti non è mai facile tra lavoro, casa & famiglia (nucleare e allargata), amici, scritti, hobby e pensieri. Spesso l’incastro tra tutte queste cose rende ognuna di esse faticosa e doverizzata. Nel tempo ho un po’ imparato a fermarmi, a carpire che sottrarmi era necessario. L’alternativa è però spesso diventata la rinuncia-da-stanchezza… e la stanchezza è diventata il fondamento naturale delle giornate”, scrivono i Tlon che ho conosciuto di presenza proprio questo maggio-un-po’-maggese. Sfiancarsi è spesso il nuovo dovere neo-capitalistico. “Essere stanchi” è un “pregiato” status symbol che purtroppo pervade anche me… Maggio poi è un mese in cui aumenta il caldo sia all’esterno (= temperature sicule), che all’interno (= troppi mesi son passati dalle ferie natalizie!)…

Ho detto e scritto più volte che l’ingresso nel mondo del lavoro mi ha impoverita di mondo sociale. Il tema è di importanza mondiale e credo oggi inesauribile (nell’importanza), pertanto ne tacerò. O meglio, dirò solo che, per quanto mi riguarda, preservo alcuni contesti di confronto (con la fatica incastrante di cui sopra) che mi ricordano che esiste il maggese:

Il maggese rappresenta un’annata di “riposo” del terreno con lavorazioni periodiche capaci di tenerlo pulito da erbe infestanti e contemporaneamente mosso in superficie.” D’altronde, se NON si fa il maggese, “se un terreno diventa arido, ovvero senza sali, diventa impossibile la coltivazione”.

A forza di vivere e lavorare gareggiando, di competere incessantemente con qualsiasi altro essere umano, la nostra “anima” – intesa qui come casa del senso della vita – non riceve più nutrimento e muore. Perché, oggi, chi non si ferma è perduto” (Tlon).

Arida in effetti mi ci sono socialmente sentita più e più e più volte. Così, notandomi particolarmente secca, questo maggio ho prenotato dei voli (psichici e fisici) per festeggiare il compleanno ai Musei Vaticani, per tornare alla cittadinanza riflessiva a Chieri, per andare a teatro, per portare avanti il cineforum psicologico, per il mare, per il 9 maggio. Non parlerò di tutto questo, non riempirò la pienezza del (troppo poco) vuoto concessomi. Lo so, le foto parlano poco, ma è quel che basta: immaginatevi ad esempio i Tlon a Cinisi per l’anniversario dell’omicidio di Peppino Impastato, io che arrivo trafelata e digiuna da Palermo, che mi siedo su una sedia di plastica con loro dietro e che gioisco, nonostante il caldo, di questa mia piccola azione di militanza sociale che resiste alla stanchezza e al vortice solito, che ancora esiste nonostante la stanchezza e il vortice solito, che autorizzo ad esistere. Mi sono sentita felice di dare spazio alle mie orecchie sociali e soprattutto di farlo nel silenzio non prestazionale, senza aspettarmi nulla da me, ma solo di esser-ci per esercitare la presenza, per fare antimafia culturale. Loro sono stati bravissimi a rendere fruibile anche alla mia sarta seduta di fronte a me robe tipo Weber e Spinoza, Poco prima Teresa Mannino aveva pianto sull’immondizia del Sud. Poi ho ascoltato con le stesse orecchie le canzoni del “Collettivo musicale Peppino Impastato”, facente capo al circolo “Musica e Cultura” che esiste da quando esisteva Peppino. Ho capito addirittura il siciliano, ho provato emozioni, non ho avuto bisogno di prestazionare, ma solo di “svuotarmi” per esserci.

N.B.: La foto con i Tlon è arrivata dopo che loro si sono seduti accanto a me a mangiare la pizza. Fino a quel momento la mia emozione si era mantenuta astinente, ma ok, sono umana e neocapitalistizzata anch’io: lì non ho potute resistere! (Ogni tanto comunque proviamoci, dai.)

L’esperienza del vuoto è la tentazione mistica del non credente, la sua possibilità di preghiera, il suo momento di pienezza” (E. Cioran).

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