Idee post-adolescenziali

Ho ritrovato questo file con un compito svolto durante la specialistica, quindi circa 10 anni fa. Rileggendomi, ho pensato a quanto io sia sempre stata un’idealista… e a quanto oggi resta di tutto ciò…
Forse val la pena condividere e chiederselo insieme. Ecco quindi un pezzetto-testimonianza di quella me:

A partire dallo stimolo “DIVENTARE PSICOLOGO”, ti chiediamo di scrivere un testo di 2-3 pagine: scrivi liberamente tutto quello che vuoi e che ti viene in mente, senza riflettere troppo su ciò che vuoi esprimere e senza preoccuparti degli aspetti formali del testo.”

Che cosa è per me per la mia persona e per la mia vita diventare “psicologo”?
E’ un modo di vivere.
E’ un modo di vivere non solo per se stessi e non solo chiusi dentro i propri dafari, dentro le meccaniche.

Uno psicologo non può vivere di meccaniche, perché SA cosa c’è dietro di loro, il rifiuto di vera vita o la difesa dalla “vera vita” che c’è dietro di loro. E lavora per fare sì che né se stesso, né gli altri vivano dentro dinamiche a-riflessive.
Si dona, ricevendo in cambio ricchezze, sofferenze e “premi” emotivo-economici in cambio del suo tempo e di pezzi della sua “anima”.

A volte sei incompreso ed è faticoso. Ma è quello che voglio: guadagnarmi da vivere secondo le propensioni della mia testa e delle mie emozioni, realizzarmi aiutando, comprendendo, parlando, ascoltando, riflettendo, emozionando(mi), incuriosendo(mi).

Mi piace la clinica dell’umano e mi piace anche superare questa curiosità cercando come vivere “meglio”, giacché credo che nessuno sosti così tanto sulla privilegiata, inesistente, linea dei normodotati. Mi piace essere una persona che ha e trova delle domande e che sa spiegarsi il reale; non potrei vivere bene senza questi strumenti, e mi piace condividere queste conoscenze con gli altri, non tenerle per me, ma darle e a sua volta riceverle, arricchire le mie tramite lo scambio e il confronto. Perché so di essere “problematica” e “limitata”, come tutti, e non credo di poter vivere bene da sola. Né che gli altri possano vivere bene da soli. Anche questa è psicologia per me: ciò che studio come “filosofia teorica” poi lo sento, è una linea-guida di vita che sento molto mia da sempre, da che ho memoria. Bisogna però imparare a modularla correttamente, questo è diventare psicologa per me. Imparare ancora e ancora a vivere e a far vivere meglio.

…Belle, bellissime parole. Stucchevoli e melense, però, anche. Diciamocelo.

Cioè, per intenderci: ci provo davvero, facendo pasticci, sbagliando, lasciandomi andare a meccanismi istintivi, lottando con troppa irruenza per un certo giustizialismo e contro una certa cecità emozionale/interpersonale che oggi è essa stessa patologica (ma sottosoglia: nessuno se ne accorge… e mi fa rabbia!).

Nella vita quotidiana si può credere e avere dei valori, ma poi si sbaglia, non è bello, ma si sbaglia, e bisogna accettarlo. Migliorarsi se ci si riesce e al contempo accettare che accada; gestirsi al meglio ma non pretendere il meglio.

La strada è lunga, come sempre, e quasi nulla ci aiuta, se non avere un’autonomia di pensiero…. Che non tutti hanno però.
Non siamo rovinati, non è un “mondo perso” come dicono i vecchi saggi dei film e i veri anziani delle nostre famiglie. Nel senso che certo che è orribile! Ma finché “si pensa” c’è speranza.

Allora, il nostro dovere come persone (e aspiranti psicologi) è pensare a sé e agli altri, senza mai credere che abbiamo finito di pensare e che quel pensiero sia il migliore che abbiamo prodotto per noi e per gli altri, il più vero, l’unico possibile, fonte di guarigione, di giustizia e di “normalità”.
Il nostro diritto è anch’esso pensare, accettare, migliorare e ancora lottare per la conoscenza infinita e mai scontata della nostra testa, dall’individuo al sociale, senza mai credere di essere arrivati e di aver finito.

In ogni caso, non è facile come è scriverlo su queste pagine.

Io il mio stipendio da psicologa “junior” lo prendo (quando arriva…!), ma non mi basta e non dovrebbe bastare a nessuno, se non ci sono dentro anche questi diritti/doveri che chi vuole “diventare” psicologo dovrebbe cercare con fatica di portare avanti. Perché “diventare” psicologo è uno stile di vita che non può per me perdersi certi valori di integrità, di interpersonalità e di pensiero attivo e pro-attivo. E speriamo almeno in parte di riuscirci… .”

Non so se fossero solo Idee post-adolescenziali… Quanta me ci riconosco dentro! Quanta me c’è ancora!
Certo, la vita, il lavoro di cui allora parlavo, affaticano. Sono pur sempre passati 10 anni e, anche se nessuno ancora me ne dà 39, vi assicuro che ci sono, e pure le rughe, e pure per fortuna la crescita personale e clinica.
Una visione disincantata, anche se non del tutto, è iniziata a farsi strada in me. Ho sperimentato l’incuria nella tensione alla salute, nella cura relazionale e nel pensiero di cui scrivevo qui su 10 anni fa. E’ stata dura, anche riuscire a farcela in mezzo a tutto questo!

Oggi, fuori dal mio studio, evito (come diceva il buon professore Lo Verso) di fare la piccola analista, anche perché so che molti, anche fra i nostri più cari, non voglio realmente sentire e avviare qualcosa che odori di cambiamento. Oggi sto al mio posto, dentro una certa umiltà… Ma NON ho smesso di sognare, per fortuna. Se non sono troppo stanca (e sto lavorando sodo per smettere di esserlo!), sogno! Perché non possiamo e non dobbiamo adattarci! “ADATTIVI e RESILIENTI” (parole dell’anno!) è come ci vuole il sistema non-pensante ed economicista. Quella della “pecora nera” è invece una costellazione bellissima, dice un mio paziente (:

E così, a studio discretamente avviato, adesso si spera di tornare a creare pensiero collettivo nelle mie comunità di riferimento, si spera di tornare al dono, al volontariato, alla condivisione, all’invenzione cittadina.

Magari vi dirò tra altri 10 anni.

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