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	<title>Abattoir &#187; Manuela Lino</title>
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		<title>Solo mignotte, niente di importante*</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 07:24:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La prima reazione che ho avuto guardando l&#8217;intervista a Terry De Nicolò è stata di rabbia profonda. E più lo guardavo, più pensavo: che schifo. Sulla mia home page di Facebook moltissimi tra i miei amici hanno pubblicato questo video, e le reazioni sono state tutte più o meno di sdegno. La ragazza parla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima reazione che ho avuto guardando l&#8217;intervista a Terry De Nicolò è stata di rabbia profonda. E più lo guardavo, più pensavo: che schifo. Sulla mia home page di Facebook moltissimi tra i miei amici hanno pubblicato questo video, e le reazioni sono state tutte più o meno di sdegno. La ragazza parla di bellezza che si vende, e che sei racchia devi stare a casa, e tutti noi sentiamo qualcosa di terribile agitarsi nello stomaco, e no, non abbiamo in corso un movimento intestinale. Non è ammissibile che una donna dica una cosa del genere, che dica apertamente che il corpo si può vendere, e che sul corpo, sul corpo bello, si può basare il proprio introito economico. Non è ammissibile che parli di vestiti che costano un occhio della testa, e che ci chiami pecore, perché noi non rendiamo disponibili le nostre pudenda. Io penso a mia madre, che per vent&#8217;anni si è svegliata alle cinque del mattino per prendere un bus che la portasse al paesello dove faceva la psicomotricista, e al primo taglio di fondi è stata licenziata, sostituita da una giovane precaria a basso costo. Penso che il suo stipendio corrispondeva a circa la metà della cifra che la De Nicolò disprezza, perché non adatto al suo tenore di vita. Ho visto anche altre interviste, servizi super speciali sulle donne del premier, sempre al plurale, perché lui ne cambia otto a sera, come i vestiti della conduttrice di Sanremo. <span id="more-6764"></span></p>
<p>Siamo tutti indignati. Questa qui viene in tv a dirci che siamo delle racchie, delle pezzenti, e che non capiamo che cosa è la bellezza, e noi subito a darle della puttana. Puttana lo è, nel senso che è quello che fa, ma siccome non se ne duole come dovrebbe, allora merita sicuramente la nostra condanna. Siamo pronte a batterci per i diritti delle prostitute che sono costrette a farlo, ma quelle che lo scelgono per mestiere se la sono voluta loro, va. E questi discorsi su vestiti da millemila euro sono offensivi per chi non ha manco gli occhi per piangere.</p>
<p>Però amiamo comprare riviste di moda e sognare quei corpi tutti uguali, quei vestiti bellissimi ma che non compreremo mai, perché troppo costosi, perché inutili in una vita &#8220;normale&#8221;. E allora chi li compra? Le escort, ad esempio, per andare alle cene del presidente. E noi sbaviamo su quelle pagine patinate, pensando a serate di gala, e polsi sottili, ad attrici, piatti vuoti, chirurgia estetica, pettinature che andranno di moda questo autunno.</p>
<p>Non so. Ho riflettuto su quello che si dice delle donne che cambiano molti partner, e poi sulla morbosità con cui il camera-man inquadrava le belle gambe della De Nicolò. Mi è venuto in mente un vecchio porco che mi consigliava di essere meno sulle mie, se volevo fare strada, e poi la dicitura &#8220;bella presenza&#8221; su qualunque tipo di annuncio di lavoro. Le ragazze che danno delle &#8220;pulle&#8221; ad altre ragazze, ma poi scendono in piazza per i diritti delle donne. Un mio amico che dice che è una questione naturale se il maschio della specie vuole &#8220;coprire&#8221; più partner, e se la femmina ne sceglie uno fisso. Ho pensato a certi racconti di modelle che si infilano due dita in gola per raggiungere la taglia zero, a conoscenti che fanno indebitare i genitori per mantenere uno stile di vita alto, con vestiti sempre diversi ogni giorno, ricostruzione delle unghia, e massaggi per rassodare il culo. Mi sono chiesta che cosa sia una donna, esattamente, e quanti modi ci siano di essere donna a questo mondo. E quanto sia difficile esserlo in questo periodo, in questa società che ci vorrebbe tutte belle e zitte come bambole senza pile.</p>
<p>Mi chiedo che differenza ci sia tra questa donna che ritiene di avere solo la bellezza, e se la vende ad alto prezzo, e gli ingegneri che vendono il proprio intelletto per la costruzione di armi intelligenti, o bombe giocattolo. Mi chiedo perché una modella possa vendere il suo corpo senza essere definita puttana. Perché ci sembra normale il calcio mercato, e ci sembra ovvio che le Miss (o le deputate) si siano scopate qualcuno per arrivare dove sono, e se una osa dire come stanno le cose, ci disgustiamo.</p>
<p>Mi sembra che lapidare pubblicamente una donna che sceglie (che poi lo sceglie davvero?) di entrare nel meccanismo di compra vendita dei corpi sia fare una guerra civile tra oppresse. Mi sembra che sia incoerente lottare contro le coppie binarie uomo/donna, bianco/nero, e poi ricadere in quella storica santa/puttana. Credo che dovremmo farci un esame di coscienza su quanta bacchettonaggine e buonismo e moralismo di stampo cattolico (mon dieu!) ci sia nel giudizio frettoloso che abbiamo dato alla &#8220;escort&#8221; di turno.</p>
<p>Non ci stupiamo più del fatto che un uomo scelga segretarie giovani e belle, non ci stupiamo più che il presidente del consiglio scelga le deputate che gliel&#8217;hanno data. Ma ci stupiamo che loro lo facciano. Mi sembra che il discorso sullo strapotere maschile, sul sessismo come criterio di scelta politica, si stia spostando ancora una volta dalla parte sbagliata. E ci sono caduta dentro anche io, perché non riesco più a distnguere bene chi in questo sistema è vittima e chi oppressore.</p>
<p>Di certo, mi sembra interessante che la reazione più viva, più violenta sia quella scaturita da un video in cui una donna, non un uomo, parla di destra e sinistra, di legalità e scorrettezze, e mette in parole quello che i grandi potenti della terra pensano (non tutti?) in questo periodo di crisi economica e di valori. Chi vuole andare avanti deve passare sui cadaveri degli altri, lo fanno loro, e lei lo dice. Tempesta.</p>
<p><sup><br />
*(Il titolo è tratto da una frase di Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, citato da Monica Pepe in una sua lettera aperta)</sup></p>
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		<title>Cuosi ri fimmini*</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 05:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come sappiamo bene, esistono cose da maschi e cose da femmine. Cucinare, fare la spesa, stirare i colletti delle camicie, andare dal parrucchiere, parlare di trucchi e vestiti, piangere e voler fare la ballerina: queste sono cose da femmine. Mangiare, occuparsi della manutenzione della propria automobile, gualcire i colletti delle camicie, andare dal barbiere, parlare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" src="http://www.landairsea.com/gps-tracking-blog/wp-content/uploads/2011/05/rollerderby2.jpg" alt="" width="320" height="213" />Come sappiamo bene, esistono cose da maschi e cose da femmine. Cucinare, fare la spesa, stirare i colletti delle camicie, andare dal parrucchiere, parlare di trucchi e vestiti, piangere e voler fare la ballerina: queste sono cose da femmine. Mangiare, occuparsi della manutenzione della propria automobile, gualcire i colletti delle camicie, andare dal barbiere, parlare di culi, azioni in borsa e calcio, alzare la voce e battere i pugni e voler fare il calciatore: queste sono cose da maschi. Fare sport? Dipende. In generale, roba con la palla è da maschi, clavette cerchi nastri e tutù sono da femmine. Nuoto va bene per entrambi, ma le donne con le spalle larghe non ci piacciono. Lancio del giavellotto? Uomini, in entrambi i casi. (Le chiami “donne” quelle?) Pattinaggio artistico, ginnastica artistica, danza e compagnia bella, roba da donne. Se sei un maschio e ti piace l&#8217;idea di mettere una calzamaglia o di piroettare, non prendertela se poi ti sfottono. Rugby? Ovviamente da uomini. Una donna non potrebbe reggere agli urti. Ne siete convinti? Ok, mentre vivete le vostre vite tranquille divise in compartimenti stagni, vi parlerò di una realtà parallela che sputa sulle vostre convinzioni: si chiama Roller Derby.<span id="more-6701"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il Roller Derby è uno sport che si pratica sui pattini a rotelle, divisi in due squadre da cinque elementi ciascuna, su una pista ovale. Come si gioca? Ogni squadra è formata da un “pack”, un gruppetto di quattro giocatrici poste a difesa, che al primo fischio dell&#8217;arbitro iniziano a pattinare sulla pista, tentando di placcare le avversarie. In posizione posteriore troviamo una “jammer” per squadra, che deve superare due volte il pack avversario (e la jammer nemica!) per fare punti. Esiste poi un ruolo intermedio che è quello della “pivot”, che alternativamente può essere messa a difesa o essere la jammer. Sono vietati e puniti i colpi alle spalle e al viso, il contatto in tutti i casi, deve essere motivato dal placcaggio. Chi si comporta in maniera anti-sportiva esce dalla pista e rimane a guardare la gara nella Penalty Box, “in panchina” diremmo noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo sport nasce negli Stati Uniti negli anni Trenta, come incontro-spettacolo a metà strada tra pattinaggio e wrestling. Nel tempo si evolve, e lentamente passa in secondo piano, ripudiato sia dagli sport su rotelle che da quelli di contatto. Dal 2000 è tornato in voga esclusivamente come sport femminile e a partire da Austin, in Texas, si è diffuso prima negli Usa e adesso anche in Europa. Non esistono ancora squadre italiane ufficiali di Roller Derby, ma qualcosa si sta muovendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ovviare alle continue cadute dovute a spallate, gomitate e colpi di anca, le giocatrici sono dotate di protezioni per ginocchia, gomiti e polsi, e di un caschetto. I pattini usati per il roller derby sono dei quad con scarpetta bassa. In sostanza, le ruote sono simili a quelle del pattinaggio artistico (non sono in linea), ma la scarpa è priva di tacco e molto simile ad una scarpa sportiva, che permette movimenti più liberi della caviglia, ancora una volta per permettere cadute e movimenti veloci.</p>
<p style="text-align: justify;">Le giocatrici sfoggiano divise diverse per ogni squadra, una certa libertà nello scegliere tessuti, colori, e simboli. Ognuna sceglie un nome da derby, caratterizzato da doppi sensi aggressivi, o divertenti. Spesso le giocatrici sono legate all&#8217;ambiete punk-hc, e le gare ufficiali sono accompagnate da concerti o feste di questo genere, ma tra le rollerderbiste troviamo mamme, donne in carriera, amanti della musica classica, fattorine, professoresse, medici, e così via. Insomma, in un certo senso, qualunque donna potrebbe far parte di una squadra di Roller Derby, qualora lo volesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragazze del Roller Derby sconfessano quanto si pensa delle donne: che non sanno sopportare il dolore fisico, che non sanno “fare a botte”, che non sono competitive, leali, sportive, che non vogliono saperne di sudore, lividi e fratture. Inoltre, mi pare interessante notare come la visione del corpo “sportivo” sia diversa dall&#8217;ordinario. Le giocatrici sono alte, basse, magre, abbondanti, muscolose, mingherline, eppure giocano tutte la stessa partita, una partita in cui ci si può far male, e si può fare del male, ma sempre rispettando le regole. Alla fine di ogni derby ci si stringe la mano, e le rivalità si lasciano sulla pista, si ascolta la stessa musica e si confrontano i lividi, con un sorriso, e senza piagnucolare: cose decisamente da ragazze.</p>
<p style="text-align: justify;">Il video da cui ho preso ispirazione per il titolo: clicca <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ioKAJkYPzEA" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.youtube.com/watch?v=ioKAJkYPzEA&amp;referer=');">qui</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><sup>* siculo per &#8220;cose da donne&#8221;</sup></p>
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		<title>Fibra e le donne</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:25:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ti piacciono le donne1. Lo ripeti all&#8217;infinito in questa canzone-tormento estiva che sono costretta a subire ogni qual volta si accenda la radio, o si vada in giro per shopping. Ti piacciono le donne, le more e le bionde. Sembra che sia un nuovo inno filo-femminista, niente a che vedere con quello che cantavi fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ti piacciono le donne<sup>1</sup>. Lo ripeti all&#8217;infinito in questa canzone-tormento estiva che sono costretta a subire ogni qual volta si accenda la radio, o si vada in giro per shopping. Ti piacciono le donne, le more e le bionde. Sembra che sia un nuovo inno filo-femminista, niente a che vedere con quello che cantavi fino a qualche mese fa. Nel video una serie di facce femminili, e corpi vestiti, apparentemente nessuna allusione offensiva. Ti piacciono le donne, le more e le bionde, insomma non è importante il loro aspetto fisico, vuoi farci credere. D&#8217;improvviso le ami tutte, sono finiti i tempi di &#8220;vedo troie di qua, vedo mignotte di là, ma non dobbiamo accontentarci di queste zoccole&#8221;<sup>2</sup>. Adesso le zoccole, le troie e le mignotte le ami tutte, vestite coi loro vestiti di ogni giorno, intente a sgolarsi ai tuoi concerti, come ragazzine invasate dietro le sbarre. Ti piacciono le donne, le grasse e le tonde, dici su una base ritmata soft, come se questo ti sollevasse sugli altri rapper, perché a loro, si sa, le chiattone non piacciono. Grazie Fibra. Hai smesso di arricciare il naso di fronte a &#8220;sti culi ciccioni come una crepe&#8221;<sup>3</sup> e ti sei finalmente dato ai corpi rotondi? Grazie. Hai svuotato i tuoi &#8220;coglioni giganti&#8221;<sup>2</sup> e adesso puoi darti all&#8217;amore pulito, vuoi &#8220;mettere su famiglia, come nello spot della Barilla&#8221;<sup>1</sup> per farci contente? Grazie, davvero. Ti siamo grate. Noi donne, more e bionde, grasse e rotonde, magre, francesi, spagnole, italiane, fredde e calde, fioraie e portinaie. <span id="more-6592"></span>Noi che per anni siamo state solo le tette e i culi di contorno alle tue frustrazioni, noi che hai appellato &#8220;puttane&#8221;, &#8220;mignotte&#8221;, &#8220;zoccole&#8221;, &#8220;troie&#8221;, adesso finalmente abbiamo ritrovato dignità, ammiccando vestite (o travestite?) nel tuo nuovo video rispettoso e filo-femminista.</p>
<p>Mi sorge solo un dubbio. Le nuove categorie nelle quali ci inviti a inquadrarci, le hai prese da youporn? I pensieri strani che ti fai sulla tabaccaia, mentre guardi i calendari con quelle schifose modelle in bikini, non la vedono forse in atteggiamenti sensuali-porno tradizionali? E &#8220;le donne di ogni razza e lingua&#8221; ti piacciono perché sono esotiche? Le &#8220;top model con due bombe&#8221;<sup>1</sup> non saranno in contraddizione con tutta sta sfilata di casi umani che degni del tuo sguardo fino a ieri ipercritico?</p>
<div></div>
<p>Ti piacciono le donne. Lo ripeti così tante volte che, mi sembra, il messaggio vero è che non ti piacciono gli uomini. Non ti piacciono, non ne parli mai, l&#8217;unico altro uomo che compare nella canzone è un cameriere romanaccio che &#8211; sarà un caso? &#8211; usa la parola &#8220;mignotta&#8221;. Insomma, credi di essere filo femminista, ma sei ancora quello che si lamentava perché le &#8220;minorate minorenni in minigonna&#8221; a letto sono meno maiale di tua nonna, e soprattutto sei omofobo. Fibra, dai, puoi dircelo. La tua più grande paura è che, dopo aver sputtanato (nel vero senso della parola) tutte le poverine che per sbaglio ti si sono accostate, dopo aver sputato sull&#8217;intero genere femminile, dopo aver dato della troia anche a tua madre (o no? forse le mamme non si toccano, almeno non la propria), a qualcuno è venuto il dubbio che tu potessi essere interessato agli uomini (come Mengoni, che secondo te &#8220;<span>è gay ma non può dirlo perché poi non venderebbe più una copia già me lo vedo in camera arriva una figa prende il suo cazzo in mano e lui lasciami ti prego&#8221;). Pesante, non è da veri uomini dire a una &#8220;figa&#8221; di no. Una figa, che non ho ben capito se è un complimento (o un&#8217;offesa) o una sineddoche. E comunque di sicuro la sua funzione è legata al cazzo, su questo non ci sono dubbi. La verità è che vorresti che fosse così. </span>Ti piacciono le donne, dici, ma sei solo spaventato. E non sei all&#8217;altezza di quelle donne &#8220;vere&#8221; che dici di volere.</p>
<p>Fibra, c&#8217;hai provato. Hai montato su un bel video con facce qualunque, e parole di finto cambiamento. Ci volevi fare passare il messaggio che sei cambiato, che non ci prendi più per puttane. Che adesso ci ami tutte. Non ti è riucito. Quello che ne è venuto fuori è una specie di &#8220;girlsbook&#8221;, un elenco di donne che ti faresti, che non rispettano i canoni tradizionali solo perché ti sei annoiato. Quello che volevi farci passare per il nuovo inno neo femminista, è solo il tuo nuovo elenco di fantasie, solo l&#8217;ennesimo modo per renderci oggetti, per reificare quei corpi che, non più soltanto alla tv o sui calendari, ma nella vita di ogni giorno, incontri e vorresti assoggettare.</p>
<p>Fabri, c&#8217;hai provato e non ci sei riuscito. Non siamo sceme. Siamo more, bionde, con due bombe, grasse e rotonde, alte, basse, stronze, zoccole, mignotte, puttane, madri, figlie, zie, interessate al membro maschile degli uomini di colore (ma un cliche meno razzista, no?), interessate ai tuoi soldi, alla tua macchina, al tuo rap (conosci una canzone, le conosci tutte), sbavanti ai tuoi concerti (solo se pagate), tabaccaie, fioraie, disoccupate, ladre, assassine, professoresse, scrittrici, medici, pittrici, nullafacenti. Minorate, maggiorate, in minigonna o in salopette. Siamo culi, tette, fighe. Siamo tutte queste cose, ma non siamo sceme.</p>
<p>Ti piacciono le donne, ok. Ma tu piaci a loro?</p>
<p><sup>1 &#8220;Le donne&#8221; è il terzo singolo estratto dall&#8217;album &#8220;Controcultura&#8221; di Fabri Fibra. Il video è visibile <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Qi8c7gQUiyA" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.youtube.com/watch?v=Qi8c7gQUiyA&amp;referer=');">cliccando qui. </a></sup></p>
<p><sup>2 da &#8220;Zoccole&#8221;, canzone conosciuta anche come &#8220;Coccole&#8221;, probabilmente per qualche censura della rete. </sup></p>
<p><sup>3 da &#8220;Non fare la puttana&#8221;.</sup></p>
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		<title>Encantada &#8211; seconda parte</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 08:55:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>#3 Incontri</strong></p>
<p>Quello che non si racconta quasi mai dei viaggi è del tipo a cui hai chiesto informazioni e che è rimasto a parlare con te solo per il piacere di farlo. Del sorriso della donna che mentre le indicavi un nome sulla mappa della città, ha capito che sbagliavi pronuncia e ti ha corretta con tenerezza e comprensione. Gli incontri, appunto, ma non quelli premeditati, della serie &#8220;andiamo in discoteca ad abbordare&#8221;, quelli che accadono quando hai il trucco sbavato e sei stanca e sudata.<br />
E quindi vi dirò delle ragazze inglesi che fuori dall&#8217;aeroporto di Reus attendevano il pullmann distese mollemente al sole, gesto che abbiamo subito imitato, col disprezzo di alcuni altri turisti, accalcati sotto la pensilina per assicurarsi un posto che comunque avrebbero ottenuto. Con le ragazze inglesi ho avuto solo un breve scambio, mentre eravamo in fila in bagno, qualcosa di non traducibile, fatto di un paio di sguardi, qualche sorriso, e il semplice trovarsi nello stesso luogo.<br />
Vi dirò poi dell&#8217;autista dell&#8217;autobus, un signore molto simpatico che ci ha chiamate &#8220;bimbe&#8221;, scherzando con noi mentre impacciatissime tentavamo di racimolare le monetine per pagare i biglietti, incurante della fila alle nostre spalle, come se non ci fossero scadenze, frette, o autobus in imminente partenza attorno a noi. <span id="more-6503"></span><br />
Sullo stesso autobus, purtroppo, abbiamo subito il chiacchericcio fastidioso e perfettamente comprensibile di alcuni ragazzi italiani. La mia socialità è sparita nel momento in cui i tipi davanti a me hanno iniziato a cantare la Danza Kuduro, alternando a questo tipo di entusiasmo musicale le proprie aspettative rispetto al viaggio, condensate nella richiesta &#8220;andiamo all&#8217;Hard Rock, vi prego!&#8221;. E che dire della coppia pseudo-punkabbestia sprezzante di qualunque essere vivente nel raggio di 10 km, ma dotata di I-pad? Lei ci ha deliziate con la sua voce sull&#8217;aereo, sul bus, all&#8217;andata e al ritorno, infarcendo un discorso privo di contenuti con una serie di improperi rivolti ad ignoti, alle hostess, al pilota, all&#8217;autista del bus, ai presenti, alla Spagna, agli spagnoli, e così via. Davvero spiacevole.<br />
Però non c&#8217;è stato solo questo. Non appena arrivate a casa, abbiamo fatto la conoscenza del padrone di casa, un tale alto e molto-spagnolo che per mia fortuna parlava anche inglese, e in seguito abbiamo conosciuto gli altri coinquilini, ragazzi non spagnoli che vivono a Barcelona per motivi di studio o di lavoro. Spesso non riuscivamo a  capirci, ma anche le incomprensioni sono state fonte di &#8220;guadagno&#8221; sociale. Non dimenticherò mai la scena in cui la mia compagna di viaggio tenta di chiedere alla ragazza tedesca se fanno la raccolta differenziata, brandendo un piatto con gli avanzi della nostra cena, dando luogo a un <em>qui pro quo</em>, e facendole credere che le stesse offrendo il contenuto smangiucchiato del piatto. Le ho trovate che ridevano così ad alto volume da non riuscire a parlare.<br />
Il cameriere di un bar che chiamava la birra &#8220;cervecita&#8221;, sorridendo teneramente, un venditore di cibo della Boqueria che ci riconosceva e ci salutava cordialmente, il tipo che ci ha venduto gli orecchini dilatatori e ci ha spiegato in spagnolo stretto come inserirli (&#8220;vaselina y agua muy caliente!&#8221;), il tizio punk del &#8220;pubettola&#8221; di fronte alla facoltà di geografia, che ci ha servito la prima Estrella di una lunga serie, con le sue mani smaltate di nero.<br />
L&#8217;uomo che si è avvicinato a noi per venderci i suoi disegni. Non mi ricordo più il suo nome e mi dispiace, ma ho ancora i miei acquisti artistici. Si è fermato davanti a noi, nonostante le nostre iniziali diffidenze, e ci ha raccontato dei suoi viaggi, di cosa ha visto in Italia, della crisi spagnola e di quella italiana, dei lavori che ha fatto, bevendo la nostra birra, e alla fine regalandoci un minuto di musica suonata con una specie di flauto giocattolo, nel silenzio di una piazzetta spagnola dimenticata dal resto del mondo, e una rosa rossa.<br />
Il ragazzo che lavorava da Escribà, la pasticceria di Almodovar, per intenderci. Ancora una volta la distanza linguistica ha provocato un&#8217;incomprensione divertente, e si è creato un motivo di confidenza. Siamo tornate a fare colazione &#8220;da Almodovar&#8221;, come dicevamo, tre volte in sei giorni, per la bontà dei dolci, ma anche per la gentilezza di questo cameriere, che alla fine è diventato nostro amico. Ad ogni colazione ci ha regalato qualche chicca, permettendoci di assaggiare i famosi baci di Almodovar, le foglie di menta ricoperte di cioccolato, vari altri dolcetti, e una piccola torta alle fragole per il compleanno della mia amica, pagando tutto questo di tasca sua, senza un secondo fine, solo per un&#8217;amicizia nata per caso, e apparentemente destinata a rimanere un ricordo. Prima di andare via, in tutti i casi, lo abbiamo coinvolto in un giro di tapas, ossia una peregrinazione per locali in cerca di birra e di assaggini di pesce, e ovviamente ha accettato, condividendo con noi l&#8217;ultima sera a Barcellona.<br />
Un ragazzo al bar Marsella. Era seduto da solo a bere assenzio giallo, in un bar storico di Barcellona, che non viene ridipinto non so da quale secolo, né tantomeno spolverato. Potrebbero averci girato un video dei Cure. E in effetti, tra un assenzio e l&#8217;altro, passavano i Cure. E, costatando la solitudine di questo ragazzo dall&#8217;apparenza british, ci siamo convinte ad invitarlo a bere con noi. Abbiamo parlato per un paio d&#8217;ore, sempre con le solite difficoltà del caso, apprendendo che: era davvero british, era davvero solo, era assolutamente turista, dotato di zaino multi funzione, con sacca porta acqua e cannuccia da tirare dalla spalla, in caso di emergenza idrica, manco fosse andato nel deserto. Ci ha offerto il suo acquisto barcellonese, della cioccolata salata, che abbiamo assaggiato volentieri, sorseggiando assenzio giallo. Sotto i nostri increduli occhi ha bevuto due bicchieri enormi di assenzio, apparentemente senza batter ciglio, raccontandoci dei suoi giri diurni. Lo abbiamo salutato prima di tornare a casa, certe che non lo avremmo più rivisto.<br />
E poi c&#8217;è il pattinatore. Un tizio coi rollerblade che si è seduto accanto a noi alla Barceloneta e, non mi ricordo neanche come, ha iniziato a parlare con noi. Simpaticissimo, pelato ma carino, ci ha consigliato una serie di posti, tra cui il Can Mano, di cui vi ho già detto. Ci ha rivelato l&#8217;esistenza a Barcellona del Roller Derby, uno sport ormai quasi esclusivamente femminile che si gioca sui pattini, con ampio uso di spallate a mo&#8217; di pogo, e altre violenze regolamentari.<br />
La polizia. Se non fosse che ci hanno detto il contrario, potremmo affermare con certezza che la polizia a Barcellona arruola solo agenti simpatici e disponibili. Spesso, trovandoci in difficoltà, abbiamo chiesto informazioni a uomini e donne in divisa, e la risposta è stata sempre completa, cordiale, simpatica, al limite della confidenza. Ci hanno rivelato che la polizia spagnola ha un atteggiamento diverso con turisti e residenti, e per questo non possiamo generalizzare, ma gli incontri in divisa si meritano almeno due righe in questo post.<br />
Valerio, il nostro amico italiano. Va citato perché gli italiani non sono solo quelli che cantano Danza Kuduro sull&#8217;aereo, mettendoci in imbarazzo. Sono ragazzi palermitani che prendono armi e bagagli e vanno in Spagna a lavorare. Trabajo, che non è come andare a fare una vacanza, con una valigia e birra bevuta al posto dell&#8217;acqua. E dopo dieci ore di trabajo trovano il tempo per accompagnare due non-turiste in giro per localini che non avrebbero trovato altrimenti. Un grazie anche a lui, ovviamente.</p>
<p>Potevo non parlare delle persone? No. Barcellona non è solo la Sagrada Familia, è la gente che incontri per strada, il colore del cielo quando ti svegli la mattina, il brusio costante che viene dalla Rambla, che può non piacerti, ma sarà sempre lì, è quella lingua che è una miscela di spagnolo, francese e italiano, che ti sconvolge e ti piace sentire in voci sconosciute, anche quando non la comprendi.</p>
<p>(continua?)</p>
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		<title>Encantada</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 05:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>#0 Intro</strong></p>
<p>Quasi tutti quelli che conosco sono andati in Spagna prima di me. Alcuni in vacanza, altri in Erasmus, altri ancora per lavoro, e quasi tutti sono passati almeno una volta da Barcellona. Ecco perché a lungo non ho preso in considerazione l&#8217;ipotesi di visitare questa città: è inflazionata, tutti sanno parlarne, tutti ne hanno esperienza più o meno diretta. E però penso anche che ogni viaggio è una storia diversa, e ogni persona sperimenta un luogo in maniera diversa, vivendolo con la propria sensibilità, dando significati inediti agli eventi, filtrando gli stimoli sensoriali sempre in modi nuovi. Inoltre, la Ryanair mi ha convinta del tutto: il volo a/r Palermo-Reus (Barcellona) mi è costato una cinquantina di euro e, fatta esclusione per Malta, era il volo che costava meno nel periodo in cui sono partita.</p>
<p><strong>#1 Prima di partire</strong></p>
<p>Non ho pianificato molto. Ho trovato il posto in cui dormire da un <a href="http://rentals.loquo.com/english/barcelona" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/rentals.loquo.com/english/barcelona?referer=');">sito spagnolo di annunci di case</a>, escludendo l&#8217;ipotesi ostello per due ragioni: il costo superava di molto l&#8217;affitto della stanza, e poi la scelta di vivere per una settimana in una casa spagnola con la possibilità di conoscere persone che vivono lì (e non altri turisti che stanno in ostello) mi sembrava più carina.<span id="more-6416"></span> In effetti, la mia compagna di viaggio ed io abbiamo trovato una casa molto carina in una zona stra centrale (tra la Rambla e la Boqueria) ad un prezzo accettabile (200 euro in due per una settimana, con uso del bagno, della cucina, e degli spazi comuni) e abbiamo conosciuto i ragazzi che vivevano con noi: due francesi, una tedesca, e un ecuadoriano, tutti “spagnoli” per motivi di studio o per lavoro.</p>
<p>La valigia è stata riempita con vestiti comodi e qualche concessione alla moda per eventuali serate mondane. Essenziale la scelta di portare una sciarpina per sopravvivere all&#8217;aria condizionata di aereo, bus, treno, eccetera, una fascia per capelli per ovviare ai risvegli alla Robert Smith.</p>
<p>Converse e un paio di ciabattine simil Birkenstock (ma vegane) per camminare, e un diario per appuntare i momenti e i posti migliori da tramandare ai posteri.</p>
<p><strong>#2 Itinerari sensoriali</strong></p>
<p>All&#8217;uscita della metro, la prima cosa a colpirmi è la luce che passa tra le foglie degli alberi sulla Rambla e si diffonde ovunque con una tonalità a me sconosciuta. La luce è ovunque, anche quando il sole è coperto, e non riesco a stabilire se è la stella ad essere semplicemente piazzata meglio rispetto alla città, o sono le superfici che rimandano indietro i raggi in una maniera dolce e calda: filmica. La seconda cosa, purtroppo, è il rumore. Orde di turisti invadono la grande strada centrale, camminando come pecore in gregge, un po&#8217; tonti, lenti e scombussolati, pronti a farsi fregare dal souvenir di turno, e in questo movimento generano rumore. Nessuna armonia percettibile nei passi sconclusionati e tintinnanti come monete, squallidi a dire il vero, conditi da osservazioni banalotte nella mia lingua madre. Italiani ovunque, gli italiani peggiori che si possano incontrare, quelli in branco che non capiscono che sei italiana anche tu e si permettono di dare occhiate lascive al tuo fondoschiena, condendolo con affermazioni maschiliste di livelli bassissimi. E poi inglesi, maleducati e rubicondi, avvinazzati, chiassosi, irrispettosi di regole che, al contrario di quanto si pensi, in questa città accogliente, esistono.</p>
<p>Ma la Rambla va vista in altri orari, a notte fonda ad esempio. Incontri ragazze col trucco sbavato, sparuti turisti disorientati dalla chiusura dei pub alle 03:00, venditori di samosa, gruppetti ridanciani, pusher, venditori di birra, prostitute, tassisti lentissimi e disponibili, spagnoli veloci e discreti che tornano a casa, sotto le luci dei lampioni.</p>
<p>E comunque dalla Rambla scappiamo di continuo, cercando di intrufolarci nel groviglio di stradine del Barrio Gotico o del Raval. Qui torna la luce che rimbalza in anguste stradine strette strette e un po&#8217; grigie, ma luminosissime, accarezza portoni ricoperti di murales, si infila tra le ringhiere di balconcini minuscoli, illumina monumenti antichissimi e chiome giovani, sorrisi in bicicletta, e insegne ben curate di negozietti allegri.</p>
<p>In una di queste stradine troviamo l&#8217;insegna della facoltà di Storia e Geografia, e ci fermiamo un attimo a fantasticare. Poi di lato una porta stretta conduce ad un corridoio-pub molto punk, dal delicato profumo di capra. Entriamo e prendiamo due birre, dos cervecitas, e in barba alla legge che ci proibisce di bere per strada, obbligate dall&#8217;assenza di spazio del pub-bettola, ci sediamo su dei gradini e discretamente consumiamo il nostro acquisto. Il sapore della birra è diverso, pieno ed estivo, dissetante e inebriante. Attorno a noi la luce estiva serale di Barcellona (il sole sembra non tramontare mai) fa sembrare tutto ordinato, composto, come in un&#8217;armonia generale più ampia, che non conosce imperfezioni anche nelle asimmetrie, né dolore. È come se fossimo nel posto giusto al momento giusto. Silenzio, tranne alcune vocine di bambini da un parchetto vicino.</p>
<p>Altra storia la mattina alla Boqueria. Questo mercato antichissimo è un dispiegarsi di geometrie caotiche ma molto belle di frutta, verdura, carne e pesce. Cibi di qualunque genere vengono preparati ed esposti, vaschette di frutta fresca, e bicchieri coloratissimi di frullati. Attorno ai banchi un sacco di gente, acquirenti ma anche soltanto curiosi, turisti e spagnoli, ragazze e anziani, bambini davanti a campi sterminati di caramelle, e noi, che giriamo moltissimo prima di decidere dove fermarci.</p>
<p>La colazione, in ogni caso, è <a href="http://www.escriba.es/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.escriba.es/?referer=');">Escribà</a>, storica pasticceria o mondo parallelo in cui cioccolatini, caffè e cornetti diventano arte, e il gusto conosce una nuova frontiera. Esistono due sedi, ma noi abbiamo provato solo quella sulla Rambla, e, se passate da quelle parti, vale la pena fermarsi per assaggiare qualcosa. Si dice che Almodovar ordini le torte per i festeggiamenti dell&#8217;ultima scena dei suoi film in questa pasticceria, e in onore del regista esistono dei “baci” di Almodovar: cioccolatini a forma di bocca, sulla forma della bocca della locandina di Tutto su mia madre. Inutile dire che oltre che belli sono anche buonissimi.</p>
<p>Altro posto da non perdere è il Can Maño: una specie di taverna in cui si può pranzare o cenare, assaggiando i piatti di pesce migliori del mondo. Il prezzo è molto contenuto, e il posto è di pochissime pretese: tavoli da taverna, pale sul soffitto, gestione familiare, pochissimi tavoli (e quindi è il caso di arrivare lì con grande anticipo). I sapori sono di alto livello, tutta roba fresca, cotta con semplicità, ma dal risultato esaltante. Si trova in Carrer Del Baluard, verso la Barceloneta, ma è meglio se chiedete perché è una stradina nascosta.</p>
<p>(Continua)</p>
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