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	<title>Abattoir &#187; Storia</title>
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	<description>Voci dal macello</description>
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		<title>Una Sicilia vista dal treno</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 07:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gas Giaramita</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[castelvetrano-porto empedocle]]></category>
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		<description><![CDATA[I treni sono dei mezzi assolutamente affascinanti. Inchiodano i tuoi occhi al finestrino dal quale scruti paesaggi che mai hai visto, località di cui non sai il nome, campi aperti di cui non saprai mai a chi appartengono. Viaggiare in treno è un&#8217;esperienza da fare in pieno giorno, ben sapendo, così, che potrai goderti tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cilibertoribera.it/indexFERROVIA%20DI%20RIBERA.htm" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cilibertoribera.it/indexFERROVIA_20DI_20RIBERA.htm?referer=');"><img class="alignleft size-full wp-image-8747" title="FERROVIA littorina Selinunte" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2012/01/FERROVIA-littorina-Selinunte.jpg" alt="" width="349" height="176" /></a>I treni sono dei mezzi assolutamente affascinanti. Inchiodano i tuoi occhi al finestrino dal quale scruti paesaggi che mai hai visto, località di cui non sai il nome, campi aperti di cui non saprai mai a chi appartengono. Viaggiare in treno è un&#8217;esperienza da fare in pieno giorno, ben sapendo, così, che potrai goderti tutto questo alla luce del sole. Le tratte sono quei percorsi fissi che, se sei un viaggiatore abitudinario, le conosci persino a memoria. Ad oggi, ci sono zone in cui il treno non ha più quel successo di pubblico: le vetture marciano semivuote per quasi tutto il viaggio e poi si riempiono per caricarsi di bambini e studenti. La stazione di Castelvetrano, ad esempio, è ormai una vecchia reliquia, molto prossima alla pensione; è uno di quei posti che ti fa venire la pelle d&#8217;oca al mattino, quando il sole è ancora timido e fa sopratutto freddo; non c&#8217;è nessuno ad aspettare, gli uccellini cantano, da qualche ora svegli, il bigliettaio è stato soppiantato dalla macchinetta elettronica e gli orari affissi mostrano che le corse sono rare ma funzionanti. Raggiungere Palermo è un&#8217;impresa: due ore e trenta-due ore e quaranta sono il minimo necessario per arrivare al capoluogo. Si capisce chiaramente che il treno sia stato vinto dai percorsi sulle autostrade e dagli autobus. Più veloci e sopratutto più silenziosi questi ultimi. Ma il treno&#8230; Succede che venga la voglia di prendere strade sconosciute, quelle dell&#8217;entroterra, delle frazioni irraggiungibili se non dai contadini, zone circondate dalla boscaglia, percorsi interrotti da strette e rumorosissime gallerie buie, “abbellite” da tutte quelle costruzioni delle vecchie stazioni fuori uso che mai hanno buttato giù, ma che anzi hanno ricostruito a pochi metri di distanza. Il vecchio e il nuovo restano assieme, aldilà dei binari. Questo è ciò che si vede andando verso Palermo. <span id="more-8737"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Verso Agrigento, c&#8217;era un tempo una tratta che da Castelvetrano portava a Porto Empedocle. Oggi in quelle zone non c&#8217;è neanche un&#8217;autostrada ma solo le statali. Esistono foto d&#8217;epoca che ritraggono un treno a poca distanza dal tempio di Hera, quello di Selinunte. Bene, quella vettura aveva l&#8217;onere di attraversare località di tutto rispetto, di creare collegamenti con i paesi che si affacciavano sulla costa meridionale della Sicilia centro-occidentale, che vantava vedute mozzafiato sul mare, sui campi di grano, sui fiumi, sui templi. La chiusura della linea, nel 1985, è da attribuire allo scarso interesse delle FS e, molto probabilmente, anche al mancato appoggio dei comuni. Oggi però si parla sempre più spesso di una serie di iniziative volte al recupero, se non della tratta, almeno della memoria di uno dei percorsi ferroviari più affascinanti e più antichi della Sicilia: leggo che associazioni culturali come Ferrovie Kaos e TrenoDoc sono attive da questo punto di vista:</p>
<blockquote><p>Ferrovie Kaos (dall&#8217;arabo <em>cavusu</em> ovvero insenatura, in omaggio ai luoghi che furono del nostro drammaturgo Pirandello che trovò i natali in una casa di campagna ubicata nell&#8217;omonima contrada) nasce ad Agrigento il 25 giugno 2009, dall&#8217;unione di diversi appassionati di cultura e storia ferroviaria con l&#8217;obiettivo di salvaguardare e, ovunque sia possibile, promuovere il trasporto su ferro soprattutto in chiave turistico museale. La provincia di Agrigento, fino a qualche anno addietro, era attraversata infatti da numerose linee ferroviarie, tutte a scartamento metrico 950MM, che hanno caratterizzato l&#8217;economia di diversi centri urbani dell&#8217;entroterra: piccoli capolavori di ingegneria ferroviaria abbandonati al degrado e all&#8217;incuria. Noi sosteniamo con forza ogni iniziativa di recupero e valorizzazione di detti tracciati ed, in tal senso, i nostri tecnici hanno in cantiere importanti progetti di recupero da proporre alla pubblica amministrazione. Tra tutti il più ambizioso è il cosiddetto &#8220;PROGETTO EMPEDOCLE&#8221; per il recupero della ottocentesca stazione ferroviaria di Porto Empedocle e la conseguente trasformazione in Museo Ferroviario, analogamente a quanto gli amici dell&#8217;associazione TrenoDoc stanno tentando di realizzare a Castelvetrano. <a href="http://www.ferroviekaos.it/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ferroviekaos.it/?referer=');">http://www.ferroviekaos.it</a></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, oltre a escursioni organizzate e percorsi per le scolaresche, è previsto per il 4 marzo  un evento dal nome &#8220;Dalla Villa Romana a Siculiana: percorrendo lo scartamento ridotto&#8221; con l&#8217;intento di valorizzare luoghi altrimenti inutilizzati e permettendo che vi siano sempre più attenzioni, affinché non cada nel dimenticatoio un passato che permetteva più facili vie di comunicazioni, un paesaggio che molti oggi potrebbero invidiarci e un attaccamento sentimentale e trasognato ad una terra, vista troppo spesso con lo sguardo di chi ci ha ormai perso le speranze.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, stupisce che in questa epoca ci sia ancora qualcuno interessato ad una memoria &#8220;ferroviaria&#8221;, che proponga la conoscenza dei luoghi in divenire, con un mezzo come il treno, che permette di sognare e immaginare più di qualsiasi altro mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Riferimenti:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=7nhSI3OxFSs" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.youtube.com/watch?v=7nhSI3OxFSs&amp;referer=');">http://www.youtube.com/watch?v=7nhSI3OxFSs</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.facebook.com/events/307281629314095/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.facebook.com/events/307281629314095/?referer=');">https://www.facebook.com/events/307281629314095/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Castelvetrano-Porto_Empedocle" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Castelvetrano-Porto_Empedocle?referer=');">http://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Castelvetrano-Porto_Empedocle</a></p>
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		<title>Il 19 ottobre 1944 Palermo protesta e oggi ricorda</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 06:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Miriam Rizzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Morale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Forze dell'ordine]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Rivolte]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Palazzo Comitini]]></category>

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		<description><![CDATA[Palazzo Comintini, un tempo sede della Prefettura e dell’Alto Commissario per la Sicilia, ospita oggi una lapide con i nomi di chi il 19 ottobre del 1944 ha calcato le strade della nostra città affamato e davanti a quel palazzo ha trovato la morte. La data a molti non ricorderà nulla, solo un giorno qualunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Palazzo Comintini, un tempo sede della Prefettura e dell’Alto Commissario per la Sicilia, ospita oggi una lapide con i nomi di chi il 19 ottobre del 1944 ha calcato le strade della nostra città affamato e davanti a quel palazzo ha trovato la morte. La data a molti non ricorderà nulla, solo un giorno qualunque nelle nostre vite che vanno avanti tra doveri e divertimenti, tra strade sempre uguali, viste e riviste.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il 19 ottobre del 1944 quelle stesse strade, oggi affollate da gente di corsa, sono state attraversate da palermitani affamati, uomini senza neanche un pezzo di pane, in un’Italia martoriata e dilaniata dalla guerra: nella zona settentrionale si combattevano i tedeschi mentre Palermo vede ancora fumare le sue strade, sventrata e affamata.</p>
<p style="text-align: justify;">È il 19 ottobre del 1944 e un corteo parte da Piazza Pretoria, ci sono giovani, uomini, disoccupati e lavoratori, la città quel giorno è deserta, vi è uno sciopero generale, contro il carovita, contro l’insopportabile arroganza di chi ha sempre la pancia piena. Partono da Piazza Pretoria, li anima la consapevolezza di non potere andare avanti senza mangiare, senza vestiti, senza pane. E tra quelle strade deserte è proprio questa la parola che risuona, che si fa voce del popolo, al grido “Pane!”. Quella Palermo del secondo dopoguerra si porta tra le sue vie, gridando la propria fame, la propria disperazione, indignata, fortemente indignata e offesa, tra ferite e ricordi di parenti, figli, mariti e amori persi per sempre tra fuochi lontani o troppo vicini. E una tavola vuota su cui neanche trovare la consolazione di un pezzo di pane, di un piatto di pasta, un dolore vuoto e freddo, quando davanti ai loro occhi quei mai estinti “Vicerè” ingrassano le pance e allargano i vestiti.<span id="more-7310"></span><br />
E uniti in marcia, mettono un piede dietro l’altro e scendono le scale di quella bellissima piazza, si immettono in quella via della nobiltà che il Duca di Maqueda fece costruire secoli prima e lo splendore dei palazzi guida il corteo del popolo, lo conduce quasi a guardarlo dall’altro entrare nelle sue viscere, uscire dalle carni di quella nobiltà marcia, dai vicoli di una Palermo che vive dietro i palazzi, tra il pesce e la carne del mercato, nascosta tra i suoi fumi ancestrali.<br />
A gran voce il grido “Pane!” si diffonde tra le ricche costruzioni e si fa strada verso Palazzo Comitini, sede della prefettura, ma ad accogliere quella gente non c’è nessuno, la loro rabbia spaventa il viceprefetto e i poliziotti lì a guardia dell’istituzione, così lo scalpitare affamato spaventa chi dovrebbe solo stare ad ascoltare, senza timore, con la consapevolezza dell’ emergenza che quella città stava vivendo. Ma non è andata così, arrivano, per fronteggiare il corteo degli indignati di quel secondo dopoguerra, 50 soldati del 139° fanteria “Sabaudia” guidati dal sottotenente Calogero Lo Sardo. L’indignazione della gente diventa rabbia feroce, l’emergenza sociale diviene violenza e lotta disperata. La folla lancia sassi contro le forze dell’ordine, le quali risponderanno lanciando bombe a mano e sparando ad altezza uomo: 24 morti e 158 feriti. Questa era la Palermo del 1944, questo è ciò che il silenzio per tanti anni non ci ha fatto conoscere, la storia di chi non si arrende alla fame. Leggere l’elenco delle vittime fa riflettere, sia per quell’eroico passato per tanto tempo nascosto sia perché mai come oggi possiamo capire lo stato d’animo di chi nel 1944 è sceso in piazza, noi, come loro alla ricerca di quel “pane” per sfamarci, di un futuro e di giustizia, oggi come ieri chiediamo di essere ascoltati, di poter dare voce alla nostra indignazione, stanchi di arrancare nella ricerca di un futuro.<br />
Chi quel giorno è morto non era un supereroe, non era un paladino della giustizia, era solo un uomo stanco di sentirsi ignorato, di soffrire perché troppo debole in una città, in una nazione che ascolta solo il più sazio e fa morire l’affamato. Ecco i nomi di chi il 19 ottobre del 1944 scese in piazza a chiedere ciò che gli spettava di diritto: Giuseppe Balistreri, 16 anni – Vincenzo Cacciatore, 38 anni – Domenico Cordone, 16 anni – Rosario Corsaro, 30 anni – Michele Damiano, 12 anni – Natale D’Atria, 28 anni – Andrea di Gregorio, 16 anni – Giuseppe Ferrante, 12 anni – Vincenzo Galatà, 19 anni – Carmelo Gandolfo, 25 anni – Francesco Gannotta, 22 anni – Salvatore Grifati, 9 anni – Eugenio Lanzarone, 20 anni – Gioacchino La Spia, 17 anni – Rosario Lo verde, 17 anni – Giuseppe maligno, 22 anni – Erasmo Midolo, 19 anni – Andrea Oliveri, 16 anni – Salvatore Orlando, 17 anni – Cristina Parrinello, 61 anni – Anna Pecoraro, 37 anni – Vincenzo Puccio, 22 anni – Giacomo Venturelli, 70 anni – Aldo Volpes, 23 anni.</p>
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		<title>Ammutta, ammutta ca longa è*</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 05:49:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia Russo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lercara Friddi]]></category>
		<category><![CDATA[memoria storica]]></category>
		<category><![CDATA[Miniere]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sin dalla mia infanzia ho sempre vissuto in un piccolo paese dell&#8217;entroterra della provincia palermitana, Lercara Friddi, comune tristemente noto alle cronache locali per non aver investito un solo centesimo nell&#8217;anno 2010 e verso cui i miei compaesani nutrono un forte sentimento di odio-amore. Mi capita sempre più spesso di sentire gente che rivolge aspre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sin dalla mia infanzia ho sempre vissuto in un piccolo paese dell&#8217;entroterra della provincia palermitana, Lercara Friddi, <a href="http://www.gds.it/gds/sezioni/politica/dettaglio/articolo/gdsid/117977/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.gds.it/gds/sezioni/politica/dettaglio/articolo/gdsid/117977/?referer=');">comune tristemente noto alle cronache locali</a> per non aver investito un solo centesimo nell&#8217;anno 2010 e verso cui i miei compaesani nutrono un forte sentimento di odio-amore. Mi capita sempre più spesso di sentire gente che rivolge aspre critiche alla situazione di involuzione che il paese sta subendo e io per prima non ne parlo certo bene; ma è anche vero che Lercara ha conosciuto un periodo di grande prosperità, iniziato alla fine degli anni &#8217;20 dell&#8217;Ottocento.</p>
<p>Forse non tutti sanno che una parte del territorio centrale della nostra isola, comprendente zone della provincia di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Palermo, è ricchissima di giacimenti di gesso ma anche e soprattutto di zolfo, tanto da essere definita in geologia come altopiano gessoso-solfifero. Lo zolfo, infatti, costituiva una delle maggiori risorse minerarie della Sicilia e, nella fattispecie, quello di Lercara è l&#8217;unico giacimento minerario della provincia di Palermo, tant&#8217;è che ancora oggi i lercaresi possono avvalersi del soprannome di <em>surfarara**</em>. Come detto precedentemente, possiamo indicare come data d&#8217;inizio della prosperità zolfifera lercarese il 1828, anno in cui si iniziò ad intuire la presenza di giacimenti nei pressi del colli alle cui pendici sorge il paese.<span id="more-6784"></span> Alcuni anni dopo sorsero le prime miniere e gli scavi cominciarono in maniera regolare.  L&#8217;industria zolfifera siciliana cominciò a mostrare segni di cedimento all&#8217;inizio degli anni &#8217;50 del Novecento; dal 1957 ha inizio una grave crisi che porterà alla successiva chiusura delle miniere in  Sicilia; le miniere di Lercara verranno chiuse nel 1969.</p>
<div id="attachment_6804" class="wp-caption alignright" style="width: 228px"><img class="size-full wp-image-6804 " src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/09/a.jpg" alt="" width="218" height="300" /><p class="wp-caption-text">Busto di Alfonso Giordano.</p></div>
<p>Gli uomini che lavoravano in miniera provenivano anche da luoghi molto lontani e ricevevano un misero salario che bastava appena ad affrontare le spese quotidiane; inoltre, essi lavoravano in condizioni igienico-sanitarie a dir poco disastrose, ai limiti dello sfruttamento (si lavorava per ben otto ore in condizioni estreme), ed erano esposti giornalmente al rischio di contrarre diverse malattie ed alterazioni del corpo a causa dell&#8217;inalazione dell&#8217;acido solforoso e di altri gas, per non parlare dei numerosi crolli che negli anni hanno interessato i quattro pozzi minerari del paese. Anche donne e bambini erano impiegati nel lavoro in miniera; i <em>carusi</em>*** erano destinati all&#8217;estrazione del minerale e al trasporto a dorso all&#8217;esterno del giacimento e non veniva concesso loro alcun riposo. Molti giornalisti, studiosi, medici, alcuni provenienti anche dall&#8217;estero, si interessarono alle condizioni di vita degli zolfatari del paese e si recarono ad effettuare i loro studi sul posto allo scopo di rivendicare i diritti di questa classe di lavoratori. Tra i vari studiosi vi fu anche un cittadino lercarese, il dottor Alfonso Giordano, il quale portò avanti alcune iniziative in aiuto dei lavoratori delle miniere. Inoltre, egli è oggi ricordato per la scoperta dell&#8217;anchilostomiasi, malattia che veniva spesso contratta dai minatori e che, se non diagnosticata e curata in tempo, poteva anche portare alla morte. Oggi l&#8217;insigne medico è ricordato con un busto sito in una delle piazzette del paese. In tempi più recenti, all&#8217;inizio degli anni &#8217;50, lo scrittore piemontese Carlo Levi fu a Lercara, in un periodo in cui era in corso una rivolta sindacale nelle miniere, e registrò le sue impressioni; i suoi appunti diedero vita all&#8217;opera &#8220;Le parole sono pietre&#8221;. Purtroppo, nonostante le numerose pubblicazioni che denunciavano la pietosa situazione di questi luoghi, non ci fu mai alcun miglioramento sensibile.</p>
<p>Le miniere furono, dunque, luogo di degradazione e lutti, ma non solo questo; portarono anche lavoro, benessere, evoluzione e cultura. Grazie alla presenza dei giacimenti zolfiferi e all&#8217;ottima qualità del materiale Lercara, piccolo centro dell&#8217;entroterra siciliano, si affaccia all&#8217;economia mondiale e diventa meta di numerosi capitalisti, sia italiani che stranieri. Molti degli imprenditori che gestivano le miniere erano dei cittadini lercaresi e questo portò alla nascita di una nuova classe imprenditoriale nella società del paese; sorsero anche altri nuovi mestieri che ruotavano intorno all&#8217;attività d&#8217;estrazione e fiorì l&#8217;artigianato. Riguardo all&#8217;artigianato, nel territorio lercarese venivano realizzate delle sculture  chiamate <em>strunziane</em>, che si ottenevano immergendo in un recipiente pieno d&#8217;acqua l&#8217;olio ricavato dalla lavorazione dello zolfo, che in questo modo assumeva delle forme molto particolari. Anche l&#8217;attività commerciale fu interessata da un veloce sviluppo, favorito dalla posizione strategica della cittadina, che si trova a metà strada tra Palermo ed Agrigento ed era quindi luogo di passaggio per i convogli e le carovane di animali con cui, fino alla prima metà dell&#8217;Ottocento, venivano trasportate le merci. Inoltre Lercara, in seguito allo sviluppo di quest&#8217;attività industriale, ebbe  nuove esigenze urbanistiche; la zona urbana venne, infatti, ampliata. Questo ampliamento determinò un aumento di servizi e attività che per lungo tempo furono fondamentali per la vita del paese, come ad esempio una pompa elettrica che venne costruita sul prolungamento di una delle strade più antiche del paese e che veniva utilizzata per estrarre dal sottosuolo l&#8217;acqua che rendeva difficoltosa l&#8217;estrazione; l&#8217;energia prodotta veniva utilizzata anche per l&#8217;illuminazione notturna del paese. Vennero costruiti anche due tratti di linea ferrata, che furono inaugurati tra il 1870 e il 1874.</p>
<div id="attachment_6815" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6815 " src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/09/veduta_1.jpg" alt="" width="300" height="203" /><p class="wp-caption-text">Scorcio di uno dei ruderi delle zolfare lercaresi.</p></div>
<p>Ma che cosa rimane oggi del patrimonio culturale che le miniere lercaresi hanno portato con sé nel corso degli anni? Allo scopo di preservare le testimonianze della vita di quegli anni sono stati istuiti nel 1993, grazie ad una legge regionale, un museo ed un Parco archeologico-industriale della zolfara. Purtroppo è anche vero che la zona non è di certo nel migliore degli stati e che molti dei sentieri che si snodano tra i resti dei pozzi d&#8217;estrazione sono ormai abbandonati e difficilmente praticabili. Questi e molti altri posti dell&#8217;entroterra, che siano o no presenti delle risorse minerarie, sono dei luoghi ormai dimenticati. Forse, piuttosto che continuare a lasciarli nello stato in cui si trovano adesso, le istituzioni potrebbero attivarsi al fine di rimettere in sesto questi siti che un tempo hanno dato così tanto lustro alla zona centrale della nostra isola, in modo da rivitalizzare la cultura dell&#8217;entroterra e riportare alla memoria delle nuove generazioni tradizioni, storie e testimonianze ormai dimenticate.</p>
<p><span style="font-size: xx-small;">* Il titolo è tratto da un canto popolare che i minatori intonavano durante le ore di lavoro.</span> <span style="font-size: xx-small;">Letteralmente vuol dire &#8220;spingi, spingi che è lunga&#8221;, in riferimento alla lunghezza della galleria.</span><br />
<span style="font-size: xx-small;">** Siciliano per zolfatai.<br />
*** Siciliano per bambini, in alcune zone dell&#8217;isola.</span></p>
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		<title>O la Repubblica o il Caos</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 09:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina D'Aleo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[2 giugno]]></category>
		<category><![CDATA[Festa della Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>

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		<description><![CDATA[2 giugno 1946. L’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Romita  legge i risultati del referendum che aveva chiamato gli italiani a scegliere fra repubblica e monarchia. Il 54,3% della popolazione che si recò ai seggi elettorali scelse la Repubblica decretando la fine dell’insulsa e clownesca monarchia dei Savoia, i quali vennero mandati in esilio dove avrebbero dovuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-6075" href="http://www.abattoir.it/2011/06/02/o-la-repubblica-o-il-caos/repubblica/"><img class="alignleft size-full wp-image-6075" title="repubblica" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/06/repubblica.jpg" alt="" width="287" height="188" /></a>2 giugno 1946. L’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Romita  legge i risultati del referendum che aveva chiamato gli italiani a scegliere fra repubblica e monarchia. Il 54,3% della popolazione che si recò ai seggi elettorali scelse la Repubblica decretando la fine dell’insulsa e clownesca monarchia dei Savoia, i quali vennero mandati in esilio dove avrebbero dovuto restare vita natural durante.<br />
Finché nel 2002 la XIII Disposizione transitoria della Costituzione, che recita «I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l&#8217;ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli» viene abolita dal governo di centrodestra del Nano più alto del mondo.<span id="more-6074"></span><br />
Così sessantacinque anni fa, il popolo italiano (o forse sarebbe meglio dire il popolo nord-italiano), donne comprese, decisero che la Repubblica fosse il male minore rispetto ad una monarchia che ci aveva consegnati al fascismo. Al Sud la gente, dopo secoli di vassallaggio, senza il suo re si sentì come un cane abbandonato in autostrada. A Napoli <a rel="attachment wp-att-6077" href="http://www.abattoir.it/2011/06/02/o-la-repubblica-o-il-caos/files-italy-people-royals/"><img class="alignleft size-full wp-image-6077" title="FILES ITALY PEOPLE ROYALS" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/06/20071122_savoia.jpg" alt="" width="161" height="108" /></a>scoppiarono delle sommosse. In Sicilia forse c&#8217;era troppo caldo e troppa fame per interessarsi a ciò che succedeva in Italia. O forse, memori del fatto che, in occasione del terremoto che rase al suolo Messina nel 1908, il re e la regina <em>si recarono a portar sollievo nel luogo del disastro, </em>amavano i Savoia da bravi lacché quali sono rimasti nel corso dei secoli<em>. </em></p>
<p>Oggi che valore ha la Repubblica Italiana, vilipesa e resa un circo da coloro che la governano? Che valore ha festeggiarla con parate, frecce tricolore e LaRussa? Per quale motivo si istituisce il 2 giugno come giorno di Festa Nazionale quando poi si consente ad una Alessandra Mussolini di fare parte del Parlamento e si continua a dare del &#8220;principe&#8221; a quello spaventapasseri con l&#8217;accento francese di Emanuele Filiberto, invece di mandarlo a spalare carbone per ripagare fino all&#8217;ultimo centesimo tutto quello che ci è stato rubato dai suoi &#8220;reali&#8221; familiari vigliacchi e meschini?<br />
Con un Presidente del Consiglio che cerca di distruggere la Costituzione per i propri interessi, fac<a rel="attachment wp-att-6076" href="http://www.abattoir.it/2011/06/02/o-la-repubblica-o-il-caos/silvio-berlusconi-clown-parata-2-giugno-01/"><img class="alignright size-full wp-image-6076" title="silvio-berlusconi-clown-parata-2-giugno-01" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/06/silvio-berlusconi-clown-parata-2-giugno-01.jpg" alt="" width="123" height="80" /></a>endo tra l&#8217;altro delle esternazioni infelici del tipo: &#8221; Serve un chiarimento sulla Costituzione. Rifletteremo e vedremo se dovremo arrivare a quella riforme della Carta Costituzionale che sono necessarie, perché è una legge fatta molti anni fa, sotto l&#8217;influenza di una fine della dittatura con la presenza al tavolo di forze ideologizzate, che hanno guardato alla Costituzione russa come ad un modello da cui prendere molte indicazioni&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà perché porci delle domande, è un giorno di vacanza in più. <em>Chissenefrega.<br />
</em>Lascio a voi l&#8217;ardua sentenza. Fatevi delle domande e datevi delle risposte. O condividetele se preferite.</p>
<p>Pietro Nenni lanciò il suo monito &#8221;O la Repubblica o il Caos&#8221;, durante la campagna elettorale.<br />
Certo è che, se fosse vissuto ai nostri giorni, la frase l&#8217;avrebbe formulata utilizzando la terza persona del presente indicativo del verbo essere al posto della congiunzione disgiuntiva tra le due parole chiave.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-6078" href="http://www.abattoir.it/2011/06/02/o-la-repubblica-o-il-caos/2giugno-230x226/"><img class="alignleft size-full wp-image-6078" title="2giugno-230x226" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/06/2giugno-230x226.jpg" alt="" width="154" height="95" /></a><br />
VIVA la Repubblica italiana, oligarchica, fondata sulla disoccupazione. La sovranità di fatto non appartiene al popolo, che oggi, dal canto suo, non la esercita neanche quando viene chiamato a farlo con un referendum.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Piccolo mondo antico. Felicitazioni!</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 10:47:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gas Giaramita</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[[3]-150° anniversario dell'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[150° anniversario dell'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[risorgimento]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Unità d&#8217;Italia. Che evento. Ma chi era d&#8217;accordo? Immaginatevi una divisione profonda. Gli intellettuali da un lato, profondamente anti-austriaci, gli scrittori tardo-romantici, le istanze per una linea politica nuova. Dall&#8217;altro lato il popolo. Da sempre diviso in regni e ducati e ulteriormente differenziato tra nord, tendente alla modernizzazione delle sue regioni, e il sud, immobile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Unità d&#8217;Italia. Che evento. Ma chi era d&#8217;accordo?</p>
<p>Immaginatevi una divisione profonda. Gli intellettuali da un lato, profondamente anti-austriaci, gli scrittori tardo-romantici, le istanze per una linea politica nuova.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato il popolo. Da sempre diviso in regni e ducati e ulteriormente differenziato tra nord, tendente alla modernizzazione delle sue regioni, e il sud, immobile nella sua miseria e legato all&#8217;agricoltura.</p>
<p>Il Regno d&#8217;Italia venne proclamato ufficialmente il 17 marzo 1861. Voluta da una minoranza indifferente alla totalità della popolazione che abitava la penisola secondo propri usi e costumi.</p>
<p>Hanno fatto l&#8217;Italia. Ma Italia già si chiamava. Volutamente divisa perché incapace di stare assieme.</p>
<p>Dal punto di vista letterario si possono vedere delle contraddizioni che contribuirono a mirare alla stabilità di una patria sentita.<span id="more-5344"></span></p>
<p>Gramsci, negli anni &#8217;30 del Novecento, criticava la posizione a-popolare della letteratura risorgimentale: gli intellettuali italiani facevano il proprio lavoro per ricevere gli applausi e gli elogi delle ristretta cerchia di fedeli. Al contrario che in altre zone dell&#8217;Europa di fine &#8217;800, il sentimento di attaccamento alla propria nazione, non passava, almeno per l&#8217;Italia, dal ruolo collante della letteratura-cultura. In Francia esistevano pubblicazioni scientifiche che avevano molto successo oltre che all&#8217;estero, soprattutto in patria.</p>
<p>“L&#8217;elemento intellettuale indigeno (si riferisce agli italiani colti) è più straniero di fronte al popolo -nazione”. Afferma inoltre che manca una letteratura popolare, che si faccia pura testimonianza della vita e della quotidianità dei contadini e della popolazione bassa.</p>
<p>L&#8217;Unità d&#8217;Italia era stata una rivoluzione borghese.</p>
<p>In Germania, invece, le cose stavano andando in maniera diversa. Il tanto agognato patriottismo prendeva spunto da credenze antiche, che si rifacevano al periodo dei barbari. Bisognava cercare dei padri che sorvegliassero dall&#8217;alto il popolo, che lo accompagnassero verso la crescita e la maturità. Filosofi e scrittori sapevano bene che bisognava legittimare la nazione.</p>
<p>Il critico De Sanctis, nel 1870, nella sua nota opera “Storia della letteratura italiana” affrontava la chiusura del “secolodecimonono” attraverso queste opinioni: L&#8217;Italia di fine &#8217;800 appare in un periodo di  lento cambiamento; la speranza è che si tolga di dosso i valori che avevo spinto i suoi combattenti all&#8217;Unità, valori per lo più politici, quelli di Gioberti e Mazzini. La “fissazione” unitaria  aveva distolto lo sguardo degli intellettuali alla creazione di una letteratura diversa, che tentasse almeno di unire gli italiani, e che recasse con sé tutta la forza del cambiamento. Su questo fronte De Sanctis vede il fallimento della cerchia intellettuale, ma almeno, con  il nuovo secolo alle porte, l&#8217;idea di una cultura nuova avrebbe le possibilità di rifarsi. Prendendo spunto, per esempio, dalla ventata di novità di Galileo e dalla politica moderna del Machiavelli, o ancora basandosi sull&#8217; anti-materialismo di Leopardi, si potrebbe finalmente portare alla nascita, una letteratura moderna, per un popolo moderno.</p>
<p>La critica si proietta sopratutto verso il carattere compiaciuto delle opere diffuso dopo l&#8217;Unità:</p>
<blockquote><p>“E da&#8217; nostri vanti s&#8217;intravede la coscienza della nostra inferiorità”.</p></blockquote>
<p>Mentre ecco il suo buon auspicio per il futuro:</p>
<blockquote><p>“E questa volta, non dobbiamo trovarci alla coda, non a&#8217; secondi posti”.</p></blockquote>
<p>Si può ben capire da questi semplici esempi in quali condizioni si militava, al fine di unire un popolo, senza renderlo partecipe prima, e dopo. Ma dopotutto l&#8217;unificazione era opportuna se guardata dal punto di vista totale della geografia politica dell&#8217;Europa. Si poteva far di meglio. Ma tralasciando il latte versato 150 anni fa, oggi non si fa altro che criticare, e sopratutto dimenticare. I libri di storia dividono le epoche dopo la dissoluzione dell&#8217;Impero Romano in Età Medievale, Età Moderna, Età Contemporanea. Il risorgimento dove sta messo? E sopratutto come viene trattato?</p>
<p>Tra il moderno e il contemporaneo quell&#8217;evento non viene attenzionato con le giuste lenti d&#8217;ingrandimento, come fondamentale punto di snodo per la nostra società. I capitoli di quella storia vengono volutamente saltati, non spiegati, lasciando un vuoto enorme nell&#8217;apprendimento di classi scolastiche, che mai sapranno, forse il miracolo si compirà quest&#8217;anno, quando e perché l&#8217;Unità ebbe inizio. E tra la critica padana e quella della maggioranza, sono passati 150 anni. E l&#8217;Italia è ancora qui, più divisa che mai. Felicitazioni.</p>
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